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Recensione: Adolf von Harnack, Marcione
Messo in linea il giorno Sabato, 06 ottobre 2007
Pagina: 1/1


Adolf von Harnack, Marcione

Adolf von Harnack, Marcione. Il Vangelo del Dio straniero. Una monografia sulla storia dei fondamenti della Chiesa cattolica, Genova - Milano, Marietti, 2007, traduzione di Federico Dal Bo; edizione originale Marcion. Das Evangelium vom Fremden Gott, Leipzig, Hinrichs, 19242.

Recensione a cura di Luigi Walt.



 

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A più di ottant’anni dalla sua pubblicazione, è finalmente disponibile per il lettore un’opera fondamentale del teologo luterano Adolf von Harnack, Marcione. L’originale apparve in Germania nel 1921 e in una seconda edizione nel 1924, seguito dai Neuen Studien zu Marcion (che non sono stati tradotti). La traduzione italiana è importante per almeno tre motivi:

a) il valore storico-critico del saggio, che resta a tutt’oggi un punto di riferimento insostituibile, per lo studio della vita e del pensiero di questa grande figura “eretica” del cristianesimo antico; la versione italiana, pure a così grande distanza di tempo, colma una grossa lacuna editoriale, così com’è accaduto per altri testi dello stesso periodo che hanno avuto un’influenza decisiva anche al di là del proprio ambito specialistico (potremmo citare Letteratura europea e Medioevo latino di E.R. Curtius, o Dio ignoto di E. Norden, entrambi tradotti in italiano con notevole ritardo);

b) la presentazione del volume all’interno di una collana di teologia politica, “Kairos” (diretta da R. Panattoni e G. Solla), accanto a testi di Ernst Kantorowicz, Hannah Arendt o Franz Rosenzweig, che rende ragione dell’intentio profundior dell’autore: Harnack non voleva semplicemente fare opera di erudizione storiografica, ma lanciare un preciso messaggio di natura teologico-filosofica (cosa sottolineata da alcune scelte del traduttore, che segnala tra parentesi la presenza di termini filosoficamente rilevanti, come l’hegeliano Aufhebung e i suoi derivati);

c) l’attualità dell’autore, ma anche del suo oggetto di ricerca; Harnack è stato recentemente citato da Benedetto XVI, nell’ormai celebre discorso di Ratisbona, come esempio – solo apparentemente paradossale – di “de-ellenizzazione” del cristianesimo.

Ma chi era Marcione? Morto all’incirca nel 160 d.C., originario di Sinope (nel Ponto, regione all’estremo nord della penisola anatolica), Marcione fu attivo a Roma, nella prima metà del secondo secolo. Alcune fonti ce lo presentano come di origine ebraica, ma la notizia è oggi messa in discussione. Giunto nell’Urbe, entrò forse in contatto con i circoli dello gnostico Valentino, anche se difficilmente la sua teologia può essere assimilata allo gnosticismo. Venne espulso dalla comunità romana attorno al 144.

Testimonianze su Marcione, tra le quali ampi estratti di una sua opera chiamata Antitesi, ci sono giunte grazie a quei padri della Chiesa che polemizzarono con lui e con i suoi seguaci: ne parlarono fra gli altri Tertulliano (che gli dedicò l’Adversus Marcionem), Ireneo di Lione (alcuni capitoli dell’Adversus haereses) ed Epifanio di Salamina (Panarion, cap. 42). Grazie a loro, apprendiamo che il sistema religioso di Marcione si presentava come una sorta di paolinismo radicale. Lo stesso Harnack suggerisce un paragone: «gli oppositori di Diogene l’avevano soprannominato “Socrate impazzito”: ebbene, potemmo pensare qualcosa di simile a proposito del rapporto tra Marcione e Paolo».

Alla base delle sue concezioni, c’era una violenta opposizione fra il Dio dell’Antico Testamento (e dunque della creazione e della Legge ebraica) e il Dio del Nuovo Testamento (e dunque della redenzione e del Vangelo). Marcione rifiutava il culto del primo, considerandolo un demiurgo malvagio, e propugnava la devozione al secondo, il “Dio straniero”, apparso in forma umana come Cristo. Il “Dio straniero” non condannava soltanto il mondo e la carne, in quanto creati dal demiurgo, ma anche la Legge mosaica, e con essa l’intero contenuto delle Scritture ebraiche.

Marcione fu il primo, pare, a selezionare un canone di testi cristiani. Questo canone comprendeva soltanto alcune lettere dell’apostolo Paolo e il vangelo di Luca, adeguatamente mutilati di alcuni passi, come scherzava Tertulliano: «Chi è tanto topo del Ponto, roditore, come colui che ha rosicchiato i vangeli?» (Adv. Marc. 1,1,5). A questi, venne aggiunto il testo citato delle Antitesi, che in realtà doveva presentarsi come una semplice raccolta di proposizioni di natura esegetica o teologica.

La personalità di Marcione, infatti, è innanzitutto quella di un biblista ante litteram: come teologo, le sue conclusioni non furono prive di contraddizioni; come esegeta, si distinse per l’approccio fortemente razionalista, segnatamente nei confronti dell’Antico Testamento. A differenza dei primi cristiani, egli disdegnò l’impiego del metodo allegorico nell’interpretazione delle Scritture, così come il proposito di leggerle alla luce di Cristo. In tal senso, si può dire che Marcione non rifiutò mai la lettura delle Scritture ebraiche, che anzi dichiarava “veridiche” e “utili”: si limitò ad opporne il messaggio, interpretato sempre alla lettera, alla “novità assoluta” della rivelazione del Dio straniero, operata da Cristo. Pertanto, come puntualmente osservato da Harnack, «il cristianesimo di Marcione si rappresenta esclusivamente come religione del Libro. Per primo in tutta la cristianità, Marcione si richiama a due grandi raccolte di libri: ma non si appartengono a vicenda, bensì la seconda soppianta la prima».

L’attitudine esegetica di Marcione si fondava anche sull’assunto che il Vangelo annunciato da Paolo, e le sue stesse epistole, fossero stati falsificati in senso “giudaizzante”. Pertanto, egli si adoperò in un’opera di “restituzione”, ma diremmo meglio di “purificazione”, di quello che a parer suo doveva essere il testo originale, liberandolo da tutto ciò che non si accordasse alla propria personale visione. Le correzioni del vangelo di Luca e delle lettere paoline, approntate da Marcione stesso, furono quindi di tre tipi: aggiunte, cancellature e trasformazioni del testo.

Un esempio di aggiunta, piuttosto ingegnoso a onor del vero, è quello operato sul versetto iniziale della lettera ai Galati, documento che era posto in apertura al canone marcionita: Paolo, apostolo… per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha resuscitato dai morti. Scrive Harnack: «Marcione cancella l’espressione “e di Dio Padre” che compare dopo l’espressione “di Gesù Cristo”: in questo modo, intende sostenere che Gesù è resuscitato da sé. Proprio questo gli deve essere sembrato piuttosto opportuno a proposito della sua concezione del rapporto del Padre con il Figlio, formulata in termini vicini al modalismo. La correzione è piuttosto interessante perché prende come punto di partenza una difficoltà testuale esistente» (p. 60).

Un esempio di cancellatura, invece, è rappresentato dall’eliminazione di una lunga sezione della lettera ai Romani, laddove si parla dell’Alleanza d’Israele (capp. 9-11), cosa peraltro abbastanza prevedibile.

Un esempio di autentica trasformazione del testo, infine, si può trovare leggendo Luca 16,17: È più facile che abbiano fine il cielo e la terra, anziché cada un solo trattino della legge, dove l’espressione “della legge” viene tendenziosamente sostituita con “delle mie parole” (di Gesù).

È sintomatico, e non mancherà di far riflettere, il fatto che Marcione non si sia richiamato ad alcuna tradizione segreta, com’era tipico degli ambienti gnostici, né a rivelazioni personali o a fonti “apocrife”: il suo fu un metodo, per così dire, esclusivamente “storico-dogmatico”. Scavò nel testo con l’intenzione di restituirne il senso “più vero”: fu una specie di «settario filologicamente corretto» (o che, almeno, pretendeva di esserlo). Il teologo novecentesco vi vide l’alfiere di una Privatreligion, di un’essenza irriducibile e scandalosa (perché in anticipo sui tempi) del cristianesimo: e finì inevitabilmente col sovrapporsi a lui.

Questo lo si capisce soprattutto nelle ultime pagine del saggio, quando si legge che «la tesi che verrà argomentata in seguito suona così: rigettare l’Antico Testamento nel II secolo fu un errore che la Grande Chiesa giustamente evitò. Conservarlo nel XVI secolo fu una fatalità a cui il Riformatore [Lutero] non fu capace di sottrarsi. Ma continuare a conservarlo nel XIX secolo, come documento canonico nel Protestantesimo, è la conseguenza di una paralisi religiosa ed ecclesiastica». Una tesi audace, non priva di forzature – dato che fu proprio il mondo riformato a conferire storicamente e teologicamente un ruolo di primaria importanza all’Antico Testamento – , ma che evidentemente nascondeva anche altro.

Perché Harnack, potremmo dire, fu “marcionita” anche nel metodo. Ad esempio, quando nelle prime pagine del testo stigmatizza una celebre affermazione di Agostino, Evangelio non crederem, nisi me catholicae Ecclesiae commoveret auctoritas (“Non crederei al Vangelo, se non mi convincesse l’autorità della Chiesa cattolica”), egli non riporta correttamente la frase, ma vi sostituisce catholicae Ecclesiae con Veteris Testamenti. Si tratta di un “aggiustamento” in piena regola, da “moderno marcionita”, che ci fa comprendere quale fosse, tacitamente, il suo reale bersaglio polemico.

Il volume reca una prefazione di Pier Angelo Carozzi e un breve saggio di Ioan Petru Couliano, L’abolizione della legge e del padre reale: Marcione di Sinope (già apparso ne I miti dei dualismi occidentali. Dai sistemi gnostici al mondo moderno, trad. it. Jaca Book, Milano 1989, pp. 175-191). È un peccato che il curatore non abbia corredato il testo di un apparato di indici, approntato nell’edizione originale dallo stesso Harnack.


 
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