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Documento: Il ritrovamento del Codex sinaiticus
Messo in linea il giorno Lunedì, 07 gennaio 2008
Pagina: 1/1


Il ritrovamento del Codex sinaiticus

Di Giuseppe Ricciotti

Il racconto del fortunoso ritrovamento del codex sinaiticus è esempio di una delle tante avventure vissute dai filologi e dai “cacciatori di manoscritti”, alla ricerca delle fonti della nostra storia.



Il ritrovamento del Codex sinaiticus

Il monasteroII Codex Sinaiticus ha una storia romanzesca. Fino al 1844 nessuno sapeva della sua esistenza, ed esso dormiva i suoi sonni indisturbati, ricoperto da un denso strato di polvere, in un confuso e negletto deposito di pergamene e carte, cioè nella biblioteca del celebre monastero greco-ortodosso di S. Caterina alle falde del Sinai, il biblico monte di Mosè. I vecchi monaci di quel tempo non sospettavano neppur lontanamente quale tesoro di antichi monumenti letterari fosse contenuto nei vari rotoli membranacei o cartacei, che stavano affastellati in quel deposito; giacevano là da secoli, quei rotoli, nessuno li consultava e non servivano a nessuno. Cosicché un giorno pensarono bene i monaci a farli servire in qualche modo. Sulla porta di quella biblioteca sta scritta in greco la riflessione salomonica: Vanità di vanità, e tutto è vanità. Probabilmente da questo aforisma i monaci presero l'idea di utilizzare in maniera corrispondente l'enorme materiale che stava là senza alcun profitto. La vanità è, notoriamente, simboleggiata dal fumo; il fumo si ottiene dal fuoco, con cui cuociamo le vivande e facciamo altre cose utili: perciò i monaci, seguendo l'ammonimento dell'aforisma, cominciarono a utilizzare per il fuoco delle loro cucine le oziose pergamene della biblioteca.

Per fortuna, lo scempio non sembra che durasse a lungo. Nella primavera del 1844 il grandissimo paleografo e ricercatore di codici, Constantin von Tischendorf, capitò al monastero del Sinai mentre s'aggirava alla ricerca di documenti per incarico di Federico Augusto re di Sassonia; frugando un po' dappertutto, egli un giorno trovò in un cesto di rifiuti destinati ad alimentare i fornelli delle cucine quarantatre fogli pergamenacei coperti di scrittura greca unciale, che ai suoi occhi esperti apparvero immediatamente di valore singolarissimo. Egli li riconobbe subito come fogli staccati di qualche preziosissimo codice, che conteneva la versione greca della Bibbia, detta dei Settanta, e sembrava essere il più antico o almeno fra i più antichi allora conosciuti. Non è a dire la contentezza dell'appassionato studioso, che sapeva di metter mano su un tesoro. Tornato a Lipsia, ove oggi stanno depositati i quarantatre fogli da lui acquistati in quell'occasione, egli li pubblicò nel 1846 sotto il nome di Codex Friderico-Augustanus, dal nome del suo mecenate.

Costantin von TischendorfMa la contentezza del Tischendorf non poteva certo esser completa, così come stavano le cose. I quarantatre fogli ricuperati contenevano parte dei libri biblici I Cronache (Paralipomeni), Geremia, Neemia ed Esther; ma tutto il resto, che era il più e il meglio, era rimasto certamente al monastero, cioè in pericolo di finire da un giorno all'altro nei fornelli di cucina. Che il resto del codice stesse ancora al monastero, il Tischendorf era certo, non solo per il ritrovamento occasionale dei 43 fogli, ma anche perché egli aveva visto con i propri occhi altri frammenti dello stesso codice contenenti passi di Isaia e di I e IV Maccabei; tuttavia non aveva potuto ottenere il permesso, nonostante le sue insistenze, di portare con sé anche questi altri frammenti (forse perché ancora non erano destinati ai fornelli). È inutile dire che, pur nella lontana Lipsia, l'idea del prezioso codice rimase fissa nella mente del Tischendorf, ed egli non disperava di rintracciarlo e salvarlo. Ad ogni modo, venendo via dal monastero, egli aveva avvertito i monaci del grande valore commerciale di quei frammenti che non aveva potuto ottenere; così aveva salutarmente ammaliziati quegli ignoranti.

Nel 1853 il Tischendorf tornò al Sinai, portatovi dalla sua grande idea fissa; ma questa volta fu anche meno fortunato, giacché poté trovare ed ottenere soltanto un paio di  brevi frammenti, sempre dello stesso codice, che contenevano un passo del Genesi, e la finale di Isaia seguìta dall'inizio di Geremia. C'era da perdersi d'animo, tanto più che il Sinai - specialmente a quei tempi - non rappresentava certo un viaggio di piacere. Ma il Tischendorf insistette, e nel 1859 sotto il patronato dello Zar di Russia tornò a S. Caterina. Questa volta il suo viaggio sembrò essere, da principio, anche più infruttuoso, perché nonostante le sue industrie egli non riuscì ad aver nulla né a saper nulla del sospirato codice (l'ammaliziamento dei monaci era diventato feroce). Era il 4 febbraio 1859, e il giorno appresso egli doveva ripartire. La sera, parlando il Tischendorf con un servo del monastero ed accorgendosi che era espertissimo dei locali e degli oggetti, portò il discorso sul codice, e quello ingenuamente gli manifestò che un codice di tal genere esisteva effettivamente e si trovava in un locale così e così. Il paleografo, raggiante, poté avere fra mano il codice, ed ebbe l'immensa emozione di vedere che era proprio quello ch'egli cercava da tanto tempo e che il suo valore scientifico era anche superiore a quello ch'egli immaginava. Il codice, infatti, conteneva non solo il greco dei Settanta per l'Antico Testamento, ma offriva anche il testo greco dell'Epistola di Barnaba e quello del Pastore di Erma, che fino allora erano sconosciuti.

Frammento del Codex SinaiticusDavanti a tale scoperta il Tischendorf non si contenne: prevedendo di non ottenere il codice, passò l'intera notte a ricopiare il testo di Barnaba, giacché stimò - come egli stesso dice - che sarebbe stato “un delitto il dormire” in quella notte, benché per la mattina appresso fosse irrevocabilmente stabilita la partenza. La mattina pregò e scongiurò per ottenere il codice, ma inutilmente, e dovette partirne senza. Sennonché giunto al Cairo, fece un nuovo tentativo, e questa volta felicemente. Presso i monaci greco-ortodossi di quella città egli fece valere il nome dello Zar, che l'aveva inviato e che era il gran protettore della chiesa ortodossa; dimostrò con eloquenza che sarebbe stato un graditissimo omaggio inviare allo Zar il codice, affinché fosse ricopiato e pubblicato, e poi naturalmente sarebbe stato restituito. I monaci del Cairo, allora, s'interposero presso quelli del Sinai; il codice fu concesso, allo scopo che fosse studiato e pubblicato in Europa, e poi tornasse alla sua sede, e il Tischendorf lo portò con sé in Russia.

L'edizione del codice apparve di fatti nel 1862, ma in seguito il codice non tornò mai più al Sinai; in sua vece partirono dalle casse dello Zar 7000 e 2000 rubli, rispettivamente per i due conventi ortodossi, con alcune rutilanti decorazioni per i monaci, mentre il codice veniva deposto nella biblioteca imperiale di Pietroburgo.

L'Inghilterra, che oggi lo possiede, ne può andare legittimamente fiera; e il provvedimento per cui essa ne è divenuta la proprietaria mostra che i grandi popoli, anche in mezzo alle ristrettezze economiche, non distolgono mai lo sguardo dai valori della scienza e dello spirito.


 
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