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Recensione: Giuseppe Barbaglio, Gesù di Nazaret e Paolo di Tarso
Messo in linea il giorno Domenica, 17 giugno 2007
Pagina: 1/1


Giuseppe Barbaglio, Gesù di Nazaret e Paolo di Tarso

Giuseppe Barbaglio, Gesù di Nazaret e Paolo di Tarso. Confronto storico, Bologna, EDB, 2006.

Recensione a cura di Armando Rolla.



 

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Prematuramente trapassato nell'aldilà (28 marzo 2007), l'apprezzato biblista G. Barbaglio ci offre qui il frutto più maturo dei suoi studi su Gesù e l'apostolo Paolo che praticamente lo hanno impegnato per una vita intera.

Come lui stesso confessa nell'introduzione: "Il presente contributo ha carattere sintetico: per questo, qui e lì rimando il lettore ai miei precedenti studi (Gesù ebreo di Galilea, La teologia di Paolo, Il pensiero dell'apostolo Paolo) dove è possibile trovare, nei singoli aspetti, notazioni più diffuse" (p. 9).

Per secoli "in area cristiana si pensava che Paolo fosse in perfetta continuità e armonica sintonia con Gesù di Nazaret e la sua predicazione; al più si ammetteva una variazione di linguaggio" (p. 15). "Ora il confronto fra i due, che ha alle spalle più di un secolo e mezzo di studi e ricerche, ha registrato opinioni contrastanti: si va dagli estremi di totale continuità e completa discontinuità, a soluzioni intermedie proposte sotto il segno evoluzionistico di una storica transizione dall'uno all'altro" (p. 7). Il più famoso detrattore di Paolo è senz'altro il filosofo F. Nietzsche in L'anticristo: “Il vangelo morì sulla croce. Ciò che a cominciare da quel momento è chiamato “Vangelo” era già l'antitesi di quel che lui aveva vissuto; una “cattiva novella”, un “Dysangelium”... Alla “buona novella” seguì immediatamente la peggiore tra tutte, quella di Paolo. In Paolo si incarna il tipo antitetico alla “buona novella”, il genio dell'odio, nella spietata logica dell'odio. Che cosa non ha sacrificato all'odio questo disangelista?”. Ben altra è la conclusione a cui Barbaglio giunge dopo essersi confrontato con i maggiori studiosi che hanno affrontato il problema e aver stabilito un rigoroso confronto fra Gesù e Paolo, evidenziando i legami che li uniscono e le diversità che li separano. Ecco questa conclusione espressa con le sue stesse parole: "Volendo gettare uno sguardo sintetico ai risultati della ricerca, mi sembra di poter affermare in generale, dati alla mano, che Paolo né si è appiattito su Gesù, né si è distanziato da lui fino ad ignorarlo" (p. 291).

Tutto il libro è elaborato con un approccio rigorosamente storico, come è sottolineato anche dal sottotitolo, uno "studio critico delle fonti antiche, per Gesù in primis le testimonianze evangeliche canoniche e apocrife, per Paolo le sue lettere autentiche, ma anche ascolto attento delle voci giudaiche e greco-romane di quel tempo lontano che ci fanno conoscere il mondo in cui essi hanno vissuto, senza disdegnare la ricca letteratura secondaria degli studiosi moderni che in vario modo hanno contribuito a questa mia ricerca, per questo citati in calce come segno di riconoscimento del debito contratto" (p. 9).

Il contenuto del libro è talmente denso, continuamente supportato da citazioni bibliche (specialmente paoline), che riesce impossibile darne un resoconto. Perciò mi limito a ricordare i titoli dei dieci capitoli che ne costituiscono la struttura: Problema dei tempi moderni; Dislocazione: da un mondo a un altro; Transizione da Gesù a Paolo; Due grandi convertiti, due straordinari visionari; Tempo e mondo; Divinizzazione di Gesù; il Dio di Gesù Cristo; "Gesù annunziava il regno ed à venuta la Chiesa"; Discorso della montagna, libertà dello spirito; Fedeltà ebraica.

Non c'è bisogno di dire che Barbaglio ha preso conoscenza di tutte le più significative pubblicazioni sui problemi affrontati: ne sono prova evidente le numerose e dense note in calce a quasi ogni pagina. L'indice delle fonti e dei nomi facilita l'utilizzazione del volume, talmente ricco di informazioni (anche se sempre chiaro) da esigere una lettura molto attenta sia del testo che delle note.

La grande familiarità che Barbaglio aveva con i vangeli e le lettere paoline gli hanno consentito di fare le sue scelte in maniera molto oculata. Nella maggior parte dei casi esse sono condivisibili. Ecco alcuni esempi tra i molti. Le lettere paoline sono segnate dalla retorica classica (cf. pp. 49-50); sono esistiti alle origini più cristianesimi senza però la possibilità di coglierne uno sviluppo lineare ed evoluzionistico e una continuità cronologica (cf. p.64). La credenza in Cristo risorto è l'atto di nascita del movimento postpasquale di Gesù ed è basata su "esperienze visionarie di tipo teofanico conosciuto dalla tradizione ebraica: Dio apparve ad Abramo, a Mosè nel roveto, a Salomone" (p. 65). Per Paolo a Damasco è legittimo parlare di "conversione" purché venga intesa come conversione a Cristo, anziché dal peccato o dall'ebraismo (cf. p. 88); per 1Cor 15 non si deve pensare all'apparizione di un corpo rianimato: “Gesù è stato risuscitato come il risuscitatore: la sua risurrezione non è un evento ristretto alla sua persona, ma coinvolge anche gli altri; ha un'essenziale dimensione collettiva" (p. 93). "Il Dio delle lettere paoline non è pensabile al di fuori di Cristo, né questi separato da quello" (p. 185); questo Dio è "il risuscitatore del Crocifisso: è la sua vera carta d'identità" (p. 186); "Paolo è ancora assai distante, come ha riconosciuto Harnack, dalla dottrina trinitaria dell'unico Dio in tre persone uguali e distinte" (p. 196).

Particolare interesse per il dialogo ebraico-cristiano rivestono le affermazioni di Barbaglio sull'ebraicità di Gesù e Paolo a cui dedica l'intero ultimo capitolo. Per Gesù "l'indagine storica ha appurato che di regola Gesù si è dimostrato osservante della legge del Sinai e che la sua interpretazione di alcuni precetti all'insegna di un evidente radicalismo... non vuol dire affatto abrogazione, ma scoperta di un volere esigente di Dio più esteso e più profondo" (p. 271). A sua volta Paolo benché, preso dalla polemica, si lasci andare a "valutazioni assai negative, non prive di unilateralismo e con sguardo prevenuto” (p. 281) nei riguardi della Legge mosaica, non per questo rinuncia alla sua ebraicità. Addirittura, in base ad una ispirazione profetica difficilmente descrivibile, esprime la certezza che anche l'Israele incredulo verrà salvato da Cristo (cf. pp. 286-289).

Anche in questa ultima pubblicazione di Barbaglio ricompaiono affermazioni già formulate in scritti precedenti che lasciano piuttosto perplessi per il loro estremismo, dovuto (credo) ad una eccessiva dipendenza da studiosi specialmente dell'area tedesca. Ecco alcuni esempi. Con tutta probabilità Gesù sarebbe nato a Nazaret anziché a Betlemme (cf. p. 40); egli non avrebbe conosciuto la lingua ebraica per cui non avrebbe potuto leggere i testi biblici nelle sinagoghe della Galilea (cf. p. 43). Gli Atti degli Apostoli, per lo più privi di valore storico, offrirebbero un'immagine distorta delle origini cristiane: la Chiesa-madre non sarebbe quella di Gerusalemme ma quella di Galilea (cf. p. 64). Gesù non sarebbe un apocalittico (neppure moderato), per cui i detti sull'imminente venuta del regno non risalirebbero a lui ma alla comunità cristiana primitiva (cf. p. 111); però, avendo annunziato un futuro non di secoli, nemmeno di decenni, "sembra inevitabile dire che si è sbagliato sui tempi, illudendosi che in breve questo mondo sarebbe stato trasformato alla radice dal potere liberante e salvifico di Dio re" (p. 111). Rifiutate come non gesuane le autoaffermazioni messianiche esplicite, Barbaglio si limita a riconoscere che Gesù "ha avuto chiara consapevolezza, e lo ha manifestato, che Dio gli aveva affidato una precisa missione spirituale presso il popolo" (p. 140). Sarebbero gesuani solo i detti sul Figlio dell'uomo che si riferiscono a Gesù come semplice uomo; invece i detti riguardanti la passione e la risurrezione nonché la venuta finale risalirebbero alla cristianità primitiva (cf. p. 138). Lo stesso segreto messianico sarebbe solo un semplice espediente letterario dell'evangelista Marco per ridefinire, alla luce della croce, la messianicità di Gesù purificandola da connotazioni politico-militari (cf. pp. 135-136). Gesù non sarebbe stato tanto un maestro (è una interpretazione dell'evangelista Marco!) quanto una figura carismatica di grande richiamo in qualità di guaritore e di esorcista (cf. p. 200). La chiesa primitiva non è stata per niente istituzionale perché ha considerato anche il governo delle comunità come un carisma; perciò, i capi delle varie comunità non venivano imposti dall'alto (neppure da Paolo!) (cf. p. 219). Bastano questi pochi esempi, perché il lettore si persuada che questo libro deve essere utilizzato con un po' di spirito critico ma anche con la certezza che il suo autore l'ha scritto con grande competenza e grande passione. È il suo vero canto del cigno!


 
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