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Recensione: W. Schmithals, Introduzione alla lettera ai Romani
Messo in linea il giorno Lunedì, 28 luglio 2008
Pagina: 1/1


W. Schmithals, Introduzione alla lettera ai Romani

Walter Schmithals, Introduzione alla lettera ai Romani, Torino, Lindau, 2008, traduzione di Filippo Antelli; edizione originale Der Römerbrief: ein Kommentar, Gütersloh, Gütersloher Verlagshaus Mohn, 1988 

Recensione a cura di Armando Rolla.



 

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In vista dell'imminente anno paolino (2008-2009) l’editrice Lindau ripubblica questa introduzione con relativo testo biblico apparsa nel 1990. Destinato com'è al grosso pubblico, il libro è privo di note, però è certamente frutto di lunghe e accurate ricerche. Ne è autore un teologo evangelico tedesco, attuale rettore della Kirchliche Hochschule di Berlino, già noto in Italia in seguito alla traduzione di due sue pubblicazioni: La teologia di Bultmann, Queriniana, Brescia 1972 e L'apocalittica, ivi 1976. In questo scritto l'autore si rivela decisamente un outsider nell'ambito dell'attuale ricerca paolina. Riconosce che l'opinione dei critici sta per l'integrità della lettera ai Romani, però egli nega l'unità di questa lettera, così come essa si presenta, e ammette integrazioni e spostamenti da parte del redattore finale e anche glosse dei primi lettori che gli amanuensi avrebbero inserito nel testo. Inoltre, mentre l'opinione prevalente attualmente pensa che culturalmente Paolo sia stato più ebreo che greco, invece Schmithals propende per un Paolo più greco che ebreo. Afferma, è vero, che l'apostolo è un giudeo ellenista (cfr. p. 9), vicino all'intransigente fariseismo (cfr. p. 11), però considera lo studio di Paolo alla scuola gerosolimitana di Gamaliele (probabilmente!) una "pia leggenda" (p. 10), nega che egli avesse un'approfondita conoscenza dell'ebraico dell'Antico Testamento e dell'aramaico palestinese. Viceversa gli attribuisce una buona conoscenza della cultura greca, addirittura fornitagli dalla sinagoga di Tarso, cui non era estranea né la filosofia stoico-cinica (uso della diatriba!) né la mentalità propria della retorica ellenistica. Basti un solo esempio, vero caso limite a mio parere. Commentando in modo molto sommario Rom 12,1-2, che in quattro membri indica la condizione necessaria per conoscere la volontà di Dio in ambito morale, l'autore osserva in modo lapidario: "Nel primo membro Paolo usa il linguaggio dei riti sacrificali di età ellenistica; nel secondo quello della filosofia popolare ellenistica; nel terzo quello dell'apocalittica giudaica; nel quarto quello della religiosità misterica" (p. 165).

Ecco come Schmithals ipotizza la genesi dell'attuale lettera ai Romani. Basandosi sulla differenza di forma e di contenuto fra i cc. 1-11 e 12-15 egli pensa che i primi assumono la forma di una epistola, senza peraltro esserlo in senso stretto, mentre i secondi sarebbero una vera e propria lettera. Paolo avrebbe prima composta ad Efeso, negli anni 52-55, una epistola (cc. 1-11) a carattere fortemente dottrinale per insegnare l'universalità della giustizia salvifica mediante la fede, e l'avrebbe inviata a Roma come lettera d'accompagnamento per i1 suo collaboratore Silvano affinché questi svolgesse il suo ministero nella capitale dell'impero romano seguendo le sue istruzioni e il suo modello di predicazione (è la lettera denominata Romani A). In un secondo momento, al termine del cosiddetto terzo viaggio missionario, forse a Corinto, avrebbe composto un altro scritto, una lettera nel vero senso della parola (cc. 12-15, denominata Romani B) per superare le difficoltà ch'erano sorte agli inizi della comunità romana e che gli erano state riferite da informatori provenienti da Roma. Nonostante che Paolo con il precedente scritto avesse inculcato il totale distacco dalla sinagoga di cui i pagani romani in qualità di “timorati di Dio” seguivano gli insegnamenti, a Roma s'erano formate due correnti di cristiani: i "forti" si rifiutavano di osservare i precetti tradizionali sui cibi e i giorni festivi, mentre i "deboli" continuavano ad accettarli. Invece Rom 16,1-20 sarebbe un terzo scritto che Paolo avrebbe inviato alla chiesa di Efeso per raccomandare Febe, la diaconessa di Corinto, lì destinata per svolgervi un ministero imprecisato (sulla validità di questa proposta, accettata anche da altri studiosi attuali, si veda R. Penna, Note sull'ipotesi efesina di Rom 16, in L. Padovese, a cura di, Atti dell'VIII Simposio di Efeso su San Giovanni Apostolo, Roma 2001, 109-114). Come non bastasse, Schmithals pensa che l'attuale lettera ai Romani abbia subito spostamenti di versetti e, soprattutto, contenga aggiunte redazionali non dovute a Paolo (5,1-11; 13,1-7; 13,11-14; 16,25-27). Più d'una volta, infine, egli elimina versetti esistenti nell'attuale lettera e ipotizza (però senza poterselo spiegare!) che il redattore finale abbia espunto versetti (pochi!), per esempio dopo 15,13.

Lungo tutta la trattazione Schmithals ribadisce un'idea, che deve essergli cara, sui destinatari delle Romani A e Romani B. Secondo lui questi destinatari sarebbero in maggioranza pagani appartenenti alla categoria dei "timorati di Dio" cioè pagani simpatizzanti per il giudaismo senza ricevere la circoncisione: essi veneravano i1 Dio d'Israele, osservavano il sabato e i precetti della Torah e pagavano le tasse al tempio di Gerusalemme. Nel destinare ad essi soprattutto la lettera Romani A, Paolo si prefiggerebbe lo scopo di distaccare questi "timorati di Dio" dalla sinagoga, ma sarebbe riuscito nel suo intento solo parzialmente: di qui la necessità della seconda lettera Romani B. A tutt'oggi la questione dei destinatari della lettera ai Romani è dibattuta fra gli studiosi; perciò la proposta di Schmithals merita d'essere presa in considerazione.

Molte sono le affermazioni dell'autore che meritano credito. Mi limito solo a qualche esempio. Paolo probabilmente subì il martirio a Roma nell'anno 65, sotto l'imperatore Nerone; il concetto di giustizia (1,17) non ha nulla di giuridico ma deriva dall'Antico Testamento e significa "fedeltà"; "la fede designa per Paolo l'atto della vita con il quale l'uomo fa a meno della fiducia in se stesso, per ritrovarsi come dono di Dio" (p. 60). Contrariamente a Lutero e altri luterani anche odierni per i quali la giustificazione per la fede senza le opere sarebbe i1 tema fondamentale della lettera ai Romani, per Schmithals questo tema è la universalità della salvezza per la fede in Cristo. Riguardo al controverso passo di Rom 11,25 l'autore è allineato con l'esegesi tradizionale: "Si tratta di un responso oracolare la cui origine va cercata con ogni probabilità negli ambienti ellenistico-giudeocristiani che, con il pensiero rivolto ad Israele, guardavano con grande speranza alla missione presso i pagani" (p. 150). Si tratta di una conversione che riguarda l'insieme del popolo eletto (non del singolo credente) da effettuarsi alla parusia di Cristo. Nel suo contesto originario questo oracolo intendeva aiutare i giudeocristiani, turbati dalla disubbidienza d'Israele; Paolo se ne servirebbe per rintuzzare la superbia dei cristiani d'origine pagana.

Non mancano le affermazioni che destano perplessità. Eccone alcune. L'Antico Testamento         riconoscerebbe già l'esistenza del peccato originale, mentre, al contrario, Paolo la negherebbe. Affermare che "Paolo non difende la teoria del peccato originale o quella che fa della morte un'inevitabile eredità” (p. 93) è una cosa inaudita per un protestante ortodosso. Rom 1,3-4, considerato da molti neotestamentaristi una formula dottrinale prepaolina, avrebbe un'origine giudeo-cristiana ellenistica e rifletterebbe una cristologia soltanto adozionista, in contrasto con la cristologia della preesistenza tipica di Paolo. Contro il parere di molti storici del cristianesimo primitivo non si può affermare a cuor leggiero che Paolo non andò in Spagna (cfr. p. 182). È una incongruenza tradurre il greco polloi con tutti in 5,15, invece che con molti ben due volte in 5,19, tanto più che l'autore riconosce esplicitamente che molti in ebraico (rabbim) equivale a tutti. Così infatti traduce sempre la Bibbia CEI in base a 5,18.

Anche il traduttore (U. Bonanate) del testo di Paolo lascia a desiderare. A mio parere non avrebbe dovuto ritoccare la traduzione tedesca dell'autore con rimandi che, per di più, non trovano riscontro nel libro.

Concludendo, bisogna riconoscere che questo volume piuttosto smilzo (appena 188 pagine) non regge al confronto con i voluminosi commentari pubblicati recentemente in Italia (J.A. Fitzmyer 1999, A. Pitta 2000, S. Légasse 2004, R. Penna 2004.2006). Del resto non vuole essere un commentario dettagliato ma una semplice introduzione accompagnata da una rapida e sommaria interpretazione del testo paolino, strutturato, tra l’altro, in maniera molto personale. Per uno scritto così irto di difficoltà non ancora risolte, com'è la lettera ai Romani, questo libro ha l'indiscutibile merito di essere una provocazione per studiosi e lettori.


 
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