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Recensione: Fabrizio Vecoli, Lo Spirito soffia nel deserto
Messo in linea il giorno Martedý, 22 aprile 2008
Pagina: 1/1


Fabrizio Vecoli, Lo Spirito soffia nel deserto

Fabrizio Vecoli, Lo Spirito soffia nel deserto. Carismi, discernimento e autorità nel monachesimo egiziano antico, Brescia, Morcelliana, 2006.

Recensione a cura di Andrea Nicolotti.



 

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Nell'Egitto del IV secolo, teatro di una silenziosa guerra religiosa tra paganesimo e cristianesimo, si sviluppò una nuova forma di vita cristiana - il monachesimo - che sarà destinata ad un grande e duraturo successo. È un periodo agitato dal contrasto tra le figure di spicco del panorama religioso dell'epoca: da una parte i cosiddetti "uomini divini" pagani, legati alle scuole filosofiche o al mondo dei tecnici del sacro, e dall'altra i monaci cristiani particolarmente graditi a Dio. Gli storici, però, non sono ancora stati in grado di chiarire del tutto fino a che punto potesse spingersi l'autorità del santo, come ed in base a quali criteri essa fosse riconosciuta, e quale impatto sociale e politico avesse sulla società egiziana del tempo. Il libro di Fabrizio Vecoli si occupa dei carismi divini di questi santi monaci, in particolare del carisma del discernimento degli spiriti: sono doni celesti che dimostrano il raggiungimento di una perfezione ascetica e costituiscono un nuovo ed efficace canale di intervento del monaco all'interno della società. Seguendo il percorso del pellegrino che visita i diversi siti monastici egiziani, Vecoli accompagna il lettore lungo un viaggio che analizza le diverse funzioni delle manifestazioni dello Spirito, le quali divengono forme di legittimazione di un potere religioso. Si potrebbe dire che il volume si configura come una specie di storia del monachesimo egiziano delle origini osservato attraverso la lente dell'autorità carismatica.

Il primo capitolo è opportunamente dedicato alla discussione delle fonti. L'autore chiarisce efficacemente il panorama di ciò che agli occhi del profano può sembrare un inestricabile groviglio di testi, il valore dei quali è soggetto a giudizi diseguali da parte degli stessi studiosi. Egli, prudentemente, accorda una certa fiducia alle fonti delle quali sono dati per certi il periodo e l’ambiente di redazione, senza cedere ad un pregiudiziale scetticismo. Le fonti su Antonio, gli scritti dei primi padri del deserto, le fonti pacomiane, gli apoftegmi, l'Historia monachorum in Aegypto e l'Historia Lausiaca vengono ottimamente descritte, datate, discusse una ad una ed accompagnate da un'aggiornata bibliografia scientifica.

Il capitoli che vanno dal secondo al quarto costituiscono il cuore della trattazione: Antonio e il monachesimo semi-anacoretico del basso Egitto, Pacomio e i suoi successori ed infine le descrizioni contenute nei diari di viaggio scritti a cavallo tra i secoli IV e V da parte di coloro che si recavano a visitare il deserto. Le conclusioni dell'approfondito esame delle fonti sono raccolte nei capitoli quinto e sesto. La straordinaria autorità accordata ai santi del deserto non può essere semplicemente una creazione letteraria, ma deve far riferimento a qualche nucleo storico. L'ascesi e la vita monastica sono finalizzate in primo luogo al raggiungimento della salvezza nell'altro mondo; ma esiste una condizione immediatamente precedente alla salvezza, cioè lo stato di quelli che hanno raggiunto una perfezione monastica, di cui i doni dello Spirito possono essere un inequivocabile segno. La purità del corpo va di pari passo con il carisma del discernimento dell'anima, ed entrambi sono impegnati in una incessante battaglia spirituale contro il peccato. Il tutto si svolge in un ambiente in cui il processo di cristianizzazione è ancora lungi dall'essere concluso, in un momento di grande confusione politica e religiosa dove la presenza del santo e la pratica del discernimento che gli è propria sembrano essere l'unico mezzo per segnare una sicura strada da seguire. Il discernimento degli spiriti, frutto di una sistematica purificazione del corpo e dell'anima ottenuta attraverso veglie, digiuni ed orazioni, dischiude all'uomo nuovi orizzonti di conoscenza e lo rende più vicino a Dio. Esistono oggettivi criteri di verifica del carisma? No, in quanto esso proviene da Dio; solamente l'esame della santità della vita dell'asceta e una riflessione sulle reazioni emotive provocate dalle sue visioni può servire in qualche modo ad escludere l’ingannevole intervento del Maligno. Le tappe della vita ascetica sembrano quindi costituire uno dei pochi elementi empirici che precedono l'insorgenza dei carismi in un uomo: l'anzianità, la vita solitaria, la vittoria sui propri desideri, l'umiltà e la purezza preparano un terreno fecondo, degno di ricevere i doni dello Spirito: è quello che Vecoli chiama "carisma di conferma" in quanto costituisce il riconoscimento del traguardo raggiunto dal monaco sulla lunga strada della perfezione. Esiste anche un "carisma di vocazione", una chiamata a collaborare a un progetto divino: l'opera di Pacomio, ad esempio, si riconosce dai suoi frutti, cioè dalla fondazione di una fiorente congregazione di monaci. Il carisma di conferma può essere qualificato come "carisma libero", in quanto esso rimane strettamente legato a chi lo possiede (Antonio, ad esempio) e non costituisce alcun genere di responsabilità specifica da parte del suo detentore nei confronti del prossimo; quello di vocazione, invece, può essere definito come "carisma istituzionale" in quanto può diventare un mezzo che assicura la coesione interna di un monastero (è il caso di Pacomio), e quindi allarga la propria influenza sulle altre persone.

Secondo Vecoli, ad Atanasio (autore della Vita di Antonio) spetta la responsabilità di aver compiuto due operazioni di primaria importanza per la creazione di un modello dell'uomo di Dio cristiano: egli assegnò il nome di carisma alla sapienza degli asceti, sovrapponendo dunque la teologia paolina all'esperienza monastica, e fece uso della coeva letteratura filosofica neoplatonica per connotarla in senso cristiano. In questo senso il vescovo alimentò una tendenza già presente nella santità del deserto: convogliare in un'unica figura le funzioni svolte da personaggi differenti all'interno della società pagana. Il carisma del discernimento rende il monaco più saggio dei filosofi, più veritiero degli oracoli, più eloquente dei retori, più capace dei tecnici del sacro pagani. Ad un unico personaggio, dunque, le persone possono rivolgersi per ottenere risposte alle proprie necessità. Secondo Vecoli proprio in questa "polifunzionalità" del santo sta la chiave del suo trionfo: egli da solo è capace di prendere il posto di diverse persone che operavano all'interno della società. Fondato sul monopolio di una saggezza superiore, il potere spirituale - e di conseguenza sociale e politico - è definitivamente assicurato.

L'opera si conclude con un'appendice dedicata alla terminologia del carisma, allo scopo di poter elaborare una definizione di carisma solidamente ancorata alle esplicite testimonianze delle fonti antiche. Il solo e semplice ricorso alla teologia di Paolo, che certamente sta alla base di tutta la riflessione successiva, non è sufficiente: Vecoli esamina le ricorrenze e le interpretazioni del termine, da Paolo sino alle fonti monastiche, cercando di individuarne i tratti comuni e le differenze rispetto al modello paolino.

L'autore è in grado di individuare alcune costanti tipiche della manifestazione del carisma: esso è sempre parziale, rispetto alla pienezza della potenza divina; è stabilmente presente nella persona che lo ha ricevuto; il santo può farne uso autonomamente; il suo conseguimento è legato alla santità di vita; non sempre è caratterizzato da soprannaturalità, in quanto talora si esprime in modi che potrebbero rientrare nelle possibilità umane. Il carisma, peraltro, pur essendo un segno di riconoscimento del beneplacito divino, da solo non è sufficiente ad assicurare la salvezza e quindi non va ricercato di per sÚ: esso rimane una presenza parziale della grazia divina in un uomo, che permane strettamente legata alla persona che l’ha ricevuto.


 
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