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Documento: Le istituzioni, le pratiche, le credenze giudaiche
Messo in linea il giorno Mercoledì, 15 agosto 2001
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Le istituzioni, le pratiche, le credenze giudaiche

Il giudaismo all'epoca di Gesù. Introduzione all'ambiente istituzionale e religioso del giudaismo all'epoca di Gesù

di Andrea Nicolotti



Sommario

 

Il Tempio di Gerusalemme

Il centro di ogni pratica religiosa per i Giudei, era il Tempio di Gerusalemme. Il primo Tempio era stato concepito da re Davide, ed edificato dal figlio Salomone; distrutto nel 586 a.C. dal babilonese Nabucodonosor, fu riedificato grazie alle concessioni del persiano Ciro il Grande nel 538. Si tratta del cosiddetto secondo Tempio.

Mappa del Tempio Mappa del Tempio di Gerusalemme

All’epoca di Gesù esso era stato completamente rifatto da Erode il Grande, che aveva iniziato i lavori di restauro e ampliamento nel 20-19 a.C., e aveva terminato nel giro di un anno e mezzo il Tempio vero e proprio, rispettando il disegno tradizionale salomonico; ma i lavori sulle parti restanti terminarono solo nel 64 d.C., pochi anni prima della sua definitiva distruzione da parte dell’esercito del generale romano Tito. I vangeli fanno allusione alla lunghezza di questi lavori, ed all’imponenza delle opere realizzate1. Sebbene quello di Erode fosse in realtà il terzo edificio, esso è considerato tradizionalmente come facente parte dell’epoca del secondo Tempio, considerandolo moralmente tutt’uno col Tempio dei reduci dall’esilio babilonese.

Non è facile ricostruire quale fosse la disposizione precisa dei vari edifici, ma la struttura generale del santuario ci è nota.

L’intero complesso misurava circa 121.000 metri quadri, circondato da un muro che correva per 256×288×430×443 metri. Sul lato nord il tempio era collegato con la Fortezza Antonia, costruita da Erode sulle rovine di una precedente torre, e a sud est si trovava il famoso Pinnacolo di cui parlano i vangeli (Mt. 4,5; Lc. 4,9).

L’ingresso principale (vi erano ingressi su tutti i lati, ciascuno con un nome: Porta nord, Porta dorata, etc.), preceduto da un locale per le abluzioni rituali (mikveh), si trovava sul lato sud, ed era costituito da una grande gradinata con due porte, una doppia e una tripla. L’atrio era costituito da portici e gallerie coperte che percorrevano tutto il lato esterno dell’edificio; quello sul lato sud, appunto, era detto Portico regio, mentre quello a est si chiamava Portico di Salomone (Gv. 10,23; At. 3,11), e guardava sul torrente Cedron.

Oltrepassati i portici, ci si ritrovava nell’ampio Atrio dei Gentili, uno spiazzo accessibile anche ai pagani, occupato da cambiavalute, venditori di animali per i sacrifici, visitatori (Gv. 2,14; Mc. 11,15), maestri della legge (Gv. 18,19); tutti gli stranieri che giungevano a Gerusalemme non mancavano di visitare il Tempio, di cui il Talmud scriverà: “Colui che non ha visto il Tempio di Erode in vita sua, non ha mai visto un edificio maestoso”.

Al centro dell’Atrio dei Gentili, si ergeva un luogo sopraelevato, separato dal resto con una balaustra di pietra che segnava il limite oltre il quale pagani e incirconcisi non potevano avanzare. Numerose iscrizioni in greco e latino ammonivano gli stranieri, come quella ritrovata nel 1871, che recita: “Nessuno straniero metta piede entro la balaustrata che sta attorno al Tempio e nel recinto. Colui che vi fosse sorpreso, sarà la causa per se stesso della morte che ne seguirà”2.

Iscrizione con il divieto di accesso al Tempio Frammento di un'iscrizione in greco che avvertiva, sotto pena di morte, di non penetrare nell'atrio interno del Tempio (Dissotterrata accanto alla Porta dei Leoni nel 1935)

Superata la balaustrata, si entrava in un altro atrio, al quale si accedeva tramite nove porte; la più nota era la Porta bella, ove stazionavano numerosi mendicanti in attesa di elemosina (At. 3,2), che introduceva nell’Atrio delle donne, così chiamato perché ad esse non era permesso superarlo. Quest’area più interna e circoscritta, separava i giudei dai pagani, ed era una sorta di luogo d’incontro; in esso si raccoglievano anche le offerte per la tesoreria del Tempio, amministrata dai Leviti, in recipienti a forma di corno (Mc. 12,42-44). Sui quattro angoli, c’erano dei locali separati: il deposito della legna, dell’olio e del vino, la camera dei Nazirei e quella per l’ispezione dei lebbrosi.

Tramite la Porta di Nicanore, il luogo ove le madri offrivano il sacrificio dopo la nascita del loro primogenito (Lc. 2,22), si accedeva all’Atrio degli Israeliti.

Il santuario aveva la pianta del tempio di Salomone: superato il parapetto che introduceva all’Atrio dei Sacerdoti, si trovava il grande Altare degli olocausti, collocato di fronte all’entrata del Tempio propriamente detto, ed il deposito dell’acqua. L’altare era costruito di pietra grezza mai toccata da strumenti metallici, con gli angoli decorati con protuberanze a forma di corno.

Dodici gradini conducevano al Santo, con l’altare dei profumi (Lc. 1,9) in legno di acacia rivestito di ori, ove si offriva due volte al giorno una speciale mistura di aromi (Es. 30,1-10 e 34-36; 37,25-28. È l'incenso che offre Zaccaria in Lc 1,9), la tavola dei pani della proposizione (Es. 25,23-30; 37,10-16; 40,22) ed il candelabro aureo a sette braccia (menorah), con ornamenti a fior di mandorlo, sul quale ardevano lampade ad olio.

Poi, isolato da una spessa cortina, il Santo dei Santi, un locale cubico di nove metri di lato, spoglio e senza finestre, ove solo il sommo sacerdote nel giorno delle espiazioni poteva penetrare, vestito di semplice abito di lino bianco (Lev. 16,12).

Dopo che l’arca dell’alleanza era scomparsa con la presa di Gerusalemme del 587, il Sancta Sanctorum era vuoto.


NOTE AL TESTO

1 Gv. II,20: “Questo Tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?”; Mc. XIII,1-2: “Mentre usciva dal Tempio, un discepolo gli disse: «Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!». Gesù gli rispose: «Vedi queste grandi costruzioni? Non rimarrà qui pietra su pietra, che non sia distrutta».

2 Edizione a cura di CLERMONT – GANNEAU in «Revue Archéologique» XXIII (1872), pp. 214-234. Cfr. E. GABBA, Iscrizioni greche e latine per lo studio della Bibbia, Casale, 1958, pp. 83-86.




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