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Recensione: Martin Hengel, Der unterschätzte Petrus
Messo in linea il giorno Giovedì, 17 settembre 2009
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Martin Hengel, Der unterschätzte Petrus

Martin Hengel, Der unterschätzte Petrus. Zwei Studien, Tübingen, Mohr Siebeck, 2007.

Recensione a cura di Fabio Cigognini.



La prestigiosa casa editrice Mohr Siebeck di Tubinga pubblica questo interessante saggio di Martin Hengel, celebre esegeta del Nuovo Testamento recentemente scomparso.

Si tratta di due saggi dedicati alla figura di Simon Pietro. La tesi di fondo dello studioso luterano è che Pietro continui ad essere una figura sottovalutata dall’odierna esegesi scientifica – sia cattolica che evangelica -, sia sotto il profilo storico che sul versante del suo significato teologico: l’assunto di Hengel non ha mancato di suscitare interesse, a tal punto che a dieci mesi dalla prima edizione del presente saggio, tutte le copie erano già esaurite, rendendosi quindi necessaria, come spiega l’autore stesso in sede di premessa, una seconda edizione, che è quella che qui presentiamo.

Il primo studio, dal titolo “Petrus der Fels, Paulus und die Evangelientradition” (=”Pietro la roccia, Paolo e la tradizione evangelica”) si compone di sette densi capitoli.

Il punto di partenza dell’argomentazione non può che essere il celebre passo del Tu es Petrus, a cui l’autore pone tre domande: 1. A chi risale questa unità testuale? 2. Quando è sorta? 3. Perché l’evangelista l’ha assunta nella sua opera come “fonte propria” (Sondergut)? Il che equivale domandarsi: come mai per Matteo Pietro riveste un ruolo così importante, unico nel suo genere? Hengel condivide l’opinione della maggior parte degli esegeti contemporanei, secondo cui Mt. 16,17-19 non è un detto autentico di Gesù, ma reca l’impronta della teologia del primo evangelista. Questo conduce lo studioso tedesco a evidenziare come il passo, estremamente complesso poiché tradizione e redazione si intrecciano senza lasciarsi più chiaramente distinguere, abbia comunque ricevuto la sua formulazione finale all’interno della comunità di Matteo, che egli localizza nel sud della Siria o anche sul confine siro – palestinese, tra il 90 e il 100 d. C. circa: il detto così come lo leggiamo noi oggi è quindi relativamente tardivo. Questa constatazione non induce però l’autore a ridimensionare la figura di Simon Pietro: anzi, - e qui si trova un aspetto molto interessante del saggio – egli sottolinea fortemente non solo la centralità di Pietro nel Vangelo di Matteo, ma pure il suo significato ineguagliabile in tutta la tradizione neotestamentaria. A sostegno di ciò, Hengel cita pure la statistica, da cui si evince che la persona di Pietro è citata ben 181 volte nel NT: nessun altro personaggio – neppure Paolo – è menzionato così tanto. Se cercassimo poi un parallelo al Tu es Petrus matteano, dovremmo rivolgere la nostra attenzione al di fuori del NT, precisamente al famoso Logion 12 del Vangelo di Tommaso, testo che per ragioni evidenti non può avere la medesima importanza storica, dove Giacomo riceve un elogio e un compito paragonabile a quello del Pietro matteano. Come si spiega tutto questo? Hengel conclude che l’unica spiegazione possibile sia l’autorità permanente (bleibende Autorität) di cui l’apostolo godeva.

Il secondo capitolo è dedicato al significato del soprannome che Simone ricevette da Gesù. Dopo una rapida analisi dei principali passi – NT e Qumran - nei quali compare la metafora del “fondamento di roccia” (Felsenfundament), Hengel volge l’attenzione all’analisi del significato originario che avrebbe potuto assumere il soprannome Kêphā. Al riguardo, Il riferimento imprescindibile è rappresentato da un articolo che Peter Lampe, docente di NT all’università di Heidelberg (Germania), ha scritto nel 1979 sulla rivista New Testament Studies. Vi si sosteneva che quando una persona di lingua aramaica – come Gesù – udiva o pronunciava il termine Kêphā vi associava in primo luogo il significato di “pietra” o di “sasso” e solo secondariamente, ed in casi sporadici e limitati, quello di “roccia”. A dimostrazione della sua tesi, l’esegeta di Heidelberg faceva notare, tra l’altro, come Kêphā fosse stato tradotto in greco con Πέτρος (=pietra) e non con πέτρα (=roccia). La tesi ha avuto un discreto successo. Ora, benché Hengel ammetta che originariamente possa avere prevalso, nell’interpretazione del soprannome, “pietra” come principale sfumatura di significato, egli critica la tesi di Lampe come troppo unilaterale; infatti, a suo parere, “I confini sono qui flessibili. Il significato di ‘pietra’ poteva facilmente trasformarsi in quello di ‘roccia’ e viceversa”. Personalmente, mi domando se questa polisemia, che il nostro autore individua “proprio nell’uso linguistico precristiano aramaico (ed ebraico)”, non possa far luce sul significato originario del termine. Sarebbe azzardato supporre che Gesù possa avere giocato proprio sull’”ambiguità” della parola Kêphā? Proprio Hengel sottolinea che il significato del primo discepolo di Gesù, unico nel suo genere in tutta la tradizione neotestamentaria, non contempla solo gli aspetti positivi, ma anche quelli negativi: metaforicamente, potremmo dire che l’apostolo Simone riassumeva in sé la durezza della pietra o del sasso e la saldezza della roccia.

Naturalmente, al di là delle preferenze per l’una o per l’altra ipotesi, occorre mettere in risalto come Matteo abbia concepito il soprannome conferito a Simone nel senso di “roccia”. E’ da questa constatazione che Hengel muove a conclusione del secondo capitolo, sostenendo che tale interpretazione, precedente a Matteo, non fu però esente da contestazioni nella Chiesa delle origini: a riguardo, egli cita e analizza il testo di 1 Cor. 1-3 - in particolare 1 Cor. 3,11 -.

Proprio sulla considerazione che conclude il precedente capitolo è basato quello successivo, il terzo. Già nel periodo antecedente a Matteo, Pietro è la “fondamentale figura apostolica della chiesa” (“Die apostolische Grundgestalt der Kirche”). Nessun’ altra figura della chiesa nascente, osserva lo studioso di Tubinga, pur significativa che fosse, ha meritato l’appellativo di “roccia”. E pure là dove egli sembra subire una certa “concorrenza”, come nel caso del “discepolo prediletto” nel Vangelo di Giovanni, rimane sempre il fatto che non a quest’ultimo Gesù conferisce il compito di pastore, bensì a Pietro. Hengel accenna qui ad un punto che svilupperà al termine di questo primo saggio: l’autorità di Pietro non sarebbe potuta sussistere senza un suo preciso pensiero teologico le cui tracce sarebbero reperibili tra le pieghe della redazione lucana dei discorsi di Pietro negli Atti degli apostoli. Senza una riconoscibile posizione teologica da parte di Pietro, non si spiegherebbero alcuni fatti storicamente assodati: perché, ad esempio, Paolo, dopo la sua adesione al Cristianesimo, visita proprio lui a Gerusalemme ? Sarebbe pensabile la sua posizione preminente nei primi tempi della Chiesa sganciata da un pensiero teologico originale? Come spiegare l’esistenza di un “partito di Pietro” a Corinto? Il capitolo si conclude con una nota critica al mondo protestante, a cui Hengel apparteneva: la tendenziale sottovalutazione della figura di Simon Pietro dal parte del Protestantesimo dovrà essere ridimensionata proprio alla luce delle fonti. Hengel sa bene la portata di un simile rilievo esegetico: gli studi sulla figura di Pietro conoscono ancora oggi una vasta produzione, poiché la sua persona è direttamente connessa ad uno spinoso problema ecumenico, il papato. Pertanto, lo studioso luterano, a conclusione del suo saggio, mostra di assumere una posizione che concorda perfettamente con l’orientamento assunto dall’esegesi evangelica contemporanea, almeno da Cullmann in avanti: il significato storico- teologico di Pietro, seppur grande, va comunque limitato alla sua esistenza terrena e non prevede nessuna successione. Dopo tutto, penso che l’appunto a cui sopra si accennava sia valido più a livello pratico e di tradizione, che sul piano degli studi storico – esegetici.

In apertura del quarto capitolo, Hengel ribadisce la tesi che percorre tutto il suo saggio: Simon Pietro non è importante solo per Matteo, ma per tutta la tradizione neotestamentaria. Là dove non sia possibile evincere ciò direttamente, lo si può senz’altro constatare in modo indiretto: è il caso del Vangelo di Marco.  Al riguardo occorre quantomeno rilevare il coraggio e la libertà scientifica dello studioso di Tubinga; egli infatti sposa una tesi decisamente controcorrente nell’odierna esegesi: Marco – secondo quanto riferisce Papia, vescovo di Gerapoli in Frigia agli inizi del II sec. – sarebbe stato discepolo (= Schüler) e interprete (= Dolmetscher ) di Pietro. Hengel è a questo proposito radicale: “Finora non ho trovato da nessuna parte un argomento convincente contro la notizia di Papia. Si vuole apparire ‘critici’ – qui non sussiste nessuna differenza tra esegesi cattolica ed evangelica – su ogni cosa al mondo, e non ci si rende conto di quanto si argomenti in modo ‘acritico’”. il nostro autore elenca poi dettagliatamente una serie di argomentazioni a favore della sua tesi: riassumiamo le principali. Anzitutto occorre constatare come Matteo – il Vangelo del Tu es Petrus – contiene oltre l’80% del materiale di Marco: ciò è spiegabile unicamente se l’autore del primo Vangelo attribuiva a Marco un’autorità eccezionale e questo è pensabile proprio perché soggiacente a Marco vi è la predicazione di Pietro. In secondo luogo, “è pure un’assurdità supporre che un’opera così rivoluzionaria come il Vangelo più antico possa essere stato redatto da un anonimo cristiano di origine pagana, da un ‘Mr. Nobody’ del Cristianesimo primitivo”: dietro un tale componimento deve per forza esserci un’autorità riconosciuta. Se queste due principali motivazioni e altre di carattere più strettamente filologico non incrinano del tutto, a mio parere, le ragioni della maggior parte degli specialisti di Marco che respinge la tesi di Papia, esse hanno almeno il pregio, data la loro consistenza, di costringere l’esegesi a ripensare e meglio definire tesi che altrimenti finirebbero per essere troppo acriticamente sostenute.

Il capitolo quinto tratta dell’attività di Pietro al di fuori della Giudea – con particolare attenzione al suo soggiorno a Corinto – e del conflitto antiochieno. Proprio quest’ultimo argomento assume per lo studioso tedesco una valore capitale. Lo scontro, derivato dalla difficoltà a rispettare gli accordi di Gerusalemme in comunità miste della diaspora, avrebbe aperto tra Pietro e Paolo un solco per noi ben difficilmente immaginabile. E’ significativo che Hengel crede di vedere la scia di questo drammatico evento, oltre che nella prima Lettera ai Corinzi, nella Lettera ai Romani e nella seconda Lettera ai Corinzi, dove Paolo parla di misteriosi avversari che mettono in forse la legittimità della suo annuncio e della sua missione. Il nostro autore crede di potere identificare gli antagonisti di Paolo con missionari che facevano capo a Pietro. Proprio una considerazione dello stesso Hengel, però, mi fa essere dubbioso al riguardo. Egli sostiene infatti che il prestigio e l’importanza storica di Pietro risalgono, tra le altre cose, al fatto che la figura dell’apostolo, nel panorama variegato del Cristianesimo nascente, si colloca proprio in una “posizione intermedia” (“Zwischenposition”), distante cioè sia dalla “destra” di Giacomo, che dalla “sinistra” di Paolo e Giovanni. Ora, da quanto si può desumere – come nota lo stesso Hengel, Paolo cela l’identità e il pensiero dei suoi avversari – non sembra che gli oppositori di Paolo si possano annoverare tra i Giudeocristiani “moderati”. Sono invece dell’opinione che andrebbero collocati tra quei Giudeocristiani “radicali” di cui lo stesso Pietro ebbe timore ad Antiochia (cfr. Gal. 2, 11-12).

In ogni caso, è apprezzabile la libertà con cui Hengel si schiera sia a favore di tesi “conservatrici”, sia a favore di opinioni “progressiste”: è questo senza dubbio uno dei pregi maggiori di questo libro, che denota da parte dell’autore lo sforzo di lasciarsi condurre unicamente dalla ricerca, il più possibile libero da pregiudizi.

Nel penultimo capitolo viene approfondita la questione del pensiero teologico di Pietro. Come si accennava sopra, Hengel crede che sia possibile estrapolare, a partire dalla redazione lucana dei discorsi di Pietro negli Atti degli apostoli, almeno i capisaldi del pensiero dell’apostolo, che si possono brevemente riassumere così: 1. Il battesimo per il perdono dei peccati somministrato “nel nome di Gesù” e collegato al dono dello Spirito; 2. La lettura della vicenda di Gesù alla luce della figura del “Servo di JHWH” del libro di Isaia, con particolare riferimento al quarto canto; 3. Il risalto dato all’intronizzazione di Gesù, con peculiare rimando al Salmo 110.

Da quanto detto fin qui, risulta chiaro che per il nostro autore Pietro fu anche un eccellente missionario, organizzatore e stratega: a questo argomento è dedicato un apposito paragrafo. Il capitolo si conclude con una sezione in cui l’autore si pone la domanda se, dopo il conflitto di Antiochia, col suo lascito spiacevole, si sia mai giunti ad una riconciliazione tra Pietro e Paolo. La risposta suona così: “Non lo sappiamo, ma vorremmo supporlo”. Tale supposizione è fondata essenzialmente sul fatto che, al di là di ogni differenza, anche profonda, i due hanno sempre operato per la verità del Vangelo e ricercato l’unità della Chiesa. Non per nulla la tradizione, almeno da un certo punto in avanti, li associa. Pietro e Paolo, insieme al Corpus abbinato al nome di Giovanni sono “le colonne portanti del nuovo messaggio, valido per tutta l’umanità”.

L’ultimo capitolo rappresenta una sorta di riassunto, in dieci punti, del saggio.

Il secondo studio, assai più breve del primo, si intitola ”Die Familie des Petrus und andere apostolische Familien” (= “La famiglia di Pietro e le altre famiglie apostoliche”).

Da Mc 1, 29-31 veniamo a conoscenza del fatto che Pietro era sposato, notizia peraltro confermata anche da Paolo (cfr. 1 Cor. 9, 5-6). Questo dato risulta ancora più interessante alla luce del fatto che, di solito, I Vangeli sono avari nel riferire notizie personali sui personaggi di cui narrano. Nella pericope che segue l’episodio dell’uomo ricco, poi, la risposta che Gesù dà alla domanda di Pietro sulla ricompensa della sequela comprende l’abbandono di “casa, fratelli, sorelle, madre, padri, figli o campi”, ma non la “moglie”. Interessante, prosegue Hengel, che anche Matteo, nel riprendere il materiale di Marco, a questo punto ometta la menzione della “moglie”; il solo Luca ve la inserirà. Significa forse che la sequela di Gesù comportasse una sorta di “divorzio” (=“Ehescheidung”)? Assolutamente no. Piuttosto, occorre pensare come “probabilmente le mogli dei discepoli fossero una parte di quella grande cerchia che accompagnò Gesù sulla sua via a Gerusalemme”. Inoltre, questo può solo significare che “il movimento di Gesù fu pure (in corsivo nel testo) […] un movimento di donne”.

Il saggio di Hengel sviluppa a questo punto, a partire dalle suddette premesse, l’analisi relativa alla documentazione dell’epistolario paolino su questo tema. Anzitutto, vi è il testo -già citato- di 1 Cor. 9, 5-6, del quale vengono esposte brevemente le difficoltà interpretative che presenta, la sua relazione con altri testi del NT e le interpretazioni gnostiche ed encratiche del II sec. in senso dualistico – platonico, la cui esegesi di questi testi arrivava persino a prevedere la proibizione del matrimonio: un punto di vista alquanto distante da quello originario del NT, che concepisce la comunità cristiana come una grande “Familia Dei”. A riprova di tutto questo, Hengel, in un capitolo successivo, analizza più da vicino il ruolo che coppie di sposi e donne, come Aquila e Priscilla (o Prisca), Febe, Andronico e Giunia, hanno giocato nel Cristianesimo primitivo, ricavando dati per l’indagine dalle lettere di Paolo e dagli Atti degli apostoli. Prima delle “Riflessioni conclusive”, che terminano il saggio, Hengel inserisce un interessante capitolo dedicato alla figura di Clemente di Alessandria e all’Encratismo; Clemente che, nonostante il suo ascetismo lo portasse a ritenere superiore l’astensione dai rapporti sessuali all’interno del matrimonio, considerava comunque positiva la procreazione, tramanda interessanti tradizioni sulla moglie e sulla figlia di Pietro. il lettore è condotto, in questo capitolo finale, in una sintetica quanto dettagliata analisi di questi racconti leggendari - e del loro sviluppo - : lo studio di questi testi, sconosciuti al grande pubblico, risulta invece molto importante per decifrare la traiettoria che va dal NT fino al III sec. e comprenderne la svolta ascetica radicale, sotto l’influenza sempre più crescente di un dualismo antropologico di matrice culturale greca.

Anche se il libro è composto da due saggi, penso che il lavoro di Hengel meriti una valutazione complessiva.

La prima cosa che colpisce il lettore è la ricchezza di informazioni. Basti pensare che ben 30 pagine sono dedicate a indici di vario tipo – “Indice dei passi”, che oltre a riportare l’elenco dei versetti di AT e NT citati nel testo, comprende pure: la lista degli scritti di Qumran, degli Apocrifi e Pseudoepigrafi dell’AT e del NT, dei Padri apostolici, degli Scritti di Nag Hammadi, dei Padri della Chiesa, degli scritti rabbinici e delle fonti pagane antiche – , oltre a una tavola cronologica, all’elenco degli autori e delle cose notevoli. Durante tutta la trattazione, poi, le note sono sempre puntuali, istruttive e ricche di ragguagli.

La precisione e la ricchezza di informazioni, la libertà dimostrata dall’autore nel sostenere posizioni controcorrente, e l’importanza dell’argomento trattato, conferiscono a questo volume un alto valore. Personalmente, lo consiglierei a quei lettori che hanno un bagaglio culturale medio -alto; infatti,non mi risulta che il volume sia stato finora tradotto in italiano (a questo proposito segnalo ai lettori di questa recensione che le citazioni sono frutto della mia personale traduzione). Qualora poi, magari come omaggio all’autore scomparso agli inizi dello scorso mese di luglio, venisse tradotto nella nostra lingua - cosa comunque auspicabile – non si può sottovalutare che il livello della trattazione rimane comunque elevato.

Un testo, dunque, che per le ragioni che abbiamo cercato di evidenziare nel pur breve spazio di una recensione, farà discutere ovunque verrà letto o tradotto, cosa del resto puntualmente verificatasi nelle prime due edizioni tedesche.


 
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