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Recensione: Antonio Pitta, Il Gesù storico
Messo in linea il giorno Giovedì, 17 maggio 2007
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Antonio Pitta, Il Gesù storico

Antonio Pitta (a cura di), Il Gesù storico nelle fonti del I-II secolo. Atti del X Convegno di studi neotestamentari (Foligno, 11-13 settembre 2003) = «Ricerche storico-bibliche» XVII/2 (2005), Bologna, Dehoniane, 2005.

Recensione a cura di Andrea Nicolotti.



Questi Atti del decimo convegno di studi neotestamentari e antico-cristiani, svoltosi nel settembre 2003 a Foligno, affrontano una tematica di grande attualità: la questione del Gesù storico. Negli ultimi anni è aumentato l'interesse del pubblico anche non specialista dell'argomento, che non sempre sa destreggiarsi all'interno di un marasma di pubblicazioni molte delle quali sono prive di valore scientifico. Questo volume, curato da Antonio Pitta (vicepreside della Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale) presenta un'ottima sintesi: si tratta di una raccolta di saggi, opera di autori diversi, che affrontano alcuni punti cruciali della questione alla luce dei più recenti sviluppi della ricerca.

Il primo saggio è opera di Giorgio Jossa (Università di Napoli) ed è dedicato al Quadro storico, sociale, archeologico nel quale operò la figura storica di Gesù di Nazaret; un interesse apparentemente scontato ma in realtà per molto tempo tralasciato dagli studiosi, i quali tendevano a svincolare la figura di Gesù dal mondo in cui viveva, per mettere maggiormente in luce la sua particolarità e l'universalità della sua predicazione. Se le condizioni geografiche ed economiche della Galilea sono abbastanza note, altro discorso va fatto per quelle socio-culturali e religiose, sulle quali negli ultimi anni è sorta una vivacissima discussione, provocata soprattutto dalle scoperte dell'archeologia: ciò ha avuto ripercussioni sull'analisi della figura di Gesù, per troppo tempo considerato semplicemente un modesto contadino privo di istruzione e del tutto alieno dalla vita cittadina, oppure altrettanto sconsideratamente descritto come un giudeo fortemente ellenizzato. Jossa cerca di mettersi al riparo da un atteggiamento eccessivamente fiducioso nel valore delle scoperte archeologiche: anch’esse sono esposte ai medesimi rischi di causalità e parzialità di quelle letterarie, e necessitano a loro volta di essere correttamente interpretate. Ancora più discussa è stata negli ultimi anni la religiosità della Galilea; la posizione tradizionale affermava che essa non era di tipo sacerdotale-sadduceo, a motivo della distanza da Gerusalemme e dal Tempio, bensì strettamente legata alla corrente farisaica che operava nelle sinagoghe. Secondo Jossa non può essere dimostrato, come alcuni vorrebbero, che la Galilea fosse povera di sinagoghe, e che di conseguenza la religiosità di Gesù fosse espressione di una sapienza popolare assai vicina a quella dei predicatori cinici, piuttosto che a quella dei farisei. C'è poi un'insistenza particolare sulla componente profetico-carismatica del giudaismo galileo, che però viene ricostruito su una base testuale molto incerta. Anche la descrizione della Galilea come terreno particolarmente fertile per una spiritualità schiettamente messianica e tendenzialmente sovversiva, secondo Jossa, è eccessiva: egli si accontenta di riprendere l'interpretazione più tradizionale degli studiosi (spiritualità laico-farisaica) insistendo però maggiormente sulla particolare attenzione dei Galilei per una pratica rigorosa delle leggi di purità (spiritualità farisaico-zelota). L'intervento si conclude con qualche osservazione sul rapporto tra la Galilea e Gerusalemme: i testi possono spingerci ad intravedere una tensione non solo religiosa, ma anche sociale, politica ed economica; ma la prassi del pellegrinaggio a Gerusalemme non sembra essersi mai ridotta, e permane, nonostante la diffusa ostilità, un forte rispetto per il tempio e il sacerdozio gerosolimitano. Ciò che sembra caratterizzare il pensiero galilaico è una mescolanza tra una religiosità fortemente conservatrice e una crescente diffidenza verso le autorità deputate a farla rispettare.

Ermenegildo Manicardi (Studio Teologico Accademico Bolognese) firma un saggio dal titolo Criteri di storicità e storia di Gesù oggi. Uno dei risultati della cosiddetta terza ricerca sul Gesù storico è la chiarificazione dei criteri di storicità (vedili qui), grazie ai quali gli storici (che li applicano in maniera differenziata) ritengono di poter valutare ciò che proviene da Gesù stesso e ciò che va ascritto alla tradizione della Chiesa primitiva. Manicardi si concentra, all'interno di una bibliografia sterminata, sull'apporto di tre posizioni abbastanza indicative che rivestono particolare interesse per il pubblico italiano: J.P Maier, G. Theissen - A. Merz ed infine V. Fusco. Dopo aver elencato i criteri da loro proposti, l'autore li discute uno per uno, accordando la sua preferenza al criterio della molteplice attestazione e concludendo il suo saggio con un tentativo di presentazione di un protocollo operativo condiviso, accordandosi sul quale i diversi ricercatori dovrebbero cercare di uniformare il loro procedimento scientifico e evitare per quanto possibile la tentazione delle scelte soggettive.   

Santiago Guijarro Oporto (Pontificia Università di Salamanca) dedica un articolo in lingua spagnola all'Apporto del documento Q allo studio del Gesù storico. Questo documento, una ricostruzione filologica degli esegeti, sarebbe stato composto intorno all'anno 60 in Galilea, e sarebbe quindi una fonte storica importantissima su Gesù. Oporto ritiene che l'utilizzo della fonte Q, diversamente da quanto ci si aspetterebbe, sia ancora scarso. La pubblicazione di una edizione critica di Q da parte di un International Q Project non deve però far dimenticare che si tratta di una ricostruzione ipotetica di un testo non pervenuto, che non necessariamente esisteva in un'unica forma e che conseguentemente va adoperato con le dovute precauzioni. J. Kloppenborg, inoltre, ha identificato tre stadi del processo di composizione della fonte Q: uno stadio più antico di detti dal carattere sapienziale, un secondo stadio di detti polemici e di chreias e un terzo stadio costituito dal racconto delle tentazioni e da ulteriori detti che fanno riferimento alla Torah; occorrerebbe però guardarsi dal rischio di ricostruire semplicemente una figura autentica di Gesù ricorrendo allo stadio più antico di Q, confondendo la storia letteraria della fonte Q con la storia della tradizione dei detti di Gesù. L'autore, poi, ritiene che la redazione finale del documento Q dal punto di vista letterario sia più vicina al vangelo di Marco che a quello di Tommaso: non una semplice collezione di detti, ma una composizione elaborata non senza intenti teologici. Ciò esclude definitivamente la semplicistica identificazione tra il Gesù storico con il Gesù di Q. Occore altresì guardarsi dal pericolo di pretendere che le informazioni di Q siano esaustive. L'autore, una volta tracciati i principi metodologici, si occupa dell'aspetto spazio-temporale dell'attività di Gesù, della sua attività, delle sue relazioni con altre persone, del suo insegnamento, della sua morte e della sua risurrezione.

Giuseppe Segalla (Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale) intitola il suo saggio Gesù di Nazaret fondamento storico del racconto evangelico giovanneo. Egli si domanda se il quarto Vangelo sia un libro che pretende di raccontare una storia su Gesù, interpretata teologicamente, o sia un libro di teologia rivestita di un manto storico creato a bella posta dall'autore. È un problema annoso, che buona parte degli studiosi ha risolto propendendo per la seconda possibilità, anche se non sono mancati coloro che hanno accordato in certi punti una preferenza a Giovanni sui sinottici, in quanto portatore di una tradizione particolare e non necessariamente da svalutare. Il fatto che il Vangelo di Giovanni sia un testo elaborato letterariamente non è sufficiente a qualificarlo come una creazione nuova e svincolata dalla realtà del fenomeno studiato; l'alta elaborazione del testo intende essere la comprensione di una persona storica di cui si sono i ricercati i documenti storici per poi rielaborarli in unità di comprensione e di stile. Segalla esclude le tesi estremiste che mettono in alternativa storia e teologia o assolutizzano il testo: la tradizione rimanda al Gesù storico, la redazione del Vangelo alla comunità giovannea e ai suoi problemi. L'autore del Vangelo si presenta come un testimone oculare, e la sua credibilità risulta dalla congruenza di alcuni dati letterari, geografici, topografici e religiosi. Segalla illustra la sua teoria facendo ricorso ad alcuni esempi (cronologia, cornice spaziale, relazioni con il Battista, con i discepoli, con i familiari e con le donne). Importante mi sembra il riferimento alla particolarità del racconto giovanneo della passione, che in certe occasioni, come ha dimostrato tra gli altri Willibald Bösen (vedi recensione), è preferibile a quello dei sinottici. Risulta poi possibile risalire a una serie di detti che appartengono a una tradizione storica credibile, inglobati e messi in relazione tra loro nella redazione finale giovannea. Il racconto giovanneo fonderebbe dunque storia e narrazione interpretativa in un'unità particolarmente attenta all'aspetto dell'enigmaticità di Gesù e dell'impatto della sua personalità sui suoi contemporanei.

Mauro Pesce (Università di Bologna) si occupa de I detti extracanonici di Gesù e la loro rilevanza per la ricerca sul Gesù storico. Si parte dal presupposto che non esista una formulazione delle parole di Gesù che ci restituisca la forma esatta con cui egli ha pronunciato le sue parole, e che tutte le fonti, anche quelle non canoniche, debbono essere indagate. Si nota inoltre che, in particolare nelle lettere di Paolo, nell'epistola di Giacomo e nella Didaché, molte parole di Gesù sono usate senza dire esplicitamente che si trattava di sue parole. Pesce, che ha raccolto i detti extracanonici greci e latini in un volume pubblicato nel 2004, sottolinea come ciò che ha maggiormente influito sulla storia del cristianesimo antico siano state non tanto le parole effettivamente pronunciate da Gesù, ma quelle che i cristiani credevano che egli avesse pronunciato; così, ridimensionata l'illusione di poter ricostruire gli ipsissima verba Jesu, ci si può dedicare più proficuamente allo studio della trasmissione dei detti, in modo da precisare quale immagine di Gesù ciascuna fonte aveva intenzione di rappresentare. L'articolo presenta alcuni esempi di esegesi di alcune parole di Gesù tramandate in tradizioni diverse, talvolta senza la dichiarazione della loro paternità: quest'ultimo particolare induce a pensare che per un certo periodo di tempo - almeno tra il 30 e il 60 del primo secolo - e in certi ambienti, non è stato molto importante sapere se certe parole o precetti risalissero o meno a Gesù, probabilmente perché ciò che contava non era chi le avesse pronunciate, ma il loro contenuto.

Lucio Troiani (Università di Pavia) nell’articolo Il Gesù di Flavio Giuseppe si occupa della famosa testimonianza sul Gesù contenuta nelle Antichità giudaiche di Giuseppe Flavio. Un articolo del contenuto simile è già stato pubblicato nel nostro sito, per cui mi limito a rimandare ad esso.

Claudio Gianotto (Università di Torino) firma un contributo dal titolo Il Vangelo secondo Tommaso e la ricerca storica su Gesù. Dopo una breve introduzione sul Vangelo di Tommaso, l'autore presenta i punti più discussi della questione. Innanzitutto l'opposizione tra quegli studiosi che ritengono che il Vangelo di Tommaso rappresenti uno stadio più o meno tardivo della tradizione dei detti di Gesù, sostanzialmente dipendenti dai canonici, e coloro che invece pensano ad una linea di trasmissione per lo più indipendente dalla tradizione sinottica. Si fa strada oggi un'interpretazione mediana, che evita ogni posizione massimalista e generalizzante, la quale mira a studiare ciascun detto in maniera isolata dagli altri, per stabilire volta per volta il suo rapporto con i Vangeli canonici. Un altro problema è quello dell'ambiente d'origine della collezione: il testo è stato trovato nella biblioteca gnostica di Nag Hammadi, ma non contiene richiami allo gnosticismo troppo evidenti, ragion per cui alcuni studiosi hanno pensato anche ad altri ambienti di provenienza diversi da quello gnostico. Inoltre, è molto difficile ritrovare un principio di composizione che spieghi la sequenza dei detti nell'ordine in cui sono presentati. Infine, la datazione del Vangelo, che sulla base di considerazioni non sempre troppo cogenti è stata fissata comunemente tra la fine del primo secolo e gli inizi del secondo. Gianotto descrive quale è stato l'impatto della scoperta del Vangelo di Tommaso sulla ricerca storica su Gesù. Abbandonata l'idea di rincorrere eventuali ipsissima verba Jesu (le parole che secondo gli studiosi potrebbero essere "autentiche" sarebbero pochissime), i detti del Vangelo di Tommaso sono utili per ricostruire la complessa linea di trasmissione della loro tradizione, la quale ci dà informazioni sugli ambienti ecclesiastici primitivi nei quali tale tradizione si è sviluppata, piuttosto che sulla figura del personaggio storico di Gesù.

Maria Pina Scanu (Pontificio Ateneo Sant'Anselmo) nel suo saggio Quale Gesù nella letteratura rabbinica? ripercorre la storia della formazione dei testi rabbinici che contengono riferimenti alla figura di Gesù. Dopo gli studi di M. Goldstein e J. Maier risulta necessario un atteggiamento abbastanza critico nei confronti di quei testi, che probabilmente nacquero abbastanza tardivamente e non furono esenti da interpolazioni. I contenuti che provengono dalla letteratura rabbinica non sembrano trasmettere alcuna conoscenza indipendente dagli scritti cristiani e non offrono alcuna testimonianza indipendente su Gesù, ma paiono piuttosto reazioni polemiche ad affermazioni cristiane. Quanto alla questione del Gesù storico, contribuiscono solo a provare che è esistito ed era giudeo. Certamente lo studio delle fonti ebraiche permette di comprendere la complessità delle istanze dei giudaismi operanti nell'epoca in cui Gesù predicava.

Enrico Norelli (Università di Ginevra) dedica il proprio articolo a La presenza di Gesù nella letteratura gentile dei primi due secoli, che esamina una ad una in maniera approfondita. Le testimonianze non cristiane sul Gesù sono state da tempo esaminate e rivoltate in tutti i sensi (e sono state raccolte anche in questo sito). Molti studiosi sottolineano il fatto che alcune di queste fonti possano a loro volta derivare da fonti cristiane, e quindi non siano in ultima analisi indipendenti; ma esse hanno comunque conservato tratti caratteristici di specifiche tradizioni cristiane relative a Gesù.

Chiude il volume un saggio di Giuseppe Bellia (Pontificia Facoltà Teologica di Palermo) intitolato La third Quest: antiche questioni e prospettive storico-teologiche. L'autore rileva come la third quest sul Gesù storico si riveli ancora come nebulosa, una massa impressionante di materiale non sempre ordinato che mostra un'invincibile attrazione per il sensazionale e per la visibilità mediatica. La terza ricerca ha spostato l'asse dell'indagine dal vecchio al nuovo continente nordamericano e dalle facoltà di teologia verso i centri accademici non confessionali; talora però il pregiudizio confessionale ha ceduto il passo a un interesse quasi servile verso i mezzi di comunicazioni di massa, con conseguente perdita di credibilità accademica. Bellia considera fallace e aprioristica l'eccessiva separazione della conoscenza storica e di quella biblico-teologica, ripresentando la scissione del medesimo dato conoscitivo nella doppia verità storica e teologica. La scoperta dei manoscritti di Qumran e di Nag Hammadi e il crescente interesse per la fonte Q hanno favorito una riconsiderazione delle fonti storiche utilizzabili per ricostruire la figura di Gesù; talora però il materiale non canonico sembra essere stato sopravvalutato in modo poco rigoroso. Rispetto alla precedente seconda ricerca del Gesù storico, è venuta meno la dittatura del criterio della dissimiglianza, in favore del tentativo - che qualche volta sfocia nel pregiudizio - di salvare sempre un principio di continuità storica. Importante l'apporto dell'archeologia e delle scienze sociali; ma senza creare lo statuto epistemologico anche l'archeologia e la sociologia possono diventare strumenti di un'apologetica più sofisticata delle precedenti. Secondo Bellia, in definitiva, la terza ricerca sul Gesù storico continua a ripresentare i peccati idealistici della vecchia ricerca ottocentesca che pretendeva di passare dalla razionalità della costruzione letteraria di un testo a quella della sua affidabilità sul piano storiografico, confondendo il piano logico del giudizio letterario con quello oggettivo della realtà storica narrata. Occorre che gli storici ricordino che ogni ricostruzione storiografica rimane una storia ipotetica, plausibile e parziale; ciò comunque non comporta necessariamente uno scivolamento verso un relativismo culturale e uno scetticismo storico dove la verità e la falsità divengono criteri non adeguati per l'interpretazione del passato. L'autore tenta, infine, di sanare la frattura tra storia e teologia.


 
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