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Recensione: André Paul, I Manoscritti del Mar Morto
Messo in linea il giorno Domenica, 17 giugno 2007
Pagina: 1/1


André Paul, I Manoscritti del Mar Morto

André Paul, I manoscritti del Mar Morto, Leumann, Elledici, 2002, traduzione di Pietro Ambrosio; edizione originale Les manuscrits de la Mer Morte, Paris, Bayard, 2000.

Recensione a cura di Armando Rolla.



 

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In questi anni l'Italia ha conosciuto parecchi libri sui manoscritti di Qumran, sia di autori italiani sia di autori stranieri tradotti in lingua italiana. Nel loro confronto il libro qui presentato, del semitista e biblista francese André Paul, tradotti in maniera impeccabile dalla editrice Elledici, ha innanzitutto il vantaggio di essere molto accessibile perché "la comunicazione è stata una delle preoccupazioni maggiori della redazione del libro" (p. 17). Inoltre ha potuto usufruire della pubblicazione ufficiale di quasi tutti i manoscritti, iniziata nel 1955 e arrivata nel 2002 all'edizione del XXXIX volume della collana Discoveries in the Judaean Desert (Leiden).

La struttura del libro è lineare. Il primo capitolo s'occupa della Scoperta dei documenti e loro pubblicazione, fornendo molte informazioni talvolta ignorate dai libri precedenti su questi manoscritti. Segno, questo, che l'autore ha potuto seguire fin dagli inizi le vicende, spesso tormentate, della pubblicazione di questi documenti nell'arco di un cinquantennio.

Il secondo capitolo descrive il contenuto della Grande biblioteca di Qumran, diversificando i manoscritti che riportano testi biblici oppure sono modellati su di essi, e testi che riguardano direttamente la comunità di Qumran (regole e istituzioni, preghiere e usi diversi). Il capitolo è concluso dal problema controverso della datazione di questi manoscritti in base ai richiami storici dei testi, le indicazioni della lingua e della scrittura e l'esame del carbonio 14.

Il terzo capitolo analizza Gli edifici di Qumran e i loro occupanti. Particolare attenzione è dedicata alla distribuzione e uso dell'acqua, di importanza vitale per una comunità che viveva in una zona desertica e praticava abluzioni quotidiane al fine di garantire la sua purità rituale. La vita della comunità è descritta in maniera molto dettagliata, soprattutto per quel che riguarda la preghiera e il culto divino, il celibato e la comunione dei beni.

Il capitolo quarto studia Gli esseni testimoni mistici del giudaismo mettendo in evidenza gli elementi che collegano i qumraniti con il resto del giudaismo ma anche li differenziano profondamente. L'autore coglie qui l'occasione per delineare, in maniera sintetica, le vicende del giudaismo dal suo sorgere con l'esilio babilonese fino allo scontro con l'ellenismo. Sono queste vicende che hanno determinato il formarsi di varie correnti all'interno del giudaismo stesso. Una di esse è appunto il fenomeno degli esseni.

Il lettore cristiano è particolarmente interessato al capitolo quinto dedicato al confronto fra I testi di Qumran, Gesù e il cristianesimo. Questo confronto riguarda le persone (Gesù e i qumraniti), le forme letterarie (Nuovo Testamento e manoscritti qumranici), i grandi temi apparentemente comuni (vera e falsa alleanza; i figli della luce e i figli delle tenebre; la giustificazione con e senza la fede) e le formule letterariamente vicine (Figlio di Dio e Figlio dell'Altissimo; le beatitudini; il rimprovero del fratello davanti a testimoni; la comunità come Tempio di Dio; la figura celeste di Melchisedec). Da questo confronto dettagliato risulta che ci sono molte concordanze, dovute al fatto della comune dipendenza dalla matrice giudaica; però, ancor più numerose, sono le discordanze.

Il libro si chiude con un'appendice che offre essenziali note integrative, una selezione bibliografica e una cronologia della storia giudaica. Lungo il libro sono dislocate sei cartine e piante che aiutano il lettore a meglio comprendere il testo nei suoi aspetti archeologici, storici e geografici.

Non c'è bisogno di dire che l'autore è molto informato anche su aspetti secondari delle vicende che sono sfuggite ai più. Ad esempio, chi sapeva che, a causa della solitudine e dell'isolamento, qualcuno dell'équipe internazionale che decifrava i frammenti dei manoscritti conservati nel Museo Rockfeller di Gerusalemme fosse caduto nell'alcolismo (cf. p. 16)? A questo riguardo l'autore fa anche il nome del professor Allegro dell'Università di Manchester (cf. nota di p. 34).

Le prese di posizione dell'autore mi trovano consenziente nella stragrande maggioranza dei casi. Ne fornisco alcune seguendo normalmente l'ordine del libro. "I due dogmi scientifici del testo originale unico e della verità ebraica andavano in frantumi" (p. 66). Infatti l'esame dei manoscritti biblici del Mar Morto rivela che il testo medievale, il cosiddetto testo masoretico considerato a tutt'oggi ufficiale per le Bibbie ebraiche, non corrisponde che a una sola delle famiglie dei testi documentati a Qumran (cf. p. 292). Continuando a considerare il Tempio di Gerusalemme come il luogo più santo della terra, i qumraniti si ritenevano tempio spirituale solo in un'alternativa temporanea e provvisoria al Tempio di Gerusalemme (cf. p. 124). L'apocalittica è una delle fonti principali del pensiero di Gesù (cf. p. 174; vedi anche pp. 240-244 e 172-175). I qumraniti, alla pari dei farisei, ricercavano la santificazione della vita quotidiana, ma, a differenza da essi, la fondavano esclusivamente sulla Bibbia (cf. pp. 216-218).

Facendo propria la cosiddetta teoria di Gröningen l'autore pensa che i qumraniti appartengono alla stessa corrente degli esseni ma non possono identificarsi totalmente con essi, perché questi ultimi si organizzarono in comunità a Gerusalemme e altrove (cf. p. 223). Benché i testi non offrano né informazioni né rivelazioni che permettano di risolvere il problema, è poco probabile che Qumran abbia attirato un Galileo com'era Gesù (cf. p. 232). Il silenzio di Flavio Giuseppe sull'appartenenza del Battista ai qumraniti che gli conosceva molto bene "ci sembra la ragione più seria per ritenere che Giovanni Battista non appartenesse veramente al gruppo degli esseni" (p. 236). Gesù adottò il titolo Figlio dell'uomo di Daniele 7 nel suo aspetto glorioso, però lo integrò con quello di Figlio dell'uomo sofferente (cf. p. 244).

L'autore ha tutte le sue buone ragioni per rifiutare la tesi del gesuita J. O' Callaghan (morto nel 2002) sulla presenza del Vangelo di Marco nella grotta settima di Qumran. Egli ci rivela che questo papirologo era "un appassionato di parole incrociate" (p. 246). Infine Paul è contrario alla tesi del qumranologo dell'École Biblique di Gerusalemme Émile Puech secondo cui i qumraniti credevano nella resurrezione della carne; secondo il nostro autore essi credevano soltanto dell'immortalità dell'anima, come afferma Flavio Giuseppe (cf. pp. 318-320).

Alcune affermazioni dell'autore destano perplessità perché discordano dalle posizioni tenute della maggioranza dei qumranologi e dei biblisti. Mentre questi ultimi sostengono che solo una dozzina di manoscritti su un totale di circa 800 menzionano il Messia personale, mi sembra azzardato affermare che "il Messia occupa un grande spazio nei testi di Qumran" (p. 218). A Qumran dominava il messianismo senza Messia in quanto la comunità, a impronta apocalittica (lo riconosce anche il nostro autore!) attendeva il suo imminente trionfo qui sulla terra e poi nell'aldilà. Parimenti pochi neotestamentaristi sono attualmente disposte da assimilare Gesù alla figura del theios aner del mondo greco-romano o ai carismatici della Galilea (cf. p. 237).

In conclusione il libro, ben scritto e quasi immune da mende (solo a p. 309 l'asmoneo Giovanni Ircano dev'essere considerato figlio di Simone Maccabeo anziché del fratello Gionata), merita d'essere raccomandato per la dovizia di informazioni di prima mano, per l'equilibrio delle ipotesi scelte e, soprattutto, per l'attendibilità del confronto fra Qumran, Gesù e il cristianesimo primitivo.


 
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