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Recensione: Tim Hegedus, Early Christianity and Ancient Astrology
Messo in linea il giorno Sabato, 27 settembre 2008
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Tim Hegedus, Early Christianity and Ancient Astrology

Tim Hegedus, Early Christianity and Ancient Astrology, Patristic Studies 6, Peter Lang Publishing Inc, 2007.

Recensione a cura di Andrea Nicolotti.



 

 

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Tim Hegedus insegna al Waterloo Lutheran Seminary, nell'Ontario. Lo scopo del suo libro è fornire uno studio complessivo delle relazioni tra il cristianesimo antico e l'astrologia, mettendo in luce la diversità di attitudini dei differenti scrittori cristiani dell'antichità.

Il primo capitolo è dedicato a una breve esposizione dell'astrologia greco-romana e dei suoi rapporti con il cristianesimo antico. Con esso ha inizio la prima parte del libro (A) consacrata alla polemica cristiana anti-astrologica; il fatalismo astrologico fu evidentemente l'aspetto più fortemente criticato da parte dei cristiani, in quanto lesivo della divina autorità e del libero arbitrio umano. Gli scrittori cristiani adoperarono contro di esso molti argomenti già noti alla letteratura greco-romana, tratti dal tradizionale arsenale di luoghi comuni contro l'astrologia; in particolare, fecero largo uso dei topoi attribuiti a Carneade di Cirene (214-129 a.C.), il fondatore della Nuova Accademia platonica, ma ricorsero anche al contenuto di opere dossografiche, all'interno delle quali venivano raccolte e riassunte le opinioni delle diverse scuole filosofiche. In certi casi gli scrittori cristiani giunsero addirittura a ricopiare pedestremente le argomentazioni pagane contro l'astrologia; altre volte, invece, costruirono argomentazioni originali.

Nel secondo capitolo si prende in esame uno degli argomenti più ampiamente utilizzati dagli autori cristiani contro la metodologia in uso presso gli astrologi: l'argomento dell'impossibilità pratica. Mediante esso si cerca di dimostrare l’impossibilità di determinare la posizione degli astri nell'esatto momento della concezione o del parto del nascituro. Solitamente ci si serve di un'immagine stereotipata: mentre una donna sta partorendo in casa, l'astrologo è appostato sul tetto e sta osservando le stelle, attendendo l'annuncio del preciso momento della nascita, che deve provenire dal basso. Ma contro questo sistema si scaricano le confutazioni degli scrittori sia pagani sia cristiani, i quali desiderano dimostrare irrefutabilmente che, nella pratica, tale calcolo preciso è irrealizzabile.

Il terzo capitolo è dedicato all'argomento dei destini differenti: perché persone nate nelle stesse circostanze e che quindi posseggono il medesimo oroscopo non sempre hanno lo stesso aspetto, lo stesso carattere e le stesse esperienze di vita? Ecco le parole dell’autore dell'Elenchos: "Coloro che sono nati allo stesso momento non conducono alla medesima vita, ma alcuni, per esempio, sono diventati re, altri sono invecchiati in catene. Nessuno di quelli che al mondo sono nati allo stesso momento di Alessandro il Macedone sono diventati come lui, e nessuno è divenuto uguale a Platone il filosofo. Infatti l'astrologo, esaminando il momento della nascita in ciascuna particolare latitudine, non sarà in grado di dire con accuratezza se la persona nata in quel momento sarà fortunata; infatti molti nati al medesimo tempo furono sfortunati. Di conseguenza, è vana la credenza nella somiglianza basata sulla disposizione delle stelle" (IV,5,4-6). Fu questo l'argomento che distolse definitivamente Agostino di Ippona dalla fiducia che un tempo aveva riposto nell'astrologia: ciò che lo spinse a riflettere fu il racconto di due parti avvenuti nello stesso momento: ma nonostante l'identico oroscopo uno dei due bambini "per essere nato in una famiglia di nobiltà locale, percorreva rapidamente le strade più nette del mondo, si arricchiva ogni giorno più e ascendeva a onori sublimi, mentre lo schiavo, che non si era scrollato minimamente di dosso il giogo della sua condizione, continuava a servire i padroni" (Confessiones, 7,6,8). Questo aneddoto fornisce a Tim Hegedus lo spunto per indagare quale fosse la reale conoscenza dell'astrologia da parte di Agostino, il quale sembra in realtà non aver approfondito di molto i complicati principi dell'astrologia contemporanea. Un corollario dell'argomento dei destini differenti è quello dei diversi destini dei gemelli, che seppur nati contemporaneamente possono presentare caratteristiche totalmente diverse.

All'opposto dell'argomento precedente sta quello dei comuni destini: com'è possibile che persone nate in luoghi e tempi diversi, e quindi con oroscopi anche molto divergenti, possano ritrovarsi nelle medesime condizioni, morire allo stesso tempo o essere coinvolti in qualche catastrofe collettiva? Questo è un argomento che in verità gli scrittori cristiani adoperarono abbastanza raramente; di ciò si occupa il capitolo quarto.

Il quinto capitolo è dedicato all'argomento dei nòmima barbarikà (costumi stranieri), che è una variante dell'argomento dei comuni destini: le leggi, le caratteristiche fisiche, i temperamenti e i costumi condivisi da nazioni, tribù e popoli contraddicono l'astrologia genetliaca. È quanto già aveva notato Cicerone: "Forse la differenza dei luoghi non produce differenti tipi umani? È facile mostrare quanto son diversi nel corpo e nel carattere gli Indiani e i Persiani, gli Etìopi e i Siri, a tal punto che le varietà e le dissimiglianze sono addirittura incredibili. Da ciò si comprende che riguardo alle nascite le diverse località della terra valgono più dei contatti lunari" (De divinatione, 2,46). In verità gli astrologi non mancarono di cercare una risposta a questo argomento, ricorrendo alla dottrina della geografia astrologica, o corografia, secondo la quale il sole, la luna e cinque pianeti governano su un numero di regioni geografiche (normalmente sette) in cui la terra è stata divisa. Ciò spiegherebbe le differenze di ciascuna zona.

Il capitolo sesto è dedicato all'argomento degli animali: se tutto il mondo è simpatetico e soggetto al fato astrologico, non dovrebbero esserci differenze tra il destino degli animali e quello degli esseri umani.

Ma l'argomento più importante di tutti è quello morale (capitolo sette). L'astrologia nega la libertà di scelta, rovescia ogni sistema di moralità e giustizia, rende vano il culto religioso e la preghiera. Il fatalismo astrologico provoca infatti un'evasione dalla responsabilità personale per ciascuna azione morale. Se le opere umane sono il risultato del fato, il singolo non può essere responsabile del proprio comportamento, quindi non può ricevere né lode né biasimo, premio o punizione. Questo punto di vista, una volta accettato su larga scala, avrebbe conseguenze sociali serie: i giudici e i tribunali non potrebbero più funzionare credibilmente, e la gente diventerebbe indifferente riguardo ai propri obblighi morali e sociali. Per quanto concerne la preghiera, sebbene essa fosse comunque praticata anche da molti seguaci dell'astrologia, a rigor di logica dovrebbe diventare inutile.

L'ottavo capitolo è dedicato alla concezione cristiana secondo cui l'astrologia è opera demoniaca. Per usare le parole di Taziano, "gli uomini sono diventati vittime dell'apostasia dei demoni. Avendo infatti mostrato loro un diagramma della posizione degli astri, come quelli che giocano a dadi, essi introdussero il fato; cosa del tutto ingiusta! Il giudice e l'accusato diverrebbero tali per il fato, e di questo stesso fato sarebbero frutto gli assassini e le vittime, i ricchi e i poveri; e ogni generazione, come in un teatro, offre un divertimento a questi demoni" (Ad Graecos, 8,1).

Nel nono capitolo l'autore esamina la condanna dell'astrologia in ambito cristiano in un contesto più ampio, mettendola in relazione con la magia e la divinazione, oppure con l'eresia.

Il decimo capitolo si occupa dell'opposizione all'astrologia in relazione alla dottrina cristiana. Molti scrittori cristiani attaccarono l'astrologia sulla base della dottrina della creazione divina, la quale sarebbe completamente negata dalla fede nel fato astrologico. Molti cristiani svilupparono argomenti contro l'astrologia sulla base dei racconti della creazione contenuti nel libro della Genesi, dai quali risulta che i pianeti e le stelle sono totalmente subordinati al Dio creatore. La distinzione tra creatore e creazione conduce anche alla persuasione che la conoscenza del futuro compete solo a Dio. Al tempo della controversia pelagiana Agostino dovette conciliare la propria dottrina del peccato originale con il rifiuto del fatalismo astrologico. Un corollario della persuasione che l'astrologia sia opera demoniaca è l'affermazione secondo la quale Cristo ha vinto, assieme alle potenze demoniache, anche l'astrologia e il fato.

Nell'undicesimo capitolo sono esaminati i problemi di natura pastorale posti dalla credenza nell'astrologia. Che alcuni cristiani ricorressero agli astrologi è evidente dal fatto che gli scrittori ecclesiastici formularono ripetute e insistenti condanne dell'astrologia. Questo comportamento infatti poneva certamente un problema pastorale alle autorità ecclesiastiche, che spinse a prevedere addirittura la scomunica per coloro che praticavano l'astrologia.

Con il capitolo dodicesimo inizia la seconda parte del libro (B), nella quale vengono esaminati i casi in cui certi cristiani dimostrarono di possedere un punto di vista più o meno positivo nei riguardi dell'astrologia, tentando in certi casi di conciliarla con il proprio sistema teologico. La prima prova di ciò è fornita da fonti non letterarie: iscrizioni funerarie, pitture, papiri e artefatti ascrivibili ad un ambito cristiano dimostrano che simbologie e iconografia astrologiche non furono del tutto abbandonate.

Non solo la presenza di frequentatori dell'astrologia all'interno della società cristiana dovette sollecitare una risposta; fu avvertita anche la necessità di commentare adeguatamente alcuni passi della scrittura che potevano fornire argomentazioni ai sostenitori dell'astrologia. Il più importante di essi fu certamente il racconto dei Magi e della stella contenuto nel Vangelo di Matteo (2,1-12): i Magi hanno davvero localizzato il luogo di nascita di Gesù grazie all'astrologia? Che cosa significa che Gesù è nato sotto una stella? Forse questa pericope può offrire qualche genere di garanzia al valore dell'indagine astrologica? Gli scrittori cristiani elaborarono due generi di interpretazioni. La prima stabilisce un collegamento con la storia di Balaam (Num 22-24): anch'egli era dedito all'astrologia, ma ciò non gli impedì di mutare la propria missione iniziale (quella di maledire Israele) e riconoscere la potenza del vero Dio. Rileggendo l'episodio dei Magi alla luce di quello di Balaam è possibile salvaguardare la positività della figura dei magi, senza essere costretti ad ammettere la legittimità del loro passato di astrologi. La seconda interpretazione ha a che fare con la stella, che viene interpretata come simbolo della vittoria del Cristo su ogni potenza cosmica. Altri passaggi biblici, commentati nel capitolo quattordicesimo, mostrano qualche labile contatto con le teorie astrologiche. Ma è il libro dell'Apocalisse, discusso nel capitolo quindicesimo, quello che potrebbe contenere alcuni interessanti richiami: i quattro esseri viventi (4,6-7) sono stati interpretati come simbolo di alcuni segni zodiacali, e la corona di dodici stelle della donna vestita di sole (12,1-17) sembra richiamare lo zodiaco e la costellazione della vergine.

Un esempio di incorporazione dell'astrologia nel pensiero cristiano è evidente dagli scritti di Bardesane di Edessa (154-222). Pur opponendosi al fatalismo astrologico, egli non rigettò completamente l'astrologia. Nel suo Libro delle leggi dei paesi dimostra di avere sviluppato una dottrina cosmologica nella quale convergevano la speculazione giudaica sui primi capitoli della Genesi e l'astrologia caldea. Alla triade degli elementi primordiali, del corso degli astri e del mondo, che guidano rispettivamente la libertà, il destino e la natura, corrisponderebbe nell'uomo una triplice divisione tra spirito, anima e corpo. Se lo spirito è principio di libertà, l'anima è sottomessa al destino governato dagli astri. Bardesane cercò comunque di dimostrare che l'uomo non è interamente sottomesso al destino, sebbene esso abbia una parte non indifferente nella vita.

Il diciassettesimo capitolo si occupa di alcuni gruppi menzionati all'interno dell'Elenchos attribuito a Ippolito romano (non vi è però menzione del fatto che quest'attribuzione a Ippolito è stata da molti anni messa fortemente in dubbio da studiosi italiani, tra i quali Vincenzo Loi e Manlio Simonetti), soffermandosi sulle dottrine astrologiche dei seguaci di Arato, dei Perati e degli Elcasaiti.

Il pensiero di Tertulliano, a cui è dedicato il diciottesimo capitolo, è che l'astrologia fu valida nel periodo precedente alla venuta di Cristo, e che l'episodio dei Magi è l'ultima prova del suo valore nel mondo antico. Dalla comparsa di Gesù, tuttavia, l'astrologia va rigettata. Sotto la pressione della racconto della natività del Vangelo di Matteo, Tertulliano si vede costretto a concedere questa significativa concessione. Egli è certamente un testimone del fatto che i cristiani, pur tentando di ripudiare l'astrologia, si trovarono inevitabilmente a contatto con essa in virtù della loro appartenenza alla società greco-romana.

Nel diciannovesimo capitolo si affronta il contenuto del cosiddetto romanzo pseudoclementino. Sembra che la Grundschrift che sta a fondamento delle Homiliae e delle Recognitiones contenesse importanti riferimenti all'astrologia, che secondo alcuni risalgono al pensiero di Bardesane e mostrano contatti con il pensiero platonico.

Origene (capitolo venti) fu un altro pensatore cristiano che, pur attaccando il fatalismo astrologico, riconobbe all'astrologia qualche validità (e come Tertulliano accettò il valore dell'astrologia precristiana). Egli inoltre condivideva con il mondo antico l'idea che gli astri fossero esseri spirituali viventi: le stelle sono segni, messaggi divini per l'umanità (come la stella di Betlemme), ma non hanno influssi diretti sulla vita degli uomini.

Il capitolo ventunesimo esamina le fonti sul movimento priscillianista, secondo le quali Priscilliano (che operò in Spagna a partire dal 370 circa) avrebbe combinato l'astrologia con la teologia cristiana. Pur ritenendo che la venuta di Cristo avrebbe vanificato il valore fatalista dell'astrologia antica, egli incorporò dottrine astrologiche, magiche e numerologiche nella propria teologia, insistendo soprattutto sulla melotesia, cioè sulla corrispondenza dei segni dello zodiaco con le parti del corpo umano.

Nel capitolo ventiquattro si esamina uno dei più indicativi esempi del positivo uso di tematiche astrologiche nella letteratura cristiana antica: si tratta di un sermone battesimale di Zenone di Verona (II metà IV secolo) diretto a un gruppo di persone recentemente convertite al cristianesimo, alle quali egli promette di rivelare il segreto del loro "oroscopo sacro". In quest'omelia il vescovo reinterpreta cristianamente tutto lo zodiaco, associando a ciascun segno zodiacale un significato più profondo (ad esempio, il Sagittario è il diavolo, i Gemelli sono i due Testamenti, il Toro è Cristo).

Una conclusione generale (ventitreesimo capitolo) pone fine al volume. Nella prima parte del libro si è dimostrato che molti scrittori cristiani hanno attaccato l'astrologia; la seconda parte però ha messo in luce come altri cristiani, che vivevano immersi nel contesto della religiosità greco romana, abbiano tentato di recuperare qualche aspetto dell'astrologia antica reinterpretandolo e liberandolo da ciò che la rendeva incompatibile con il cristianesimo. Gli autori che hanno attaccato l'astrologia non si sono rivolti direttamente ai loro oppositori, spesso adoperando contro di loro argomentazioni di seconda mano, fornendone una superficiale caricatura e talvolta dimostrando una certa ignoranza sui complicati meccanismi astrologici. D'altra parte occorre ricordare che questi scrittori non erano fondamentalmente preoccupati della confutazione degli astrologi stessi, interessati com'erano a dissuadere i propri fedeli dal ricorrere ad essi. La polemica contro l'astrologia è stata giustamente vista come una risposta al fatto che i cristiani dimostravano un persistente interesse per le tematiche astrologiche.  Il tentativo di alcuni di rendere l'astrologia compatibile con il cristianesimo permette di operare una distinzione tra astrologia "dura" (cioè deterministica) e astrologia "morbida" (che riconosce un valore al libero arbitrio umano). Il fatalismo deterministico era certamente inconciliabile con il cristianesimo, ma per alcuni fu altrettanto impossibile eliminare del tutto la radicata credenza in qualche genere di influenza astrale, anche solo simbolica.


 
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