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Documento: La 'lezione' dei pagani
Messo in linea il giorno Venerdì, 25 aprile 2008
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La 'lezione' dei pagani

Di Giancarlo Rinaldi

Nell'antichità la controversia tra il cristianesimo e il paganesimo non fu solamente violenta, popolare, intollerante e grossolana. Il presente saggio prende in esame alcune rispettose, colte e meditate "ragioni dei vinti", che testimoniano la serietà e l'alto livello di tensione spirituale raggiunto da certi loro esponenti.



Già pubblicato in Servitium. Quaderni di spiritualità XXIV (1990), pp. 31-42.

La “lezione” dei pagani 

L'esperienza religiosa della tarda antichità trova nell'incontro-scontro tra paganesimo e cristianesimo dei primi secoli una delle sue espressioni più drammatiche e significative[1]. Una riconsiderazione più approfondita di alcuni aspetti di questi antichi conflitti e, più in particolare, delle ragioni dei "vinti", cioè dei pagani, può, a mio avviso, indurci a cogliere, pur a distanza di secoli e alla luce di una sensibilità profondamente mutata, spunti di riflessione interessanti e costruttivi.

Bisogna prima di tutto eliminare il preconcetto secondo il quale "paganesimo" sarebbe sinonimo di dissolutezza, immoralità o altro; chi conosce, per limitarci all'epoca presa in esame, il pensiero e il profilo morale di Plutarco, Plotino, Proclo e anche Giuliano imperatore (e ci limitiamo solo ad alcuni nomi) può rendersi conto dell'alto livello di tensione spirituale raggiunta da non pochi esponenti della fede antica al suo tramonto. Così pure sarebbe errato considerare il conflitto tra paganesimo e cristianesimo nel tardo impero semplicemente come uno scontro tra la volgare idolatria dei politeisti e il monoteismo peculiare alla tradizione giudaico-cristiana[2].

Michelangelo, La scuola di Atene

Nella polemica pagano-cristiana dunque, vanno necessariamente distinti due livelli: quello popolare e grossolano, che prendeva corpo nelle calunnie infondate del popolino e che ci è oggi testimoniato dall'apologetica del II secolo, e quello colto e meditato che ebbe modo di tradursi dapprima in trattazioni ad ampio respiro (si pensi ai trattati anticristiani di Porfirio o di Giuliano), in seguito nelle accorate dimostranze contro l'intolleranza religiosa dei tempi che furono avanzate dagli aristocratici pagani dall'epoca di Costantino fino a quella di Ambrogio, Agostino e oltre. In questa mia breve nota farò riferimento soltanto a questo secondo livello della controversia prescindendo dalle accuse popolari e, naturalmente, da quegli atteggiamenti di animosità e d'intolleranza pagana che si tradussero qua e là e in epoche alterne in persecuzioni cruente[3]. Tuttavia, quando queste controversie ebbero finalmente termine, la chiesa, oramai arbitra dei destini anche politici dell'occidente, non sempre ebbe modo di far tesoro della "lezione" dei vinti.

Lo scandalo dei pagani

Ritratto di CelsoNel corso delle controversie religiose delle quali stiamo parlando non bisogna pensare che i pagani si siano limitati a ripetere luoghi comuni sui loro avversari. Per quel che le fonti a disposizione sono in grado di dirci[4], infatti, sembra legittimo ritenere che gli attacchi dei pagani partirono sovente da un'osservazione attenta e aggiornata del fronte nemico[5]. Celso, nel II secolo d.C., appare ben informato sulla chiesa del suo tempo: egli non è soltanto consapevole degli aspri contrasti tra giudei e seguaci di Gesù[6], ma è anche in grado di distinguere tra coloro che si proclamano devoti di quest'ultimo vari gruppi in forte contrasto reciproco[7].

Gli scontri interni tra chi si proclamava seguace del mite nazareno hanno costituito per i pagani motivo di scandalo, prima ancora che arma dí controversia. Secondo un'interpretazione forse un po' malevola di Ammiano Marcellino, Giuliano, appena divenuto imperatore, convocò nella sua reggia i capi delle comunità cristiane (Christianorum antistites) esortandoli a praticare la loro fede senza alcun condizionamento; ciò egli avrebbe fatto perché, avendo visto come tutti i cristiani, vescovi e popolo, erano in continuo dissidio reciproco, riteneva che tale libertà sarebbe stata per loro estremamente nociva. Giuliano, riferisce sempre Ammiano, «ben sapeva per esperienza che nessuna fiera è così ostile agli uomini, come la maggior parte dei cristiani sono esiziali a loro stessi»[8]. In seguito, all'epoca di sant'Agostino, i pagani continuarono a scandalizzarsi per i dissidi dei cristiani: questa volta si poneva il caso degli scontri tra cattolici e donatisti[9]. Come sembrava diverso il comportamento dei cristiani dai precetti del loro maestro!

Nel III secolo d.C., accanto alle persecuzioni dí Massimino il trace, Decio e Valeriano, il sincretismo religioso aveva perseguito il fine di combattere il cristianesimo cercando di assorbirne il fondatore nel suo panteon[10]; in fondo il grande dio Sole di Aureliano avrebbe potuto esprimere, con dèí ed eroi della tradizione classica e orientale, anche quel Gesù che masse sempre più ingenti di devoti adoravano ostinatamente; ma perché questa operazione riuscisse appieno sarebbe stato necessario dimostrare che i discepoli di Gesù avevano deviato dall'insegnamento del maestro; così i pagani si fecero osservatori e denunciatori dei "tradimenti" perpetrati dalle generazioni di discepoli ai danni del messaggio originale[11]. Un oracolo di Ecate, raccolto da Porfirio, ad esempio, proclamava Cristo essere piissimo e immortale, mentre affermava che i suoi seguaci non erano degni di lui[12]. Così anche, successivamente, i pagani dell'età di sant'Agostino mentre elogiavano Cristo ne biasimavano i discepoli[13]. Libanio, in seguito, confronterà la violenza con cui i cristiani del suo tempo si davano a distruggere i templi pagani e i loro belli ornamenti con i precetti di moderazione contenuti nelle sacre scritture[14].

Tutte queste accuse, pur se erano motivate dall'ostilità verso la nuova religione, trovavano probabilmente conferma ed elementi di verosimiglianza nella condotta di molti cristiani nominali che non era certo conforme ai principi da loro professati. Suscitò grave scandalo, ad esempio, il conflitto cruento per l'episcopato romano tra Damaso e Ursino (si pensi ai 137 cadaveri trovati nella basilica Sicinini!). Ammiano Marcellino, che ci riferisce questa oscura pagina di storia della chiesa, afferma anche che coloro i quali aspirano alla guida della chiesa di Roma: «...quando hanno raggiunto il loro scopo saranno così privi di preoccupazione da arricchirsi grazie alle oblazioni delle matrone, da uscire in pubblico su cocchi e vestiti con ogni cura, da organizzare banchetti più fastosi di quelli dei re»[15]; tuttavia lo stesso storico pagano, poche righe dopo, accenna con ammirazione alla purezza e alla frugalità di tanti vescovi provinciali. Eunapio dí Sardi, acerrimo contro i cristiani, ricorda con venerazione la figura del suo maestro (cristiano) Proeresio e si rammarica della sua destituzione dall'insegnamento in seguito all'editto di Giuliano sulla scuola[16].

Una diversa visione del cosmo

Tra i punti d'attrito più forti che vi furono fra pagani e cristiani vi fu senza dubbio la diversa visione del cosmo e del rapporto fra questo e l'individuo. Risultava inconcepibile ai pagani che i cristiani si considerassero in un certo senso prigionieri di una creazione che "geme ed è in travaglio"[17] e che aspettassero con ansia la distruzione del cosmo presente[18]. Questa attesa, se nei cattolici dava luogo alla beata speranza della risurrezione[19], presso i numerosi e attivi gruppi gnostici si configurava come un vero e proprio atto di condanna per il cosmo e per il suo artefice. Plotino, nei suoi accorati logoi pros tous gnostikous, definiva i suoi avversari come "spregiatori", apostati dalle dottrine antiche, superbi che osavano attribuire a loro stessi un'anima divina mentre ardivano negarla al cielo e agli astri![20].

L'immagine cristiana del mondo differiva da quella greca: per quella si trattava di una creazione decaduta[21], secondo quest'ultima, invece, della più tersa e splendida "immagine" eterna del divino. Da questa diversità scaturiva anche un diverso modo di considerare la "provvidenza" che dai pagani era vista come l'immutabile reggimento delle cose da parte degli dèi, mentre dai cristiani era concepita come il favore, la grazia particolare loro elargita da Dio tramite l'unico salvatore: Gesù[22]. Per i pagani la dottrina giudaico cristiana della creazione, che trovava nell'uomo il suo fine e coronamento ultimo, unito al forte senso di "elezione" di giudei e cristiani, faceva meritare a questi ultimi l'accusa di egocentrismo o protagonismo a tutti i costi. Celso, pertanto, non va considerato «il Voltaire del II secolo» (W. Turner), bensì uno spirito religioso, secondo le categorie del suo tempo, che intese reagire a quella che avvertiva come la "secolarizzazione" del cosmo operata dai cristiani.

L'ascesi monastica

Alcuni aspetti dell'ascetismo cristiano, inoltre, erano sconcertanti per i pagani. La santità perseguita attraverso la fuga saeculi non convinceva coloro che avvertivano la gravità della minaccia, nei riguardi della sicurezza sociale e del vivere civile tout court, costituita da epidemie, crisi economiche e invasioni di barbari. D'altro canto il monachesimo, che rappresentava l'espressione più tipica di questa spiritualità, trovava i suoi oppositori anche all'interno della stessa chiesa[23]. Ai pagani sembrava inammissibile sottrarre alla società tante preziose energie[24]. Lo stesso imperatore Teodosio, cristiano e devoto di Ambrogio, non ebbe timore di affermare che «monachi scelera multa faciunt»[25]. In occidente Rutilio Namaziano descrive gli asceti che si rifugiano nell'aspra solitudine di alcune isolette della costa tirrenica come individui che fuggono la luce, che si astengono dai beni della vita per evitarne anche í mali[26].

In oriente, dove l'ascesi monastica era più diffusa e ben più esasperata nelle sue manifestazioni, si levano voci di protesta ancor più forti: Giuliano ne critica la misantropia e le forme di autolesionismo[27]; Libanio è atterrito dallo zelo dei monaci nell'incitare le folle a distruggere i templi ed è sconcertato dalla loro smodata mania di mangiare e bere all'eccesso[28]; Eunapio sa ben distinguere la pietà religiosa da quell'intolleranza verso una diversa concezione del divino che i monaci ostentavano[29]; Zosimo denuncia il continuo accrescimento della proprietà fondiaria dei monasteri a scapito della collettività[30]; l'epigrammista Pallada mette in dubbio la genuinità di tante vocazioni, ironizzando finemente sul significato di "monaco" ( = solitario) e l'affollamento di tanti monasteri[31]. Il mondo antico, in una fase di crisi acuta e di travagliato trapasso verso nuove forme di civiltà, avvertiva con ansia il bisogno non soltanto di solidarietà e di collaborazione tra le parti, ma anche di separare genuinità e di autenticità in coloro che si professavano servi di Dio.

Alleanza tra imperatori e chiesa

Eusebio di Cesarea (Ritratto apocrifo)I pagani erano osservatori critici e sgomenti anche dell'atteggiamento del potere politico che, da Costantino in poi, era sempre più prodigo di privilegi verso il clero cristiano, ma, come abbiamo già visto, sapevano talvolta ben distinguere tra ministri di culto cristiano fedeli al messaggio che proclamavano e capi avidi di privilegi. Se il vescovo cristiano Eusebio da Cesarea non ha parole che di elogio per Costantino, a Giuliano non sfuggono i difetti morali dí chi veniva salutato come il primo imperatore cristiano[32]; e infatti, più che degli aspetti dottrinali, l'imperatore nostalgico dell'ellenismo è sconvolto dalla catena di omicidi che aveva salutato il sorgere e aveva accompagnato l'affermazione della dinastia cristiana dei costantinidi[33].

Così, per rimanere nel tema, secondo Ammiano Marcellino, l'imperatore Costanzo si era ingerito pessimamente negli affari della chiesa e, con questa sua politica, aveva consentito a caterve di vescovi di correre qua e là aí loro frequentissimi sinodi usufruendo gratuitamente del servizio di trasporto pubblico che ne soffriva con grandi danni per la collettività. Questi sinodi, poi, per lo storico pagano, si traducevano in lunghe e vuote schermaglie verbali che acuivano le divisioni tra i cristiani. È interessante notare che lo stesso Ammiano rimprovera a Costanzo di non aver rispettato la simplicitas[34] della dottrina cristiana![35]. L'alleanza tra imperatori e chiesa aveva prodotto tutto un corpus legislativo che, con gradualità ma con decisione, andava abolendo la libertà di culto non soltanto dei pagani ma anche, più in generale, di chi non fosse cattolico[36]. Contro questo tentativo di imporre con la forza una scelta religiosa si levavano le proteste di numerosi pagani. Libanio si rende conto che le conversioni forzate producono soltanto cambiamenti esteriori e illusori[37] La battaglia del paganesimo al suo tramonto, per dirla in breve, è una battaglia per la tolleranza e la libertà di religione: il princeps non deve favorire alcuna confessione di fede, ma deve mantenere alto il suo ruolo di arbitro imparziale tra le parti.

Tra le più alte espressioni di questa protesta pagana figurano la oratio quinta di Temistio, pronunciata in occasione del consolato di Flavio Gioviano nel 364, e la relatio terza pronunciata nell'estate del 384 dal Praefectus Urbi Romae Q. Aurelio Simmaco all'imperatore Valentiniano II. Temistio parte dalla constatazione del fatto che Iddio stesso ha infuso nel cuore di tutti gli uomini un sentimento religioso che si esprime liberamente e che, pertanto, sarebbe riprovevole costringere con la forza qualsiasi persona ad abbracciare questa o quell'altra credenza[38]. Nella ben più famosa relatio di Simmaco, invece, la richiesta dell'abrogazione della legislazione antipagana dell'imperatore Graziano e del ripristino dell'ara Victoriae nella curia costituisce il motivo, per così dire, "occasionale" di una nobile difesa del diritto di ciascun individuo e di ciascun popolo di ricercare il divino secondo i dettami della propria coscienza e in conformità alle proprie tradizioni: «È giusto considerare uno stesso e unico essere quello che tutti gli uomini venerano. Contempliamo i medesimi astri, ci sovrasta uno stesso cielo, uno solo è l'universo che ci circonda: che importa con quale dottrina ciascuno di noi cerca la verità? Non si può giungere per un'unica via a un segreto così sublime (uno itinere non potest perveniri ad tam grande secretum[39].

La questione dei pagani

AgostinoQuando si pensa alla "lezione" dei pagani non bisogna, a mio avviso, trascurare di prendere in considerazione la sicurezza con la quale alcuni tra questi ultimi videro nelle Sacre Scritture il fondamento di fede dei loro avversari. Una delle principali difficoltà della conversione dei pagani alla nuova fede era costituita dal linguaggio insolito, povero e a loro poco familiare della prosa biblica[40]. Essi, tuttavia, si resero conto dell'importanza che quegli scritti avevano per la formulazione dottrinale e per la condotta di vita dei cristiani e, pertanto, mirarono a questi nelle loro polemiche quasi per colpire al cuore stesso del nemico. Ma come l'eresia servì a definire il domma e a far maturare l'esegesi ortodossa, così gli attacchi dei pagani alle Scritture stimolarono sovente la riflessione dei padri della Chiesa. Girolamo, ad esempio, scrive il suo Commentario a Daniele e sviluppa la sua esegesi del "conflitto di Antiochia" per rispondere alle accuse di Porfirio[41]. L'amicizia tra Agostino d'Ippona e il proconsul Africae pagano Volusiano, che risiedeva a Cartagine, è in tal senso esemplare[42]. Presso la dimora di quest'ultimo, infatti, la dottrina e le scritture dei cristiani costituivano spesso argomento di conversazione tra dotti amici ancora legati alla fede antica. Marcellino, amico e corrispondente di Agostino, riferisce che accanto ad obiezioni piuttosto ricorrenti, nel cenacolo di Volusiano si giungeva anche a citare dei precetti biblici cercando d'intenderne il valore alla luce dei tempi presenti[43].

Il vescovo d'Ippona si dimostra estremamente disponibile a fornire risposte articolate a tali obiezioni. Sappiamo, d'altro canto, che le sue opere, dottrinali ed esegetiche, furono spesso arricchite da risposte o addirittura motivate da domande poste da pagani[44]. Tra la metà del secolo IV e quella del V d.C. le obiezioni dei pagani circolavano, specialmente in ambienti colti, in excerpta di varia lunghezza. Tali quaestiones disturbavano la fede dei credenti, ma ne stimolavano anche la riflessione; esse, a mio avviso, sono sopravvissute, con adattamenti imposti dalle circostanze, incastonate in alcune opere patristiche che appartengono al genere letterario detto, appunto, delle quaestiones et responsiones; ma si tratta di "fossili-"della cui esatta identità e provenienza si era già allora perduta la cognizione da parte di chi li utilizzava[45]. Come nella basilica cristiana di Ostia è ancora eretta e visibile la colonna che reca l'iscrizione che ne attesta la proprietà di Volusianus V(ir) c(larissimus), un pagano in stretti rapporti di parentela col Volusiano prima citato, o forse proprio quest'ultimo[46], così la letteratura patristica delle quaestiones et responsiones, e, più in generale, tutta l'immensa produzione patristica reca l'impronta, non sempre chiaramente discernibile, di critiche, obiezioni e sollecitazioni formulate dai pagani colti, testimoni e protagonisti di un'"epoca di angoscia" tanto lontana ma, per non pochi aspetti, anche tanto simile alla nostra.

 



[1] Su questo tema la bibliografia è molto vasta. Per un primo avviamento sono ancora da consigliare i classici Pierre De Labriolle, La réaction païenne. Etude sur la polémique antichrétienne du Ier au VIe siècle, Paris 1934; W. Nestle, Le principali obiezioni del pensiero antico al cristianesimo, ora in appendice alla sua Storia della religiosità greca, tr. it., Firenze 1973 e l'utile antologia di P. Carrara, I pagani di fronte al cristianesimo. Testimonianze dei secoli I e II, Firenze 1984. Per ulteriori spunti bibliografici e di ricerca mi permetto di rimandare al mio recente volume Biblia Gentium. Primo contributo per un indice delle citazioni, dei riferimenti e delle allusioni alla Bibbia negli autori pagani, greci e latini, di età imperiale, Roma 1989.

[2] Cf. E.R. Dodds, Pagani e cristiani in un'epoca di angoscia, tr. it., Firenze 1970, p. 101 ss il quale, esasperando i termini del suo stesso discorso, sostiene che nello scontro tra paganesi­mo e cristianesimo la posta in gioco non riguardava affatto l'antitesi politeismo-monoteismo.

[3] Dobbiamo inoltre tener presente che anche nell'ambito dell'opposizione intellettuale al paganesimo abbiamo tutta una vasta gamma di atteggiamenti; ciò è particolarmente evi­dente se si esamina il "fronte" pagano della seconda metà del IV sec. d.C. le cui articola­zioni vanno dalla moderazione di un Temistio o di un Ammiano Marcellino alla virulenza di Libanio, Eunapio e Zosimo.

[4] La principale difficoltà del nostro studio è costituita dal fatto che gli scritti dei polemi­sti anticristiani sono stati censurati o, in un modo o nell'altro, distrutti dai cristiani in se­guito alla loro vittoria; per avere un'idea del loro contenuto, dobbiamo pertanto rivolgerci agli scritti dei padri della chiesa che vollero comporne le confutazioni, si pensi, per esem­pio, ad Origine per Gelso e a Cirillo d'Alessandria per Giuliano.

[5] In Sognatori e visionari "biblici" nei polemisti anticristiani, in Augustinianum 29 (1989), pp. 7-30 ho esaminato alcuni brani di autori pagani che dimostravano, a mio avviso, l'at­tualità e l'accuratezza dei loro rilievi limitatamente a tre aspetti: Gelso e il montanismo, Porfirio e l'esegesi di Mt 16 in chiave di "primato" romano, Giuliano e la critica a fenome­ni di ascesi monastica del suo tempo. Al contrario, come ha osservato F. Cumont, Le reli­gioni orientali nel paganesimo romano, tr. it., Bari 1967, pp. 231-232, l'apologetica cristia­na ha spesso dimostrato un carattere "antiquario", attingendo da repertori antichi (Seno­fane, Varrone, ecc.) piuttosto che mirare alle dottrine filosofiche e religiose della sua epoca.

[6] Gelso, infatti, nella sua opera, non soltanto introduce un giudeo a confutare le dottrine cristiane, ma conosce anche uno dei primissimi testi di controversia tra giudei e cristiani di cui si abbia notizia: il Dialogo tra Giasone e Papisco, cf. OR, Cel., 4, 52.

[7] Cf. Cel, ap. OR, Cel., 3, 10.12 («All'inizio erano pochi e tutti concordi; cresciuti di nu­mero... continuano a scindersi e a separarsi, e ciascuno vuole avere la propria fazione... continuano a criticarsi l'un l'altro, e oramai hanno in comune una sola cosa... il nome»); 61-64 («...E poi sentirai tutte queste persone, così profondamente discordi e così pronte nelle loro polemiche a criticarsi reciprocamente nel modo più oltraggioso, ripetere in conti­nuazione: "Il mondo è stato crocifisso per me, e io per il mondo"»); qui il pagano cita Gal 14 e sottolinea, scandalizzato, il contrasto tra il precetto paolino e l'atteggiamento su­perbo ed egocentrico di tanti che se ne proclamavano seguaci. Le traduzioni da Gelso sono di G. Lanata.

[8] AMM. MARC., XXII 5, 3-4 (tr. A. Selem). In realtà la fine del cesaropapismo del fi­lo-ariano Costanzo fu salutata come una liberazione; chi era stato precedentemente esilia­to per motivo di fede usufruì dell'amnistia e gli ortodossi, specialmente, poterono avvaler­si del nuovo provvedimento.

[9] Cf. AUG., ser., 47, 28; ser. de utilit. ieiunii, 8, 10 ( = PL 40, 713).

[10] L'imperatore Alessandro Severo, com'è noto, aveva nel suo larario tanto Orfeo e Apol­lonio di Tiana quanto Abramo e Cristo, cf. SHA, v. Al. Sev., 29, 2; su questo ed altri aspet­ti di quello che è sembrato il "filocristianesimo" di questo imperatore cf. E. Dal Covolo, I Severi e il cristianesimo, Roma, 1989, pp. 74-82.

[11] Ancor prima i cristiani sono accusati di essersi allontanati dalla religione insegnata da Mosè per quanto concerne l'adorazione di un solo Dio, i precetti alimentari, l'osservanza del sabato, la circoncisione e i sacrifici. I brani dei pagani che riferiscono tali accuse sono riportati in Biblia Gentium, cf. indice per argomenti.

[12] PORPH., phil. ex orac., p. 181 Wolff (ap. AUG., civ. Dei, XXIX 23).

[13] Cf. AUG., enarr. in Ps., 75, 11, 6; ser., 361, 13, 14, tract. in Ioh., 100, 3, 16. Il primo libro del De consensu evangelistarurn di Agostino ci autorizza a ritenere, a mio avviso, che il santo fosse allora preoccupato per le obiezioni dei neoplatonici piuttosto che per quelle dei manichei; sono quelli, infatti, ad accusare i cristiani di aver deviato dall'insegnamento del maestro, cf. 15, 23 (si menziona esplicitamente Porfirio); 31, 47; 32, 49.

[14] LIB., pro tempi., 21; sono persuaso che l'accenno ai "libri che i cristiani dicono di osser­vare" vada inteso come un riferimento agli scritti sacri, cf. Biblia Gentium,... cit, pp. 178-179. Il fenomeno della distruzione da parte dei cristiani dei templi pagani o della loro trasfor­mazione in edifici di culto cristiano è estremamente interessante e sarebbe degno di mag­gior approfondimento, cf. R.P.C. Hanson,.Studies in Christian Antiquity, Edinburgh 1985, pp. 347-358 (The transformation of Pagan Temples into Churches in the Early Christian Cen­turies) con bibliografia precedente.

[15] 27, 3, 14, cf. V. Neri, Ammiano e il Cristianesimo, religione e politica nelle "Res gestae" di Ammiano Marcellino, Bologna 1985, pp. 191-228 (Ammiano e i vescovi romani: Damaso).

[16] Cf. EUN., v. soph., p. 476 ss. Wright.

[17] Cf. Rom 8, 22.

[18] Cf. 2 Pt 3, 10-12: «Il giorno del Signore verrà come un ladro: in quel giorno i cieli pas­seranno stridendo, gli elementi infiammati si dissolveranno, la terra e le opere che sono in essa saranno bruciate. Poiché tutte queste cose dovranno dissolversi... attendete e af­frettate la venuta del giorno di Dio, in cui i cieli infuocati si dissolveranno e gli elementi infiammati si scioglieranno». La dottrina del giudizio finale sul creato, esposta nell'Apoca­lisse di Pietro, un testo ritenuto ispirato nel canone muratoriano e nel catalogo latino del codice Claromontano ma poi rigettato come apocrifo, sembra particolarmente empia all'a­nonimo pagano confutato in MAC. MAGN., apocr., 4, 6 (cf. Biblia Gentium.. cit., pp. 669-670); anche nella scuola di Bardesane si predicava il giudizio a cui sarebbero stati sot­toposti i corpi celesti, cf. dial. 548.

[19] Sulle obiezioni dei pagani alla dottrina cristiana della risurrezione cf. Nestle, Obiezio­ni..., cit., pp. 500-501 e Rinaldi, Biblia Gentium... cit., pp. 555-557 (con bibliografia). I pagani trovavano inconcepibile che potessero tornare in vita cadaveri distrutti dal fuoco o divorati da belve e che, inoltre, questi corpi pesanti, contravvenendo all'ordine degli ele­menti nell'universo, avrebbero dovuto essere assunti in cielo; i padri della chiesa che com­battono tale tipo di argomentazione definiscono con spregio questi pagani come physicae rationis cultores, cf. ad es. AUG., ser., 242, 3, 5; 243, 3, 7.

[20] Cf. PLOT., Enn., 2.9.6.

[21] Anche i giudei sono accusati da Celso di non ammettere la divinità del cosmo, cf. OR, Cel. 5, 6.

[22] Questo "esclusivismo" era già stato rimproverato ai giudei la cui pretesa di considerarsi "popolo eletto" suscitava le ironie di Celso e di Giuliano, cf. OR, Cel., 4, 23; 6, 78.80 (il salvatore inviato ai soli giudei); 5, 14 (la salvezza limitata ai soli cristiani); Iul. Galil, p. 176, 4-9 Neumann. Com'è noto nell'antico testamento il libro di Giona costituisce un rimprovero ai giudei per essersi rinchiusi nei loro privilegi e aver costituito "un popolo a parte".

[23] Nelle Consultationes Zacchaei et Apollonii il pagano Apollonio si meraviglia del fatto che il monachesimo incontri tante opposizioni anche tra gli stessi cristiani; il cristiano Zac­cheo ammette che tra i monaci non pochi simulavano le forme della pietà per poi intra­prendere la strada della concupiscenza e dell'arricchimento; cf. 3, 3. Per l'opposizione al monachesimo tra i cristiani si pensi, ad esempio, alle argomentazioni di Elvidio, Giovinia­no e Vigilanzio o alle perplessità del vescovo romano Siricio.

[24] Già Celso, nell'età di Marc'Aurelio, rivolge un appello ai cristiani affinché collaborino con l'imperatore prendendo il loro posto nelle milizie e nei munera pubblici. I cristiani ere­ditarono dai giudei l'accusa di essere asociali e di vivere lontani dal consorzio civile, cf. AEL. ARIST., adv. Plat., p. 514 Behr (gli "empi che sono in Palestina" paragonati ai cinici che sogliono separarsi dai greci); FL. IOS., c. Apion., 1, 309 e, per i cristiani, Cel., ap., OR, Cel., 8, 2.33; MIN. FEL., 12, 5; TERT., apol., 35, 1; 37, 8.

[25] Cf. AMBR., ep., 41, 27; i monaci avevano distrutto un locale di culto valentiniano e una sinagoga giudaica. Si ricordi la constitutio emanata da Teodosio I al PPO Taziano nel 390 che vietava ai monaci di risiedere nei centri abitati, cf. CTh 16.3.1.

[26] Itiner., 5, 439-452.515-526.

[27] Cf. ep. 89b. Giuliano, tuttavia, fu positivamente colpito dalle opere di carità compiu­te dai cristiani e, nel suo tentativo di costituire una "chiesa" pagana additò ai suoi sacer­doti il modello della filantropia cristiana; cf. spec. 1° ep. 84 indirizzata ad Arsacio, som­mo sacerdote della Galazia. In realtà, tuttavia, i sofisti ed i teurghi che Giuliano aveva insignito delle nuove dignità sacerdotali mal si adattavano al suo idealismo e al suo zelo riformatore.

[28] Or., 2, 32; cf. anche or., 30,8 ss.; 45,26. Per Libanio la crapula dei monaci contrasta­va con l'abito austero e di tinta scura che essi portavano.

[29] OV. soph. p. 422 Wright.

[30] Hist., 5,23,4: "inadatti alla guerra o a qualche altra necessità pubblica... continuando ad avanzare da quel tempo fino ad ora, si sono appropriati di molta terra e con il pretesto di distribuirla ai poveri hanno reso poveri quasi tutti" (trad. F. Conca).

[31] Anth., Gr., 11,384

[32] Cf. spec. Caes., 329A (lussuria); 335B (avidità); 336A (empietà); c. cyn. Eracl., 227-229.

[33] Cf. J. Vogt, Pagani e cristiani nella famiglia di Costantino il Grande, in Il conflitto tra paganesimo e cristianesimo nel IV secolo, a cura di A. Momigliano, tr. it., Torino 1968, pp. 45-63.

[34] Simplicitas qui ha una valenza positiva, cf. P. Grattarola, Ammiano Marcellino fra "rea­zione" pagana e cristianesimo, in Aevum 55 (1981), pp. 80-81.

[35] AMM. MARC., 21,16,18. Questo brano costiuisce un interessante giudizio di parte pagana sulle dispute sull'arianesimo nel IV sec. d.C.

[36] Cf. L. De Giovanni, Chiesa e stato nel Codice Teodosiano. Saggio sul libro XVI, Napoli 1980, pp. 136-150.

[37] Or., 18,122.

[38] Or., 5. Sappiamo tuttavia che l'imperatore Gioviano, destinatario di questa orazione, vietò i sacrifici pubblici dei pagani, decretò la chiusura dei templi (secondo SOCR, h.e., 3, 24) e, pochi giorni prima della sua morte, annesse al suo patrimonio personale le pro­prietà dei templi pagani in precedenza confiscate (cf. CTh 10.1.8).

[39] Rel., 3,10. La trad. è di D. Vera.

[40] Cf. ARN., nat. 1. 58; AUG., de cat. rudib., 9,13; OR., Cel., 6,1; hom. in Gen., 15,1. Si tengano presenti le perplessità in merito di Agostino non ancora convertito, conf. 3,5.9, e le angosce di Girolamo culminanti nel suo famoso sogno, HIER, ep. 22, 30

[41] Cf. Biblia Gentium... cit. pp. 100 nota 274, 338 ss. (su Porfirio e Daniele), 673 (sul­l'incidente di Antiochia nella critica porfiriana). Un'antica tradizione, per la quale tuttavia non riesco a trovare motivi probanti, vorrebbe la recensione lucianea del testo greco del nuovo testamento sorta per porre fine alle obiezioni filologiche di Porfirio; cf. G. Mercan­ti, Di alcune testimonianze antiche sulle cure bibliche di san Luciano in Biblica 24 (1943), pp. 13-15. A prescindere dalla veridicità di questa tradizione sta di fatto che alcune va­rianti "armonizzanti" del testo neotestamentarío presuppongono obiezioni mosse al testo stesso: cf. Mt 13,35 e PORPH., c. Christ. fr. 10 Harnack; Mc 1,2 e PORPH., c. Christ. fr. 9B Harnack. Per quanto riguardo Daniele è noto che l'esegesi porfiriana anticipa di secoli le acquisizioni della critica moderna collocandone la composizione nell'età dei Mac­cabei grazie ad una ben meditata serie di considerazioni Giuliano è in grado di scegliere tra alcune varianti testuali per sostenere la sua esegesi di Gen 49,10, cf. M. Adler, The Emperor Julian and the Jews, in JQR 5 (1893), pp. 591-651.

[42] Cf. AUG., epp., 132 e 137 (a Volusiano); 135 (Volusiano ad Agostino).

[43] Cf. AUG., ep., 136 (Marcellino ad Agostino; 411 d.C.). Volusiano cita Rom 12,17 (non rendere ad alcuno male per male) e Mt 5,39-41 ( porgi l'altra guancia, etc.) dichiarando che un comportamento basato su questi precetti era dannoso per lo stato.

[44] Cf.  l'ampio repertorio offerto da P. Courcelle, Propos antichrétiens rapportés par saint Augustin, in Rec. Aug. 1 (1958), pp. 149-186.

[45] Ho sviluppato questa ipotesi in Tracce di controversie tra pagani e cristiani nella lettera­tura patristica delle «quaestiones et responsiones», in Annali di Storia dell'Esegesi, 6 (1989), pp. 99-124.

[46] Sembra che si tratti più probabilmente di C. Ceionio Rufo Volusiano Lampadio pre­fetto di Roma nel 365-366 d.C., piuttosto che del corrispondente di Agostino; su questo personaggio e sulla devozione ai culti pagani cf. H. Fuhrmann, C. Caeionius Rufus Volusia­nus Lampadius, in Epigraphica, 3 (1941), pp. 103-109.

 


 
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