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Recensione: Larry Hurtado, Signore Gesù Cristo
Messo in linea il giorno Sabato, 05 gennaio 2008
Pagina: 1/1


Larry Hurtado, Signore Gesù Cristo

Larry W. Hurtado, Signore Gesù Cristo. La venerazione di Gesù nel cristianesimo più antico, Brescia, Paideia, 2006, 2 voll., traduzione di Angelo Fracchia, revisione di Antonio Zani; titolo originale Lord Jesus Christ. Devotion to Jesus in Earliest Christianity, Eerdmans, Grand Rapids, 2003.

Recensione a cura di Andrea Nicolotti.



 

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Larry W. Hurtado è professore di lingua, letteratura e teologia del Nuovo Testamento e direttore del Centro per lo studio delle origini cristiane all'Università scozzese di Edinburgo. La voluminosa opera di cui si presenta ora la traduzione italiana è ben nota agli specialisti; in ambiente anglosassone le tesi dell'autore hanno anche potuto raggiungere un pubblico più ampio grazie alla pubblicazione, avvenuta nel 2005, di una sintesi più maneggevole (How on Earth Did Jesus Become a God? Historical Questions about Earliest Devotion to Jesus) pubblicata dal medesimo editore e di prossima traduzione italiana per i tipi di Paideia.

Nella premessa l'autore stesso indica lo scopo della sua ricerca: "Questa non è una cristologia del Nuovo Testamento, né una storia del primo cristianesimo né una storia delle dottrine cristiane antiche. È uno studio storico sulle convinzioni e le prassi religiose in cui nel primo cristianesimo si espresse la venerazione di Gesù come figura divina, che si occupa della funzione della figura di Gesù nella vita e nel pensiero religioso dei primi cristiani" (p. 9). Si tratta di una risposta, a quasi un secolo di distanza, al classico Kyrios Christos. Geschichte des Christusglaubens von den Anfangen des Christentums bis Irenaeus di Wilhelm Bousset (1865-1920). La scelta di evitare il termine "cristologia" in favore del più generico "venerazione" (che sta per l'originale inglese "devotion") è indice della volontà di indagare non solamente le dottrine, ma anche quelle espressioni di religiosità meno evidenti e solitamente tralasciate (ad esempio, l'uso dei nomina sacra nei manoscritti, ai quali Hurtado ha recentemente dedicato uno studio: The Earliest Christian Artifacts: Manuscripts and Christian Origins, 2006).

Hurtado parte da due grandi prospettive particolarmente importanti, rispetto alle quali si mostra in disaccordo: la prospettiva diffusa tra i semplici credenti e tra alcuni acritici apologeti, e quella storico-religiosa. La prima si limita a considerare la fede dei primi cristiani nella divinità di Gesù quale naturale conseguenza delle prove della propria divinità che Gesù stesso avrebbe mostrato durante la sua vita terrena; la seconda, incarnata soprattutto dalla autorevole scuola di storia delle religioni (religionsgeschichtliche Schule) che ebbe il suo massimo splendore tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, si studiò di dimostrare che l'emergenza della venerazione di Cristo come figura divina fu in sostanza un semplice processo di sincretismo religioso, frutto dell'influenza della religione "pagana" sul primitivo e puro cristianesimo "palestinese", il quale non avrebbe potuto accettare la divinizzazione di un uomo. Sia la prospettiva ingenua sia quella storico-religiosa tradizionale, secondo Hurtado, sono in errore quando cercano di dare una spiegazione semplicistica e meccanica a un fenomeno straordinario, esito di un complesso di forze e di fattori storici molteplici. Egli si vede costretto a lottare contro il persistere di alcuni presupposti della scuola di storia delle religioni, che continuerebbero a influenzare gli studiosi contemporanei. Le soluzioni da lui prospettate, in effetti, vanno in un senso differente. Egli ritiene che nel primo ventennio di vita del movimento cristiano (cioè tra il 30 e il 50 d.C.) Gesù fosse già oggetto di una venerazione religiosa e fosse già apertamente associato a Dio; non si sarebbe trattato di uno sviluppo lento, bensì di un'esplosione quasi improvvisa, che non può essere circoscritta in una fase secondaria degli sviluppi religiosi né si può sufficientemente spiegare come effetto di forze esterne. Anche se il movimento cristiano non rimase totalmente chiuso in se stesso ma fece proprie molte categorie concettuali e tradizioni religiose eterogenee, la sua venerazione di Gesù non fu il risultato di uno sviluppo tardivo, ma una caratteristica presente fin dall'inizio. Questa venerazione non ha analogie né precedenti sufficienti a spiegarla, in quanto si espresse in un modo inaspettato. La devozione espressa nei confronti di Gesù, che comportò il culto di Gesù come essere divino, si presenta come una trasformazione senza precedenti della prassi monoteistica tipica della matrice religiosa giudaica, soprattutto in quei gruppi di cristiani che concorsero a formare quello che divenne il filone principale del cristianesimo; in questo senso vanno intesi tutti gli sforzi teologici di chiarire e comprendere il rapporto che poteva intercorrere tra Gesù e l'unico Dio delle Scritture giudaiche.

Hurtado ritiene di poter eliminare del tutto una spiegazione di tipo evoluzionistico-sincretistico della venerazione di Gesù, adducendo motivazioni di tipo temporale (il fenomeno sorse rapidamente), quantitativo (il fenomeno non fu limitato a gruppi ristretti, ma si diffuse largamente e con rapidità), analogico (non esistono nel mondo romano esempi di movimenti religiosi che passarono da una tradizione di monoteismo esclusivo all'accettazione di un culto di una seconda figura) e qualitativo (questa venerazione fu un tema centrale dei primi gruppi cristiani).

Contro il parere di Bousset, la cristologia primitiva non si limitava a identificare Gesù con un redentore celeste futuro, invocato con il titolo di "figlio dell'uomo"; il titolo di kyrios (Signore) non costituisce un'innovazione cristologica dovuta ai cristiani ellenizzati, tratta dai culti pagani, ma era già usuale all'interno della vita devozionale delle cerchie cristiane giudaiche; infine, l'argomento della figliolanza divina di Gesù nelle concezioni religiose di Paolo di Tarso non nasce dall'ambiente religioso pagano, dove i figli degli dèi erano venerati come esseri divini, ma va spiegato alla luce della tradizione biblica e giudaica, dove il lessico della figliolanza divina connotava un favore e un rapporto particolare con Dio e non poteva servire come connotazione della natura divina di Gesù. Naturalmente non possono più essere condivise le semplicistiche distinzioni tra mondo palestinese e ellenistico, che erano funzionali alla redazione di uno schema stratigrafico dell’evolversi della cristologia.

Hurtado ritiene che qualsiasi considerazione sulla prima venerazione di Cristo debba confrontarsi con la prospettiva monoteista del giudaismo, nell'ambito del quale scaturì il movimento cristiano; questo monoteismo ebbe una funzione primaria nella costituzione della venerazione di Cristo, soprattutto in quei gruppi cristiani noti dal Nuovo Testamento che stanno all'origine di quello che divenne il cristianesimo a noi familiare. L'insistenza sul monoteismo, egli ritiene, si era rafforzata in seguito ai numerosi contatti che i giudei ebbero con l'ambiente religioso politeistico del vicino oriente (diversamente da quanto pensava Bousset, che parlava di un indebolimento); neppure le figure angeliche e i grandi protagonisti umani della Bibbia non poterono mai meritare di essere fatti oggetto di venerazione cultuale. Nell'accettare una venerazione cultuale di Gesù il monoteismo giudaico non aveva rotto con la propria tradizione, bensì l'aveva allungata, piegata senza spezzarla: ne è un esempio l'atteggiamento di Paolo, fortemente ostile al politeismo ma allo stesso tempo tutto impegnato nel tributare un culto al Signore. I modelli devozionali rispecchiati dal Nuovo Testamento contengono una forte affermazione di un monoteismo esclusivo e, contemporaneamente, l'accoglimento di Cristo accanto a Dio come destinatario legittimo di venerazione cultuale. Gesù non divenne una nuova divinità, ma contribuì a formare una forma di monoteismo che Hurtado chiama "binitaria": due figure distinguibili (Dio e Gesù) che stanno in un rapporto reciproco stretto.

Il solo fattore plausibile che possa rendere ragione del ruolo centrale svolto dalla figura di Gesù nel primo cristianesimo sono, secondo l'autore, gli effetti e l'importanza che il ministero di Gesù ebbe per i suoi seguaci. Le fonti evangeliche forniscono un esempio autentico delle opinioni che si nutrivano nei suoi confronti; altre opinioni probabilmente sono andate perse, ma è indubbio che alla persona di Gesù fu tributata una particolare importanza da parte dei suoi seguaci. Questo non è attribuibile esclusivamente agli insegnamenti e alle azioni di Gesù, ma anche a esperienze religiose da loro vissute e raccontate, ma purtroppo troppo spesso sottovalutate dalla critica moderna: queste esperienze religiose di natura rivelativa ebbero la forza di mettere in discussione verità teologiche predominanti e di spingere i loro destinatari a innovare la propria religiosità. Il contenuto di queste esperienze sarebbe stato incentrato sulla figura di Gesù, liberato dalla morte, innalzato da Dio a una nuova forma gloriosa di esistenza e a capo del progetto divino di redenzione; le esperienze implicavano elementi in grado di convincere i beneficiari che Gesù era stato rivestito di una gloria di tipo divino e viveva in una condizione celeste particolare. Solo questo tipo di esperienza (visioni del Cristo esaltato, espressioni in forma di oracolo profetico o cantico ispirato, esegesi carismatica dei testi biblici) poté convincere dei giudei osservanti e rigidamente monoteisti a sentirsi liberi di tributare a Cristo una venerazione cultuale senza precedenti.

I primi cristiani tentarono di rendere gradite le loro concezioni e pratiche religiose e si lasciarono influenzare - com'è naturale - dall'ambiente religioso di epoca romana, ma senza che il fenomeno possa essere descritto nel quadro di una acritica appropriazione; dall'altro lato, le ostilità soprattutto di parte giudaica giocarono un ruolo importante nell'orientare i cristiani a rafforzare la loro venerazione di Cristo e a farne il proprio elemento più caratteristico, in un processo di consapevole autodeterminazione.

Hurtado inizia l'esame delle fonti sulla venerazione di Gesù dalle lettere Paoline, i testi più antichi che si riferiscono al cristianesimo antico. Egli molto prudentemente evita di basarsi su ipotetiche e vagamente ricostruibili fonti dei Vangeli che alcuni critici considerano anteriori agli scritti paolini, preferendo fidarsi di una testimonianza integralmente pervenuta e testualmente sicura. Paolo non fa parte dei convertiti della prima ora, ma dal momento della sua conversione sino alla scrittura delle lettere (tra il 33 e il 50 circa) ha potuto conoscere e frequentare l'ambiente cristiano direttamente risalente a Gesù: le sue lettere, indirizzate a cerchie cristiane già fondate ed attive negli anni '50, riprendono ed esprimono anche tradizioni di fede è pratica religiosa che provengono da anni precedenti. La venerazione di Cristo attestata dalle lettere di Paolo dimostra che un grande cambiamento era già accaduto all'interno del movimento cristiano, e contribuisce fortemente a promuoverne lo sviluppo. Paolo è l'esempio più perfetto del giudeo che continua a presentarsi come tale, pur riconoscendo la necessità che tutti i popoli obbediscano al vangelo e ricevano la salvezza mediante la fede in Gesù. Egli, come ogni convertito, è uno zelante difensore della nuova fede (che prima aveva perseguitato), e sente una forte spinta alla missione verso i gentili; quest'ultimo aspetto, cioè che i gentili dovessero essere affrancati sulla base della fede in Cristo, lo portò ad avere qualche scontro con altri esponenti del cristianesimo nascente: ma non è affatto evidente che nelle convinzioni riguardo a Cristo e nelle pratiche devozionali rispecchiate nelle sue lettere si possa rinvenire una deviazione significativa dalla tradizione cristiana generalmente condivisa, anche da parte di molti dei suoi detrattori.

Il cristianesimo "giudaita" costituito da cerchie di seguaci di Gesù situate nella Giudea/Palestina romana dei primissimi decenni ha lasciato echi all'interno delle lettere di Paolo e del libro degli Atti. Gesù era interpretato in larga misura secondo categorie bibliche: è erede di Davide, redentore regale messianico inviato da Dio. Egli occupava una posizione che va al di là di qualsiasi altra figura a lui paragonabile e che trascende le antiche nozioni giudaiche di messia; figlio e servo santo di Dio, viene costantemente invocato all'interno del culto, e questo è un carattere originario e precoce.

Hurtado successivamente si occupa della fonte Q. Egli non ritiene che essa fosse opera di una cerchia peculiare di seguaci di Gesù, portatrice di una fede considerevolmente diversa da quella espressa dalle altre fonti del primo secolo. Se Q fu composto da credenti ellenisti (ad esempio quei fedeli che negli Atti degli Apostoli sono associati alla figura di Stefano) ciò potrebbe spiegare come questo documento abbia potuto raccogliere così tante tradizioni su Gesù e abbia potuto ottenere, anche grazie alla lingua greca in cui era stato scritto, un'ampia diffusione. Q esprimerebbe il tipo di venerazione rivolta a Gesù che trova riscontro anche nell'altra documentazione fin qui esaminata, e questo spiega il fatto che il documento sia stato recepito integralmente anche nei vangeli di Matteo e Luca. Per coloro che si riconoscevano in questo testo l'importanza di Gesù è centrale, ed è rappresentata dall'uso dei titoli di "figlio dell'uomo", "Signore", "figlio di Dio" in una maniera che escluderebbe di pensare a quella che comunemente viene chiamata una "cristologia bassa".

L'autore prosegue la sua indagine valutando le testimonianze dei vangeli di Marco, Matteo e Luca, e prendendo in esame ogni titolo cristologico e ogni rappresentazione della figura di Gesù, soffermandosi in particolare sul concetto di " figlio dell'uomo": è un’espressione che non definisce una funzione o una figura già ufficializzata nelle cerchie e nelle tradizioni giudaiche precristiane, bensì un costrutto formulare fisso con un referente preciso, anzi esclusivo, nella persona di Gesù. Hurtado passa ad esaminare i racconti della natività, mostrandone lo stretto legame con la tradizione biblica e giudaica ed escludendo una dipendenza da tradizioni pagane o una pesante influenza dei cristiani gentili.

Passando alla tradizione giovannea, l'autore si preoccupa di rendere conto della corrente di studi che si è dedicata al tentativo di ricostruire la fisionomia dei credenti giovannei e le controversie religiose che li animavano, le quali probabilmente avevano condotto all'espulsione traumatica di cristiani giudei dalla comunità giudaica in generale. La condizione e le origini trascendenti di Gesù sono affermate apertamente dal significato importante che per Giovanni rivestono la preesistenza di Gesù e le sue origini celesti; Hurtado prende in esame tutti gli aspetti della cristologia giovannea, la figliolanza divina, la gloria di Dio, il nome, il rapporto con lo Spirito. Forse l'espulsione dei cristiani giudei giovannei, testimoniata anche dalle due epistole di Giovanni, fu causata dai contenuti di specifiche affermazioni teologiche pronunciate riguardo a Gesù.

In seguito vengono presi in considerazione gli altri scritti antichi su Gesù: i Vangeli giudeo-cristiani, il discusso Vangelo segreto di Marco, i frammenti papiracei, il Vangelo di Pietro, i Vangeli dell'infanzia, il Vangelo di Tommaso. A quest'ultimo Vangelo l'autore dedica maggiore spazio, in quanto esso sostiene la piena divinità di Gesù pur in mancanza di una teologia della redenzione. La principale differenza rispetto ai Vangeli canonici è il mancato ricorso al Dio dell'Antico Testamento e al monoteismo tipico della tradizione giudaica.

Passando all'apporto del II secolo, Hurtado si sofferma preliminarmente a confutare il quadro del cristianesimo antico preferito da alcuni studiosi, secondo il quale il predominio dell'ortodossia si spiegherebbe solo con un'imposizione tarda e forzata di un'unica versione del cristianesimo antico su una preesistente varietà più pura: l'ortodossia, in origine, sarebbe stata una versione minoritaria o secondaria nella maggior parte delle zone geografiche della prima diffusione del cristianesimo. È la riproposizione della teoria sviluppata da Walter Bauer nel 1934 con il suo libro su ortodossia ed eresia. Hurtado ritiene che nessuno strumento avrebbe potuto consentire l'imposizione dall'alto verso il basso di una versione di cristianesimo a scapito di altre, in quanto i vescovi venivano eletti dagli stessi fedeli e certamente non potevano essere accettati se portatori di una teologia minoritaria e innovativa. La vittoria dell'ortodossia è più facilmente spiegabile con un consenso, con una sua maggiore capacità di riscuotere l'approvazione della maggior parte dei fedeli.

Si passa dunque all'esame degli scritti valentiniani e dei codici di Nag Hammadi, per finire con la teologia di Marcione, visioni del cristianesimo che non riuscirono ad imporsi sull'ortodossia.

I cristiani proto-ortodossi, nel frattempo, si volgevano alle Scritture della tradizione giudaica per trovarvi strumenti di comprensione di Gesù, e si concentravano sui Vangeli nella loro quadruplice forma. Apparvero sulla scena diversi scritti cristiani che presentavano esperienze di rivelazione e di visione come base e modo per esprimere la venerazione di Gesù (Apocalisse, Ascensione di Isaia, Pastore di Erma); il culto di Gesù prevedeva inni e cantici, che le Odi di Salomone possono aiutarci ad immaginare nel loro contenuto. A ciò va aggiunta la perseverante preghiera (la Didaché ci fornisce qualche esempio) e la ripetuta ricerca del martirio. Un'espressione interessante della venerazione cristiana antica è il fenomeno dei nomina sacra, termini che venivano scritti in modo particolare dai copisti cristiani, senza dubbio perché si distinguessero visivamente dagli altri a mo’ di segno di venerazione: i nomi divini e i nomi legati alla figura di Gesù risultano ugualmente messi in evidenza. Nel contempo, la grande considerazione di cui Gesù godeva tra i suoi fedeli spinse a sviluppare una dottrina particolarmente importante per gli scrittori del II secolo, secondo la quale dopo la sua morte Gesù sarebbe disceso nel regno dei morti a proclamare la propria opera redentrice.

Con le lettere di Ignazio di Antiochia termina il periodo preso in esame dall'autore (30-170 circa). Quest'epoca fornì le convinzioni principali e anche i parametri di fede e di pratiche devozionale che configurarono gli sviluppi successivi della tradizione cristiana predominante.

L'autore lascia anche spazio ad alcune considerazioni di tipo teologico. La presenza della teologia all'interno di uno studio storico spesso è indice di una deprecabile mescolanza di piani di discussione. In questo caso, tuttavia, ritengo che essa abbia una sua ragion d'essere, in quanto ha il dichiarato scopo di denunciare un presupposto teologico condiviso da molti studiosi, anche se non dichiarato. La validità di una concezione religiosa può essere messa in discussione nel momento in cui la si possa descrivere come fenomeno autenticamente storico e risultato di fattori storicamente rintracciabili? In parole povere: nel momento in cui si spiegano storicamente la nascita e l'evoluzione della credenza nella divinità di Gesù, forse la fede dei cristiani risulta in pericolo? Hurtado fa giustamente notare come questo interrogativo sia sempre rimasto sullo sfondo: gli esponenti del pensiero precritico o anticritico potevano temere che il ricondurre la cristologia a uno sviluppo storico fosse un modo per minarne la caratteristica soprannaturale, mentre i critici storico-religiosi potevano ritenere che l'elemento divino ne risultasse in tal modo escluso. "Sino a oggi la storia della ricerca sulle origini cristiane è disseminata di tentativi di mettere questa o quella prospettiva storica al servizio di questo o quell'intento religioso" (p. 26). Hurtado espone la propria opinione: non ci sono motivi validi per pensare che la rivelazione divina non possa passare attraverso processi storici, geograficamente e culturalmente condizionati; anzi, il valore religioso di una convenzione cristologica non si affida necessariamente al tempo o ai modi della sua comparsa nella storia. L'autore ritiene che il culto di Cristo possa essere indagato secondo la metodologia storica, ma che tale indagine non possa né confutare né confermare il significato teologico della venerazione di Gesù. Inoltre, "quale forma di religiosità e di fede cristiana sia o debba essere preferita e possa essere predominante nel presente e nel futuro non sarà deciso da ciò che si pensa riguardo a quali forme fossero storicamente le più antiche e quali processi storici le abbiano generate" (p. 26). È un tema meritevole di discussione; va ammirata l'onestà dell'autore, il quale è ben consapevole dei presupposti che possono involontariamente influenzare l'andamento della propria ricerca storica, e considera la vera critica storica come autocritica: "essere consapevoli delle proprie motivazioni dei propri interessi, e critici nei confronti dei propri presupposti, forse in particolare di quelli che si propenderebbe a dare per scontati" (p. 25).

Una critica metodologica: l'autore adopera spesso la dicitura "Nuovo Testamento", e si sofferma ad analizzare la teologia in esso contenuta, operando talora una separazione concettuale tra ciò che sta e ciò che non sta al suo interno (ad esempio, alle pp. 60-62, 81-85 etc.). L'uso o meno di questa prospettiva non credo possa modificare le conclusioni dell'autore; ma occorrerebbe prestare maggiore attenzione al processo di formazione del canone del Nuovo Testamento, che nell'epoca storica in esame era ancora in costruzione e non può essere considerato come un dato di fatto senza alcune necessarie precisazioni.

Resta aperta una domanda: Gesù desiderava che fosse prestato a lui culto? Sapeva egli che le sue azioni avrebbero spinto i suoi seguaci a farlo? Ma per questo sarebbe necessario un altro libro.


 
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