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Recensione: G. Aragione - E. Junod - E. Norelli, Le canon du Nouveau Testament
Messo in linea il giorno Giovedì, 26 febbraio 2009
Pagina: 1/1


G. Aragione - E. Junod - E. Norelli, Le canon du Nouveau Testament

Gabriella Aragione - Eric Junod - Enrico Norelli (a cura di), Le canon du Nouveau Testament. Regards nouveaux sur l'histoire de sa formation, Genève, Labor et Fides, 2005.

Recensione a cura di Armando Rolla.



 

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Nonostante gli studi che si sono moltiplicati in questi ultimi anni, la storia della formazione del canone neotestamentario rimane ancora problematica; merita, perciò, tutto il plauso il libro qui presentato che, anziché darci una sintesi dei risultati fin qui raggiunti, ci offre, come indica chiaramente il sottotitolo, nuove prospettive che dovrebbero attirare l'attenzione degli studiosi del Nuovo Testamento. Sono qui raccolti dieci contributi presentati in un seminario tenuto nell'anno accademico 2003-2004 in varie facoltà di teologia della Svizzera romanda.

A mo' d'introduzione, Christoph Markschies (Berlino) rifà a grandi linee i dibattiti sul canone neotestamentario in Germania dopo Lutero fino ai nostri giorni.

Enrico Norelli (Ginevra) si pone il problema se Papia di Gerapoli abbia utilizzato la raccolta canonica dei quattro Vangeli. Opponendosi alla tesi comune che ammette questa conoscenza, egli pensa che non si possa dire nulla riguardo i Vangeli di Luca e di Giovanni; invece è possibile che Papia abbia conosciuto, senza però utilizzarli direttamente, i Vangeli di Marco e di Matteo. Basandosi sul fatto che il Diatessaron di Taziano dipende da forme precanoniche dei Vangeli, Norelli ipotizza che il testo di Matteo abbia continuato ad evolversi nel corso del II secolo.

Ricollegandosi all'ipotesi ben documentata del P. Boismard dell’École biblique di Gerusalemme, William Petersen (Pensylvania, USA) sostiene che nella composizione della sua armonia evangelica (il Diatessaron) Taziano si sia ispirato all'armonia del suo maestro Giustino, aggiungendovi lezioni del quarto Vangelo che questi non sembra conoscere. Egli sospetta che certe lezioni proprie del Diatessaron siano molto antiche, però non giunge ad affermare che le prime armonie Vangeli siano basate su forme precanoniche dei Vangeli.

Studiando la ricezione del IV Vangelo nel corso del II secolo Annarita Magri (Friburgo) si oppone all'opinione corrente secondo cui questo Vangelo sarebbe stato influenzato dagli gnostici valentiniani. È vero il contrario, perché gli gnostici avevano l'abitudine di utilizzare tutti i testi religiosi giudaiche, cristiani o pagani, persuasi com'erano che si contenessero tracce della "scintilla divina"; però li interpretavano prevalentemente in senso allegorico.

Frédéric Amsler (Losanna) esamina le citazioni evangeliche esplicite contenute negli scritti pseudoclementini. Esse, tratte prevalentemente dal Vangelo di Matteo, riguardano la vita pubblica di Gesù, però ignorano la passione. Il fatto che alcune di queste citazioni non si trovino nel Nuovo Testamento e, ciò nonostante, siano poste sullo stesso piano di quelle presenti, suggerisce l'idea che per gli autori di questi scritti il canone del Nuovo Testamento non fosse stato ancora stabilito.

Eric Jounod (Losanna) studia la formazione del canone neotestamentario da Eusebio di Cesarea ad Atanasio di Alessandria che con la sua lettera festale del 367 (qui tradotta e commentata da Gabriella Aragione) ha legiferato sull'insieme del canone biblico (è il primo ad usare il termine canone) almeno per l'Egitto. Eusebio è il primo che ne ha composto una lista, al termine di un'inchiesta, però non sembra che volesse imporla e ammette esplicitamente che alcuni scritti (Giacomo, Giuda, 2 Pietro, 2 e 3 Giovanni e Apocalisse) erano contestati, anche se largamente conosciuti e utilizzati nella Chiesa.

Dopo aver analizzato l'evoluzione e i vantaggi del codice, sistematicamente usato per gli scritti cristiani, Sever Voicu (Roma) fa le seguenti constatazioni: nel IV secolo è esistito un solo centro per la copiatura dei codici a Cesarea di Palestina (copiò 60 bibbie per ordine di Costantino); l'incidenza dei copisti nella fissazione del canone è stata solo marginale (salvo forse per l'ordine dei libri biblici); i bisogni liturgici vi hanno certamente contribuito. Contrariamente a quello che afferma Eusebio di Cesarea per le opere di Giuseppe e la Lettera di Aristea per i LXX, non è provato il deposito del testo biblico nelle biblioteche pubbliche, un fatto che ne avrebbe assicurata la stabilità.

Gregor Würst (Münster) fa il punto sulla conoscenza attuale del canone manicheo, meglio conosciuto dopo le moderne scoperte dei testi manichei in svariate lingue.

Franz Mali (Friburgo) analizza la forma del canone neotestamentario secondo gli antichi scrittori siriaci. Il testo più antico è stato certamente il Diatessaron di Taziano, forse composto direttamente in siriaco in base all'armonia evangelica usata da Giustino. Vengono poi le lettere di Paolo. Nel V secolo la Peshitta attesta l'intero canone, eccetto Giuda, 2 Pietro, 2 e 3 Giovanni e Apocalisse, ignorate da alcuni autori ancora nel secolo X.

Infine Michael Stone (Gerusalemme) s'occupa del canone armeno del Nuovo Testamento, ancora mal definito lungo tutto il primo millennio; in seguito si trovano liste di ispirazione greca che però ignorano ancora l'Apocalisse.


 
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