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Recensione: Klaus Seybold, Poetica dei Salmi
Messo in linea il giorno Martedì, 22 aprile 2008
Pagina: 1/1


Klaus Seybold, Poetica dei Salmi

Klaus Seybold, Poetica dei Salmi, Brescia, Paideia, 2007, traduzione di Davide Astori; edizione originale Poetik der Psalmen, Stuttgart, Kohlhammer, 2003.

Recensione a cura di Armando Rolla.



 

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L'autore, professore di Antico Testamento all'Università di Basilea, è un riconosciuto specialista dei Salmi. Vi ha dedicato un'introduzione (1986.1991), un commento dei singoli salmi (1996) e un nutrito numero di saggi in parte raccolti in un volume (1998). Il libro qui presentato è il primo di quattro studi interamente dedicati alla poetica di tutto l'Antico Testamento. La sua struttura in cinque parti è così delineata dallo stesso autore: "Nella prima parte si tenta di fornire un quadro preciso della tradizione della poesia salmica, ciò che dovrebbe essere l'oggetto della nostra analisi. Le quattro parti seguenti orientano sul processo di formazione, strutturazione, uso, rielaborazione e raccolta del testo, processo che trova il suo termine provvisorio nelle edizioni del salterio" (p. 20).

La prima questione fondamentale nello studio dei salmi è quella della natura della poesia ebraica, di cui la poesia salmica è una parte cospicua. Essa è necessaria perché "una teoria contemporanea dell'arte della poesia salmica ebraica non è tramandata, benché sia lecito supporre che nelle intestazioni ai singoli salmi se ne conservino indizi o tracce. Una comprensione precisa dei dati nei particolari non si è ancora raggiunta, e quand'anche fosse possibile questa, fornirebbe scarse delucidazioni sulle forme e le tecniche artistiche che furono determinanti per la strutturazione dei testi salmici" (p. 21). Rifacendosi a una tradizione estetica che fa capo soprattutto al vescovo anglicano R. Lowth (Praelectiones de sacra poësi Hebraeorum, Oxford, 1753) Seybold riconosce che la legge fondamentale della poesia ebraica, come di tutta quella dell'Antico Vicino Oriente, è il parallelismo dei membri. Esso consiste essenzialmente nel ripetere un concetto con termini analoghi o antitetici oppure nello svilupparlo. Riguardo all'origine di questo fenomeno stilistico egli afferma: "Dovendosi supporre che esso si sia formato in un determinato contesto sociale, resta indeciso se questo sia da ricercare in danze rituali, in recitazioni corali o in canti antifonali" (p. 78). Ne consegue che il verso ebraico non può essere costituito da un solo rigo (emistichio), come alcuni hanno sostenuto in passato, ma, come minimo, comporta due righi (stico). Altra legge fondamentale del verso ebraico è il numero fisso degli accenti tonici (ritmo), indipendentemente dalle sillabe atone. Seybold si mostra scettico di fronte alla teoria che fu avanzata alla fine del secolo XIX e trova convinti sostenitori a tutt'oggi, secondo cui il verso ebraico comporterebbe anche un numero fisso di sillabe.

Un altro problema di grande importanza è la paternità davidica dell'intero salterio (giustamente oggi rifiutata da tutti) e quella dei salmi che i titoli attribuiscono al re d'Israele (le quattro raccolte davidiche). Su questo punto Seybold è molto drastico. L'attribuzione al Davide storico deve essere rifiutata perché "l'importanza di Davide come poeta e cantore sta su un altro piano, cioè come figura simbolica e frontespizio di un'edizione canonica del salterio" (p. 38).

In un momento in cui i veterotestamentaristi propendono a fissare la composizione dei salmi in epoca esilica e postesilica Seybold sostiene che i salmi regali in gran parte risalgono all'età preesilica, gli inni cultuali hanno la loro sede originaria nei santuari prima dell'esilio (forse addirittura prima dei re).

Lungo tutto il denso volume l'autore riporta parecchi salmi ch'egli traduce in modo molto personale. Quello che colpisce di più è la sicurezza con cui egli ricostruisce il testo originale che non è giunto a noi perché "pare che tutti i brani tramandati dal salterio siano stati rielaborati e trasformati al momento della loro stesura o, al più tardi, al momento di essere accolti nella loro serie" (p. 273). Però questa sua sicurezza viene meno quando egli (onestamente!) riconosce che i restauri e le ricostruzioni moderne (comprese naturalmente anche le sue, molto numerose!) solo raramente possono essere considerati riusciti. Ciononostante "in ogni caso sempre utile è il tentativo di riuscire talvolta a restaurare qua e là il vecchio patrimonio testuale e a riportarlo a uno stadio più prossimo a quello originario" (p. 312).

Il libro qui presentato adotta un linguaggio molto tecnico che lo rende fruibile soprattutto dagli "addetti ai lavori". Anche lo stile non è dei più accessibili, ma questo è imputabile anche al traduttore che non si è sforzato (se non raramente) di "ripensare" il testo tedesco secondo il modo italiano di esprimersi e lo traduce parola per parola in modo strettamente letterale. Il capitolo più accessibile è, a mio parere, il sesto, dedicato al "mondo del testo", in cui vengono studiati ed illustrati con numerose citazioni salmiche le immagini, i paragoni, le metafore, le messinscena immaginarie, le immagini di Dio e le descrizioni di visioni e di epifanie. La copiosa bibliografia  (pp. 337-347), ripresa nelle numerose note a piè di pagina, è la prova lampante che l'autore ha preso conoscenza di tutto quello che è stato pubblicato specialmente nell'area tedesca e inglese. Quindi merita tutto il credito possibile!


 
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