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Recensione: Ángel Sáenz-Badillos, Storia della lingua ebraica
Messo in linea il giorno Mercoledì, 04 luglio 2007
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Ángel Sáenz-Badillos, Storia della lingua ebraica

Ángel Sáenz-Badillos, Storia della lingua ebraica, Brescia, Paideia, 2007, traduzione di Piero Capelli; edizione originale (non aggiornata) Historia de la lengua hebrea, Sabadell, Ausa, 1988.

Recensione a cura di Andrea Nicolotti.



 

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Ángel Sáenz-Badillos insegna Lingua e Letteratura Ebraica all’Università Complutense di Madrid. In più di trent’anni si è occupato di filologia e poesia ebraica in Spagna, di letteratura sefardita, della traduzione dei Settanta e di storia della lingua ebraica. Ma l’opera che lo ha reso più famoso è la sua Historia de la lengua hebrea, pubblicata in spagnolo nel 1988 e subito definita “senza alcun dubbio la più completa ed aggiornata storia della lingua ebraica mai scritta” (Nicholas de Lange, Università di Cambridge). Del volume era già uscita nel 1993 una traduzione inglese aumentata (A History of the Hebrew Language); quest’edizione italiana è stata a sua volta rivista dall’autore. Ciò che ne risulta, quindi, è un’opera in parte nuova.

Il capitolo I costituisce un'introduzione generale alla lingua ebraica, la quale fa parte di quel ceppo di lingue che dal secolo XVIII è stato chiamato semitico; l'autore si sofferma sulle teorie proposte dagli studiosi riguardo alle possibili origini dei semiti antichi (la cui lingua sarebbe stato un protosemitico) e ai diversi criteri di classificazione e caratterizzazione delle lingue semitiche, oggetto di continua revisione a causa delle nuove scoperte.

Nel capitolo II viene descritto il gruppo delle lingue semitiche nordoccidentali, alle quali appartiene l'ebraico, tra cui si ricordano l'amorreo, l'ugaritico, il fenicio, l'ammonitico, l'edomitico e il moabitico; l'ebraico viene quindi paragonato a queste altre lingue, mettendone in luce i tratti in comune.

L'ebraico ha una storia lunga tremila anni; i mutamenti che hanno investito il suo lessico durante i secoli non ne hanno modificato la particolare struttura morfologica, fonologica e sintattica. Sáenz-Badillos adotta una suddivisione pratica in quattro fasi storiche: ebraico biblico, ebraico rabbinico, ebraico medievale ed ebraico moderno. A sua volta l'ebraico biblico può essere suddiviso in diverse fasi linguistiche, ed il capitolo III è dedicato alla fase pre-esilica (prima della caduta di Gerusalemme del 587 a.C.): tra i testi che meglio riflettono l'ebraico arcaico vanno ricordati innanzitutto alcuni passaggi poetici della Bibbia ed il materiale epigrafico.

Il IV capitolo tratta dell'ebraico biblico nelle sue diverse tradizioni. La storia dell'ebraico classico è inseparabilmente connessa alla storia della trasmissione della Bibbia, il cui testo consonantico venne stabilizzato intorno alla fine del I - inizio del II secolo d.C., mettendo fine ad un periodo di diversità testuale, causato dalla circolazione di una molteplicità di testi locali o in uso presso diversi gruppi religiosi. Dal X secolo d.C. in poi uno dei sistemi di accentazione e vocalizzazione del testo - quello di Tiberiade, elaborato dalla famiglia dei masoreti Ben Asher - finì per diffondersi in tutto il mondo ebraico. Ci sono però chiare testimonianze di altre tradizioni concorrenziali, principalmente quella palestinese e quella babilonese. Le antiche trascrizioni greche e latine di termini ebraici possono a loro volta darci importanti informazioni sulla pronuncia premasoretica. 

Il V capitolo è dedicato all'ebraico nel periodo post-esilico del secondo Tempio. L'aramaico era diventata la lingua della comunicazione, benché fosse in uso contemporaneamente una forma recente di ebraico biblico, adoperato nelle Scritture con un evidente quanto ricercato carattere arcaico. In alcuni libri della Bibbia predomina l'intento di riprodurre fedelmente l'antica lingua, in altri le tracce dell'idioma colloquiale che avrebbe dato origine all'ebraico rabbinico sono più profonde; la scoperta dei manoscritti di Qumran ci ha fornito un esempio di ebraico sostanzialmente biblico in una fase recente di sviluppo, influenzato dalla lingua parlata. Dalla seconda metà del II secolo a.C., poi, si può parlare di una tradizione specificamente samaritana dell'ebraico, che ha dato origine ad un Pentateuco che mostra frequenti differenze rispetto al testo normativo.

Nel capitolo VI è la volta dell'ebraico rabbinico, lingua per lungo tempo trascurata dai grammatici che lo disdegnavano in favore dell'ebraico biblico. Sáenz-Badillos ricostruisce la storia degli studi di questa lingua, per molto tempo ritenuta una lingua artificiale, una creazione scolastica sviluppata dai rabbi ricorrendo a componenti dell'ebraico biblico e dell'aramaico, oggi invece considerata un dialetto vernacolare naturale e vivente, sviluppatosi in modo graduale e regolare a partire dall'ebraico biblico ed oggi testimoniato dalla documentazione diretta di alcuni manoscritti antichi recentemente scoperti (ad esempio il Rotolo di Rame e le Lettere di Bar Kokba). Essa fu adoperata dai rabbi a partire dal II secolo a.C. per l'insegnamento e la trasmissione della dottrina, e probabilmente fu essa ad essere qualificata da parte di alcuni abitanti di Qumran come lingua blasfema e incirconcisa. Difficile sapere quale fosse la reale conoscenza e l'uso pratico di ebraico biblico, ebraico rabbinico, aramaico e greco nell'epoca del tardo secondo Tempio; con la rivolta del 135 d.C. e la dispersione della popolazione della Giudea l'aramaico parlato e l'ebraico rabbinico scritto prevalsero ampiamente e relegarono l'ebraico rabbinico nel novero delle lingue letterarie. Cercare oggi di ricostruire le forme antiche ed originarie dell'ebraico rabbinico non è compito facile, perché i testi vennero molto spesso modificati più o meno consapevolmente sotto l'influsso dell'ebraico biblico e della vocalizzazione tiberiense. Salta subito agli occhi di un lettore italiano l'importanza che per gli studiosi di ebraico rabbinico riveste tuttora la collezione di manoscritti, unica nel suo genere, realizzata dall'orientalista canavesano Giovanni Battista Bernando De Rossi e conservata a Parma.

Ad un certo punto, durante il VI o il VII secolo, si ebbe un primo movimento verso la rivitalizzazione dell'ebraico, che può essere ritenuto come l'inizio dell'ebraico medievale, cui è dedicato il capitolo VII dell'opera. Anche se gli ebrei della diaspora avevano adottato le lingue dei paesi in cui si erano stabiliti, ci sono testimonianze di una permanenza dell'uso della lingua ebraica nella vita quotidiana. L'ebraico medievale non è una lingua o un sistema linguistico paragonabile a quello biblico o rabbinico, e non possedeva una vitalità sufficiente a svilupparsi in un sistema più o meno completo e omogeneo. Tra le diverse opere in ebraico medievale vi sono molte differenze, ma non abbastanza per poter parlare di diversi dialetti, perché l'ebraico medievale non fu mai una lingua quanto piuttosto una reviviscenza di usi e tradizioni linguistiche antecedenti. In questa rinascita giocarono un ruolo assai importante gli studi linguistici e filologici, nati in Oriente e sviluppatisi sorprendentemente in Andalusia nel corso del X e XI secolo. Gli studiosi hanno suddiviso in tre le aree di manifestazione dell'ebraico medievale, in prosa ma soprattutto in poesia: quella orientale, quella occidentale e quella centro-europea o ashkenazita. Iil medioevo della lingua ebraica si può dichiarare concluso solamente nella seconda metà del XVIII secolo. Sáenz-Badillos si sofferma specificamente sulla lingua dei piyyut, di Se'adyah Gaìon, dei poeti e prosatori ebrei spagnoli, italiani ed europei in generale.

L'ultimo capitolo è dedicato all'ebraico moderno. A partire dal XVI secolo si hanno i primi segnali di un cambiamento linguistico, sui quali ebbe un effetto dirompente l’opera dei puristi dell'illuminismo ebraico (haśkalah) che consideravano con disdegno l'ebraico rabbinico e l'ebraico medievale, accusandolo di corruzione ed inadeguatezza. La maggior parte di essi si batté per la restituzione di una forma pura di ebraico biblico, in certi casi preferendo ampollosi giri di parole nel disperato tentativo di non allontanarsi dal limitato lessico biblico, piuttosto che cedere alla creazione di neologismi. Alla fine del secolo XIX il progetto di un nuovo stanziamento in Palestina venne accompagnato dall'insistenza sulla necessarietà di ristabilire l'ebraico come unica lingua parlata. Vennero affrontate questioni urgenti di natura fonologica, ortografica, morfologica e sintattica, e si cercò una soluzione al problema dell’introduzione di nuove parole, molte delle quali in realtà non entrarono mai nell'uso. In seguito alla creazione dello Stato di Israele nel 1948 l'ebraico venne confermato come lingua principale della nazione. Dopo un periodo di discussione l'ebraico biblico con il sistema di vocalizzazione tiberiense venne accettato come base della nuova lingua, ma non si disegnarono apporti dell'ebraico rabbinico. Nel lessico vennero pian piano inclusi elementi tratti dall'aramaico, dall'arabo e dalle lingue non semitiche parlate dagli ebrei, al punto che alcuni hanno parlato di un alto grado di indoeuropeizzazione della lingua. Oggi l'ebraico moderno (o israeliano) è il felice risultato della rivitalizzazione di una lingua che, comunque, non aveva mai smesso di essere una lingua vivente.

Il volume si conclude con una nutrita bibliografia di 125 pagine, un indice analitico e un indice degli autori moderni citati. Va notato che l'autore domina perfettamente la letteratura secondaria, ed è un piacere riscontrare anche non pochi studi di autori italiani (soprattutto S. Moscati, G. Garbini, B. Chiesa). Una ricchezza, giacché ci si è purtroppo abituati da tempo ad una produzione scientifica straniera che disconosce completamente la letteratura non prodotta nella propria lingua madre o limitata a titoli in inglese, tedesco o francese.

L'opera di Ángel Sáenz-Badillos è consigliabile a chiunque desideri un serio approccio alla storia della lingua ebraica in tutte le epoche del suo svolgimento. Pur essendo abbastanza accessibile anche al lettore non specialista, specialmente nelle parti più discorsive, il libro abbonda di argomentazioni dal carattere abbastanza tecnico: di ciò sono prova le numerose pagine dedicate alla morfologia, alla sintassi, al lessico, all'ortografia, alla fonetica e alla fonologia di ciascuno dei periodi linguistici presi in esame. La lettura di queste parti necessita, quindi, di una conoscenza delle basi grammaticali dell'ebraico; è lodevole però che l'autore abbia sempre fornito, accanto alla grafia ebraica delle parole, la traduzione e la traslitterazione in caratteri latini. Un simile lavoro meritava davvero di essere affidato ad un traduttore italiano più che competente: Piero Capelli, docente di ebraico all'università Ca' Foscari di Venezia.


 
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