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Documento: La distruzione di Gerusalemme dell'anno 70
Messo in linea il giorno Domenica, 02 settembre 2007
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La distruzione di Gerusalemme dell'anno 70

Di Giuseppe Ricciotti

Una avvincente ricostruzione degli ultimi giorni della Città santa che  portarono della distruzione del suo Tempio da parte dell'imperatore romano Tito nell'anno 70 d.C.



Già pubblicato in La Bibbia e le scoperte moderne, Firenze, Sansoni, 1958, pp. 83-129.

Sommario

  1. La distruzione di Gerusalemme dell'anno 70
  2. La congiura dei sicari
  3. Discordie fra i giudei
  4. Conquista della Galilea
  5. Le stragi in Gerusalemme
  6. Il trono dei Cesari oscilla
  7. La fame
  8. L'agonia di Gerusalemme
  9. L'incendio del tempio ebraico

LA DISTRUZIONE DI GERUSALEMME DELL’ANNO 70

La distruzione che Tito fece di Gerusalemme è nell'antichità uno degli avvenimenti più tragici in sé e più ricchi di conseguenze storiche. Nel campo religioso la distruzione dell'unico “tempio” ebraico sembrò segnare visibilmente il distacco definitivo del cristianesimo dall'ebraismo; nel campo politico, la dispersione della nazione ebraica nell'Impero romano e fuori di esso iniziò quelle vicende che si sono prolungate fino ad oggi, come dimostrano anche i fatti della Palestina di questi ultimi anni.

L'ingerenza diretta di Roma in Palestina era cominciata già alla morte di Erode il Grande (anno 750 di Roma, 4 a.C.) e andò sempre più aumentando, man mano che scomparivano i figli ed eredi di Erode; alla fine tutta la regione passò sotto il governo diretto di Roma, rappresentata sul posto da un procurator residente a Cesarea marittima.

Il governo dei procuratori fu, a seconda delle persone, talvolta buono o anche ottimo, talvolta pessimo specialmente negli ultimi tempi quando l’insofferenza dei governati aumentava sempre più; ma nel complesso le condizioni del paese non peggiorarono in confronto con i tempi del governo tirannico di Erode il Grande, tanto più che il nome di Roma era una garanzia di protezione e sicurezza di fronte alle popolazioni circonvicine. Anche sotto l'aspetto religioso Roma, secondo il suo solito, portò reverenza ai riti e costumanze locali, anche nelle manifestazioni più strane per un Romano e più imbarazzanti per un governatore: alcune gravi violazioni a questa reverenza, come ai tempi dello squilibrato Caligola o del tracotante Ponzio Pilato, furono subito sconfessate e riparate.

Tuttavia il fuoco covava sotto la cenere, ed era un fuoco nazionalistico-religioso. Fin da quando fu compiuto il primo censimento della regione, che doveva fornire la base amministrativa al nuovo governo romano, avvennero gravissimi disordini per opera specialmente di Giuda il Galileo: questi insorti si opponevano al censimento sia per una ragione politica, perché la loro nazione doveva godere di un'assoluta indipendenza, sia per una ragione religiosa, perché la nazione sacra del Dio Jahvé “non riconosceva padroni mortali dopo Dio”[1], mentre il censimento eseguito dai Romani dimostrava la sudditanza a questi pagani. Per allora la sollevazione di Giuda il Galileo fu domata a viva forza dai Romani, Giuda finì ucciso e i suoi seguaci si dispersero; ma la vittoria fu solo superficiale, perché il fuoco della rivolta seguitò a bruciare, nascostamente o apertamente, per più d'un secolo fino ad Adriano. La massima parte degli insorti seguiva la corrente dei Farisei, che insisteva sulla minuziosa osservanza della Legge ebraica, a differenza della corrente dei Sadducei ch'era di tipo liberale; ma dopo il fallimento della insurrezione i debellati non abbandonarono la partita, bensì costituirono in seno al Fariseismo un nuovo raggruppamento che mirava soprattutto all'azione: fu il raggruppamento degli Zeloti, ossia zelatori pratici, attivi, della causa religioso-nazionalista. A quale scopo (pensavano essi) enunziare vasti programmi d'integrità nazionale e di purità religiosa, se tutto poi si esauriva in discussioni astratte e si curvava il dorso a pagani stranieri?


[1] Flavio Giuseppe, Guerra giudaica, II, 118.




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