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Recensione: Barth Ehrman, I cristianesimi perduti
Messo in linea il giorno Sabato, 30 giugno 2007
Pagina: 1/1


Barth Ehrman, I cristianesimi perduti

Barth D. Ehrman, I cristianesimi perduti. Apocrifi, sette ed eretici nella battaglia per le Sacre Scritture, Roma, Carocci, 2005, traduzione di Lorenzo Argentieri; edizione originale Lost Christianities, Oxford, Oxford University Press, 2003.

Recensione a cura di Marianna Cerno.



 

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Il volume si apre con una tavola cronologica dei testi apocrifi cristiani divisi per genere (Vangeli, Apocalissi, Atti, Lettere, etc.) dei quali si fornisce il riassunto del contenuto. Dopo un’introduzione in cui si descrive la varietà del cristianesimo delle origini e l’abbondanza di testi che ne scaturì, l’autore apre la trattazione con l’analisi di quattro testi apocrifi: Vangelo di Pietro, Atti di Paolo e di Tecla, Vangelo copto di Tommaso, Vangelo segreto di Marco, dei quali descrive contenuto, collocazione cronologica e geografica, connotazioni religiose e convinzioni. In particolare, la parte sul Vangelo di Pietro si apre con il racconto, derivato da Eusebio, della vicenda che ha coinvolto il vescovo di Antiochia Serapione nella lotta contro il docetismo. In seguito, Ehrman racconta del ritrovamento, nella tomba di un monaco risalente al VII - VIII secolo, di un codice pergamenaceo contenente vari frammenti di testi apocrifi, tra i quali anche una parte del Vangelo di Pietro. Di questo si fornisce un riassunto dettagliato del contenuto, con citazione in traduzione di alcuni passi, che vengono commentati. Il marcato antigiudaismo del Vangelo di Pietro porta l’autore a concludere che il testo risale a un’epoca posteriore a quella di composizione dei Vangeli canonici, rilevando che dal II secolo nei testi si nota una tendenza sempre più marcata alla rivalutazione delle responsabilità nella morte di Gesù che va a scapito dei Giudei, di fronte a una riabilitazione sempre più evidente della figura di Pilato (l’autore porta ad esempio Tertulliano e la leggenda medievale nota come Paradosis Pilati). Nell’ultima parte del paragrafo, alla luce del “successo” del Vangelo di Pietro nell’alto Medioevo (testimoniato non solo dal ritrovamento del codice manoscritto ma anche da quello di un ostrakon del VII secolo che raffigura un «Pietro apostolo ed evangelista»), l’autore si interroga sulla maggiore o minore fortuna di questo testo rispetto al Vangelo (canonico) di Marco. Chiude la trattazione con il riassunto del contenuto degli Atti di Pietro, un altro testo conservato in modo frammentario nello stesso codice che contiene il Vangelo di Pietro, e con delle considerazioni più generali sulle letture sacre dei cristiani dei primi secoli. Il paragrafo sugli Atti di Paolo e Tecla si apre con una lunga premessa sulla falsificazione di questo e di altri testi nell’antichità, con citazioni da Tertulliano. Anche di questo scritto Ehrman offre un dettagliato riassunto, con citazioni in traduzione, e tratta delle motivazioni che hanno spinto gli antichi alla redazione di Atti apocrifi, connettendo per i temi e le finalità questo particolare tipo di produzione letteraria con il genere del romanzo antico (greco e latino). Segue un’analisi della concezione della donna e della sfera sessuale nei testi apocrifi e in Paolo, con citazioni di passi dell’Apostolo sia considerati autentici sia spuri. Il tema crea l’occasione per una digressione sugli Atti apocrifi di Tommaso (dei quali si fornisce anche un riassunto e si discute dell’intento dell’autore) e la questione del didimo (gemello) di Gesù (con riferimento alle figure mitologiche di Eracle e Ificle), nonché sugli Atti di Giovanni (anche in questo caso il tema principale è la visione del comportamento sessuale). Il paragrafo si chiude con una riflessione sull’idea oggi perduta di rinuncia che queste composizioni letterarie offrivano ai lettori: una letteratura piacevole e di svago, che tuttavia dava l’occasione di riflettere su temi etici importanti e offriva nuovi modelli di comportamento (l’ascetismo) e una rivoluzionaria possibilità di emancipazione, soprattutto per la condizione svantaggiata della donna. La trattazione sul Vangelo copto di Tommaso è preceduta da una lunga digressione sui vari ritrovamenti più o meno fortunosi di testi religiosi antichi (i rotoli del Mar Morto, la Didaché, il frammento papiraceo P52 contenente una porzione del Vangelo di Giovanni, il Vangelo ignoto, il Vangelo del Salvatore, e infine i testi di Nag Hammadi). Del Vangelo copto di Tommaso si riferiscono il contenuto e un commento, con l’interpretazione di alcuni passi citati in traduzione e un confronto con i testi canonici. Viene anche introdotto il tema dello gnosticismo, che sarà sviluppato nella seconda parte del volume. L’ultimo testo trattato è il Vangelo segreto di Marco: partendo da alcuni esempi di falsificazioni moderne come i diari di Hitler, Ehrman introduce il dibattuto tema sull’autenticità o meno di questo vangelo, dilungandosi sul racconto della sua scoperta e soprattutto della sua misteriosa scomparsa: si cerca in questo paragrafo di rispondere ad alcune legittime domande che sorgono sull’attendibilità del ritrovamento.

La seconda parte del volume è dedicata alle maggiori eresie del cristianesimo delle origini: ebioniti, marcioniti e gnostici. Di questi vengono considerati il contenuto della fede e i testi sacri. In particolare, si illustra come la setta degli ebioniti ponesse l’accento sull’importanza dell’osservanza e sulla esclusività della ricezione del messaggio di Gesù da parte degli Ebrei; inoltre, una vena adozionista pervadeva le convinzioni del gruppo. Agli antipodi della concezione ebionita si colloca il pensiero dei marcioniti, che escludevano ogni elemento ebraico dalla loro pratica religiosa. Il capitolo riserva diversi paragrafi alla figura del fondatore della setta, Marcione appunto, parlando dei suoi scritti e della sua vita. Nell’ultimo paragrafo l’autore si interroga su come sarebbe stata la nostra storia e su come sarebbe la nostra realtà attuale se «avessero vinto gli ebioniti».

Una trattazione più accurata si occupa degli gnostici, considerando le origini e i caratteri più generali del loro pensiero (che viene contestualizzato storicamente), analizzandone alcuni scritti (Vangelo della Verità; Lettera di Tolemeo a Flora; Trattato sulla Resurrezione) e riservando un immancabile paragrafo, quello iniziale, ai testi di Nag Hammadi. Il capitolo finale di questa parte del volume chiarisce le posizioni dogmatiche dei cristiani proto-ortodossi e lo sviluppo della loro teologia, con l’illustrazione di figure come quelle dei martiri e delle altre tipologie dei successori degli Apostoli. Dedica inoltre due paragrafi all’atteggiamento dei proto-ortodossi nei confronti rispettivamente della tradizione ebraica e di quella profetica.

Dopo una digressione sull’evoluzione della concezione di eresia e ortodossia presso gli studiosi di storia (concezione cosiddetta «classica»; Hermann Reimarus; Ferdinand C. Baur; Walter Bauer; punto di vista moderno sul cristianesimo delle origini), la terza e ultima parte del volume («Vincitori e vinti») analizza nello specifico i conflitti, o meglio le modalità e i mezzi delle dispute religiose all’interno del cristianesimo dei primi secoli.

Si analizzano così dapprima i testi dei vari gruppi e le argomentazioni che i cristiani proto-ortodossi offrirono in risposta (esposte in ordine tematico: la letteratura pseudo-clementina contro gli ebioniti; l’Apocalisse copta di Pietro e la controversia antignostica; Ireneo e Tertulliano e la «strategia» proto-ortodossa; Ippolito e la lotta all’elemento filosofico nell’eresia; Clemente Alessandrino e la successione apostolica; i paradossi del credo proto-ortodosso; ancora Ireneo e Tertulliano, sull’interpretazione della Scrittura; la concezione dell’immortalità negli eretici secondo Ireneo ed Epifanio). Un secondo capitolo affronta il tema delle falsificazioni letterarie create d’ambo le parti a giustificazione dei propri pensieri. In questo capitolo Ehrman analizza i diversi tipi di falsificazione letteraria operati dai primi cristiani, tanto proto-ortodossi quanto eretici, e sottolinea come questa non fosse sempre dettata da necessità o intenti teologici: i vangeli apocrifi dell’infanzia, ad esempio, raccontano episodi fantasiosi di Gesù bambino senza palesare posizioni teologiche di sorta, ma semplicemente per offrire una narrazione avvincente e di piacevole lettura. Esistono poi le falsificazioni operate con intento anti-eretico (Protovangelo di Giacomo, Terza Lettera ai Corinzi), e quelle «più sottili», le cui motivazioni teologiche sono abilmente celate da un linguaggio apparentemente neutro (Atti di Pietro, Lettera di Paolo ai Laodicesi). Inoltre, l’autore rileva l’accusa da parte dei proto-ortodossi agli eretici (in particolare, a Teodoto e Marcione) di alterare i testi sacri: dopo alcune «informazioni preliminari» fornite per illustrare concetti e realtà come il nostro mancato possesso degli originali e le complesse vicende della tradizione testuale nella trasmissione manoscritta, si elencano le diverse modificazioni anti-eretiche operate e operabili nei testi (in particolare, con riferimento ai vangeli di Luca e Giovanni contro l’adozionismo; alla Prima Lettera di Giovanni, a Ireneo, al Vangelo di Marco e alla Lettera agli Ebrei contro il separazionismo; ai vangeli di Luca e Giovanni e agli Atti degli Apostoli contro il docetismo).

L’autore tratta in seguito della formazione del canone neotestamentario, dei progressi di questa procedura, delle difficoltà, dei criteri e delle motivazioni che l’hanno caratterizzata (II-IV secolo).

Ehrman - a mio avviso impropriamente - dopo aver trattato della «vittoria» del cristianesimo proto-ortodosso conclude il volume con un capitolo che tratta di ciò che sarebbe potuto essere se le cose fossero andate diversamente, lasciando la veste dello storico e abbandonandosi ad ipotetiche raffigurazioni di un presente religioso diverso dal nostro, dove scritti canonici ed apocrifi convivano pacificamente, o addirittura dove gli ultimi abbiano oscurato i primi. Traspare in modo più evidente in questa parte finale una sorta di fastidio, latente o espresso saltuariamente anche nel resto dell’opera, verso le attuali forme più diffuse di cristianesimo quando l’autore tratta dell’incompletezza di questa vittoria e delle controversie dottrinali e dogmatiche che da sempre hanno caratterizzato la religione cristiana, fino ai nostri giorni; degli episodi e degli atteggiamenti di intolleranza verso le altre forme religiose; della curiosità crescente da parte delle persone verso le varie forme di cristianesimo nei secoli; infine, del “senso di perdita” che molte di loro provano al giorno d’oggi pensando che l’ortodossia (intesa come cristianesimo cattolico) abbia cancellato - o tenti di farlo - molti pensieri alternativi, anch’essi ritenuti da Ehrman come un patrimonio delle “nostre storie religiose”.


 
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