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Recensione: Daniel Marguerat, La prima storia del cristianesimo
Messo in linea il giorno Martedì, 10 novembre 2009
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Daniel Marguerat, La prima storia del cristianesimo

Daniel Marguerat, La prima storia del cristianesimo. Gli Atti degli apostoli, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2002; ediz. orig. La première histoire du christianisme. Les Actes des apôtres, Paris, Cerf, 1999.

Recensione a cura di Fabio Cigognini.



 

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Il testo che qui presentiamo è una intelligente introduzione agli Atti degli Apostoli. Daniel Marguerat, professore ordinario di Nuovo Testamento all’università di Losanna (Svizzera) ed esperto di fama internazionale, evita il commento classico, che ha sovente come risultato volumi ponderosi destinati quasi esclusivamente all’ambito accademico ed opta invece per una presentazione dell’opera lucana a partire da tematiche significative che, per le difficoltà che presentano, costituiscono spesso un rompicapo per gli esegeti.

Il libro, dedicato alla memoria di Jacques Dupont, dopo una prefazione, è composto da nove densi capitoli a cui segue un elenco delle abbreviazioni, una bibliografia sufficientemente ricca, l’indice dei passi biblici e dei testi antichi citati nella trattazione e, in conclusione, l’indice generale.

La Premessa è importante, poiché il nostro autore precisa il punto di vista dal quale approccia il testo, che è quello della critica storica e della narratologia. Il primato, nella lettura, va dunque concesso al testo come si presenta, ma senza dimenticare che esso non è sospeso nel vuoto: ha avuto origine da un determinato autore e in un preciso contesto storico e solo conoscendo tale ambito è possibile tentare di interpretarlo in maniera corretta.

Il primo capitolo, dal titolo “Come Luca scrive la storia”, affronta una questione molto importante e assai dibattuta: “Il primo storico del cristianesimo è stato uno storico adeguato al suo compito?”. La domanda ha acquistato tutto il suo peso a partire dall’Ottocento, da quando cioè la Tendezkritik della Scuola di Tubinga prima e Franz Overbeck successivamente, hanno posto in serio dubbio che l’autore anonimo del terzo Vangelo e degli Atti potesse definirsi veramente uno storico. Luca racconterebbe i fatti in modo troppo tendenzioso – è noto, a questo riguardo, il paragone che i critici operano tra la figura di Paolo tratteggiata da Luca e quella che emerge dagli scritti paolini -: la sua opera, che tradisce spesso il gusto per il miracoloso, sarebbe più simile al genere del romanzo ellenistico che ad un trattato di storia. Mentre si assiste ultimamente, in modo particolare in ambito anglo americano, ad una rivalutazione di Luca come storico, tra gli studiosi tedeschi è sempre prevalsa anche in seguito la posizione degli scettici – eccezion fatta per Dibelius ed Hengel. Marguerat critica una tale visione, essendo essa fondata su di un paradigma post illuminista, sicuramente non condiviso da uno storico antico. Per comprendere in profondità l’opera lucana occorre quindi interrogarsi su cosa fosse per gli antichi la verità storica e su come essi scrivevano la storia. Lo studioso svizzero cerca di rispondere a tali domande facendo ricorso a due storici dell’antichità, Luciano di Samosata e Dionigi di Alicarnasso - che hanno cercato di fissare le regole di una deontologia dello storico e di una corretta scrittura della storia. La conclusione è sorprendente: Luca aderisce perfettamente alle regole stabilite dai due storici, tranne in due casi, nella scelta del soggetto – che ad un greco poteva apparire marginale – e nell’ideale di obiettività e indipendenza di spirito che animava la storiografia greco-romana. Ma queste due “mancanze” costituiscono proprio la specificità della storiografia lucana, che si precisa come “storia confessante” e che si colloca esattamente alla confluenza di due correnti storiografiche: quella greca e quella giudaica. Per quanto concerne poi l’obiettività, Marguerat procede ad un confronto interessante: paragona i discorsi degli Atti a quelli dei generali ne La guerra del Peloponneso di Tucidide, giungendo alla conclusione che questi ultimi “non sono delle riprese verbatim più di quanto lo siano quelli degli apostoli negli Atti” e questo perché, come lo stesso Tucidide afferma, per uno storico antico “la plausibilità, non l’esattezza documentaria” costituiva il criterio di verità.

Il secondo capitolo, intitolato Un racconto di inizio, si divide chiaramente in due parti. Nella prima, lo studioso elvetico affronta la questione del genere letterario. Dopo avere vagliato le varie ipotesi che sono state avanzate – una continuazione del Vangelo (Talbert), un’apologia del Cristianesimo di fronte all’Impero romano (Von Harnack/Haenchen), una monografia storica (Conzelmann) etc. etc. -, il nostro autore conclude che la particolarità del libro degli Atti è proprio quella di non lasciarsi “ingabbiare in nessuna di queste etichette, pur rispondendo per diversi aspetti a questi generi letterari. La categorizzazione che più si avvicina è la storiografia a scopo apologetico, che permette alla cristianità di comprendersi e di dirsi”. Il libro degli Atti si caratterizza quindi come un racconto d’inizio che ha come funzione quella di fondare e garantire l’identità cristiana dei lettori, cosa che peraltro è perfettamente in sintonia col ruolo che l’Antichità attribuiva alla lettura della storici: si studia la storia per capire, tramite il passato, chi siamo noi oggi. Nella seconda parte viene invece riassunta l’intenzione narrativa dell’autore in cinque punti che brevemente riassumiamo: 1. Una valorizzazione del mondo come luogo di incontro tra umano e divino, che comporta pure un’ammirazione, non esente da critiche, per l’impero romano; 2. La valorizzazione teologica della storia, come luogo nel quale si dispiegano gli effetti della resurrezione di Gesù; 3. Un’immagine di Dio “in movimento”, protagonista dello sviluppo ritmato della Heilsgeschichte che Luca narra. Nell’immagine di Dio, Luca vede uniti continuità e cambiamento, per cui il Padre di Gesù è sì il Dio di Israele, ma allo stesso tempo, è “diventato il Dio di tutti e di ciascuno”; 4. La centralità della Parola; 5. Una teologia della provvidenza, che non va assolutamente confusa con una teologia della gloria (contro Käsemann).

A partire dagli anni venti del secolo scorso, l’esegesi del Nuovo Testamento ha compiuto una coraggiosa scelta metodologica sostenendo che “una lettura corretta dell’opera di Luca richiede di unire quanto il canone neotestamentario ha disgiunto”, ossia Vangelo e Atti degli apostoli. “L’unità di Luca – Atti: un lavoro di lettura” è dunque il titolo del capitolo terzo. Partendo dalla constatazione per cui negli ultimi anni alcuni studiosi hanno proposto di rivedere l’assioma esegetico di cui sopra, rilevando all’interno del componimento lucano notevoli tensioni, il nostro autore enuncia una tesi accattivante: l’unità di Luca-Atti non si dà in partenza, poiché è di tipo narrativo. Ciò implica che essa si costituisce nell’atto stesso della lettura ed è “opera del lettore guidato da una serie di indicatori messi in atto dal narratore e rivolti a lui”. Marguerat individua e descrive quattro tipi di indicatori letterari che attraversano l’opera di Luca: le prolessi, le catene narrative, le inclusioni e la syncrisis, non mancando di evidenziare come esse facessero parte integrante del programma impartito nelle scuole di retorica; come ogni storico antico, Luca è anche un eccellente scrittore. E proprio il fatto di unire in sé l’anima dello storico e quella dello scrittore-teologo, è responsabile, secondo Marguerat, di una serie di tensioni che si possono riscontrare a livello di contenuto: l’esegeta svizzero presenta a tal proposito, nella seconda parte del capitolo, l’analisi della posizione lucana nei confronti della Torah ebraica.

Rispettando dunque l’unità di Luca-Atti, che si costituisce nell’atto di lettura, balza in primo piano la “questione geografica”. L’opera lucana si snoda tra due centri geografici, procedendo chiaramente da Gerusalemme a Roma e situando quindi le tappe della Heilsgeschichte tra il Tempio e l’Impero: la valutazione di questo dato è svolta nel capitolo quarto, dal titolo “Un Cristianesimo tra Gerusalemme e Roma”. Il punto di partenza dell’analisi di Marguerat è dato dall’accertamento di una costante nella storia dell’indagine sul libro degli Atti: gli esegeti hanno privilegiato ora il polo romano, ritenendo sostanzialmente che Luca volesse sganciare il Cristianesimo dalle sue origini giudaiche ammiccando a Roma, o viceversa, quello gerosolimitano, il che significherebbe un’apertura verso il Giudaismo e una riserva critica nei confronti dell’Impero. Marguerat contesta, a mio modo di vedere giustamente, questa logica dell’”aut-aut”, cercando di dimostrare come la prospettiva alla base del testo lucano preveda che sia Gerusalemme che Roma concorrano a stabilire l’identità del Cristianesimo. Luca persegue in tal modo un “programma teologico di integrazione” che è possibile decifrare anche in questo caso a partire da alcuni segnali che egli ha posto lungo il suo racconto. In primo luogo, Marguerat analizza la caratterizzazione dei personaggi principali come Paolo, Barnaba e Timoteo, per i quali “Luca ha posto una cura minuziosa nel comporre il profilo culturale e religioso”, qualificando i protagonisti della sua opera in modo tale che apparissero come espressione di una appartenenza religiosa mista, insieme giudaica e greca. Vi è poi il ricorso, da parte di Luca, ad una terminologia ambigua in alcuni punti chiave del testo: questa strategia viene messa in atto per facilitare una comprensione sia in senso giudaico che ellenistico. Sulla medesima falsariga e col medesimo scopo, Luca presenta alcune tematiche e scene in termini ambivalenti: un esempio può essere costituito dalla descrizione dell’Ascensione che “fa appello insieme al motivo apocalittico dell’esaltazione del giusto e al tema ellenistico dell’esaltazione in cielo dell’eroe”.

Il capitolo quinto ha come titolo “L’opera dello Spirito”. La tesi sostenuta dall’esegeta elvetico è che, contrariamente a Paolo, Luca non è un “teorico” dello Spirito Santo: egli non procede in maniera sistematica, bensì narrativa. Luca ha quindi “raccontato” l’opera dello Spirito, trasformandolo in un “personaggio” del suo racconto. In altri termini, l’autore di Luca - Atti ci dice chi è lo Spirito mostrandoci cosa fa – Marguerat parla qui di “pragmatica dello Spirito”. Lo Spirito Santo in Luca è una realtà post pasquale, che scende sui credenti dopo che il suo mediatore, Gesù, non è più fisicamente presente tra i suoi. Si caratterizza inoltre per essere una realtà più comunitaria che individuale, essendo lo Spirito sostegno nella missione e nella predicazione. Ancora una volta, in Luca è centrale la tematica della Parola: lo spirito ne è al servizio, manifestandosi come “Spirito di Parola e di profezia”. Quest’ultima nota porta Marguerat a sostenere come, benché il potere taumaturgico derivante dallo Spirito sia “una convinzione comune di tutto il Cristianesimo primitivo”, in Luca sembra che non sia esplicitamente tematizzato un legame tra miracoli e Spirito Santo, essendo essi collegati alla cristologia (= il miracolo compiuto nel “nome del Signore Gesù Cristo”). Infine, l’efficacia dello Spirito si manifesta pure “nella comunione fraterna della comunità credente”. L’ultima parte del capitolo è dedicata a confutare la tesi di Käsemann che vedeva in alcuni episodi – Anania e Saffira (cap. 5), l’episodio di Samaria con protagonisti Pietro e Giovanni (cap. 8) e quello speculare di Efeso con protagonista Paolo (cap. 19) – una sorta di “sequestro dello Spirito” da parte dell’istituzione e un chiaro segno di Frühkatholizismus .

Si è scritto e detto molto circa l’antisemitismo nel NT: anche Luca non sfugge a questa disamina. “Giudei e Cristiani in conflitto” è il titolo del capitolo sesto, dove si cerca di mettere in luce come l’accusa di antisemitismo è caduta sul nostro evangelista in molte circostanze, ma come, d’altra parte, si assista oggi ad un “rovesciamento di paradigma” che mette in discussione tale tesi. Dopo un rapido esame dei principali passi di Luca-Atti che vedono protagonisti i discepoli di Gesù e i Giudei, Marguerat conclude che “ambedue le letture sono possibili”, sia quella che va nella direzione di un Luca antigiudaico, che quella che va nel senso opposto. Una sana onestà intellettuale non permette però di scegliere in base alle proprie precomprensioni ideologiche; ancora una volta, Marguerat ritiene di potere risolvere questa impasse facendo appello alla natura dello scritto lucano: la narrazione. La tensione che si evince in Luca – Atti circa il rapporto tra Giudei e Cristiani è costitutiva dell’immagine e del ruolo che Luca assegna al Giudaismo, di cui non viene presentato “un volto uniforme, ma due facce diametralmente opposte, ed è con l’aiuto di questi due parametri, continuità e discontinuità, che Luca valuta, per la cristianità del suo tempo, il rapporto tra Chiesa e Sinagoga”. Ma se il contesto storico nel quale Luca scrive, attorno agli anni 80, prevede una cristianità ormai separata dal Giudaismo che ha rinunciato a convertire l’insieme di Israele, perché questa ambiguità? Vale la pena di fare parlare ancora il nostro esegeta: ”Sembra che, per Luca, questa tensione sia inerente all’identità stessa del Cristianesimo e alla sua rottura originaria […] Seguendo il racconto da Gerusalemme a Roma, i lettori non sono chiamati a ripudiare la loro origine, ma a ritrovarla come un’origine perduta. Solo la memoria di questo ancoraggio forte dà senso all’identità cristiana”.

Il capitolo settimo – “Anania e Saffira (At 5, 1-11): Il peccato originale” - prende in esame l’episodio forse più discusso e controverso dell’intero libro degli Atti. Dopo avere constatato come il ricorso alla critica delle fonti ha avuto come risultato “una perplessità ancora più profonda” e come la parzialità delle principali letture sin qui proposte possa dipendere dal fatto di adottare “un canone ermeneutico al di fuori del testo”, il nostro autore procede dichiarando di volere analizzare l’episodio adottando una prospettiva intratestuale, cioè “cercando il punto di vista costruito dall’autore nell’organizzazione della narrazione”. Dall’esame della struttura narrativa del macro – racconto compreso tra i capitoli 2 e 5 , risulta sempre più evidente che l’intento di Luca è quello di mostrare come lo Spirito preservi la comunione fraterna della comunità cristiana in un momento delicato, mentre cioè è in atto uno scontro con le autorità giudaiche. Luca non sembra avere adottato una prospettiva soteriologica – individuale, quanto invece ecclesiologica: il racconto sarebbe da leggere tenendo sullo sfondo non tanto l’episodio della frode di Acan (Gs 7), bensì quello di Adamo ed Eva (Gn 3); non deve comunque sfuggire la prospettiva politico – sociale che Luca conferisce al racconto: il “peccato originale” della Chiesa cristiana si concretizza in un reato di denaro! Personalmente ritengo che una lettura narratologica della vicenda di Anania e Saffira se da una parte contribuisca ad allargare i nostri orizzonti conoscitivi ed interpretativi, dall’altra lasci ancora aperte questioni fondamentali, quale ad esempio il grado di “verità” che Luca avrebbe attribuito al racconto: il tutto ha solo un valore simbolico? In ultima analisi, credo che il “disturbo” che questo episodio crea nei lettori e che, come rileva lo stesso Marguerat, risale all’epoca dei Padri, nonostante una nuova luce che può risultare da letture più “recenti”, dispieghi ancora oggi tutto il suo effetto: che sia questa la chiave ermeneutica del testo? Interessante, invece, è il confronto che Marguerat stabilisce tra il nostro episodio e altri analoghi in due gruppi, noti a Luca, che praticavano la comunione dei beni: i Pitagorici e Qumran.

Al centro del capitolo ottavo, “La conversione di Saulo”, vi è la seguente domanda: “Perché tre racconti sulla conversione di Saulo?”. Secondo lo studioso elvetico la spiegazione non può trovarsi in un “eccesso di fonti” a disposizione di Luca, come riteneva la critica delle fonti, ma, anche in questo caso, le varianti alla base delle tre relazioni sono meglio comprensibili se si leggono all’interno di quella strategia narrativa costituita dalla ripetizione: la ridondanza, interpretata come “ricerca di una comunicazione ottimale tra narratore e lettore”, in quanto aiuta a ridurre “per quanto possibile le ambiguità di senso” nella ricezione dell’informazione, è voluta dall’autore stesso. Marguerat prende poi le mosse dal capitolo 9, costruito dal punto di vista del narratore e fa poi osservare come i capitoli 22 e 26 sono invece costituiti a partire dal punto di vista del protagonista della vicenda: Paolo stesso. Ogni racconto ha poi una propria specificità e una propria funzione all’interno del libro degli Atti: At 9 sviluppa una tematica ecclesiologica; At 22 la giudaicità di Paolo, mentre al centro di At 26 vi è la cristologia e la legittimità dell’evangelizzazione alle nazioni. Infine, Marguerat rileva come l’evento di Damasco, al di là del ruolo centrale che svolge Paolo negli Atti, è fondamentale almeno per due motivi: esso pone “in luce il profilo dell’identità cristiana nel suo rapporto di continuità e differenza rispetto al Giudaismo” e sviluppa una tematica molto cara a Luca, cioè ”la potenza del Risorto come forza di trasformazione della storia”.

L’ultimo capitolo, “L’enigma della conclusione degli Atti”, è dedicato al mistero della conclusione del libro, che Marguerat intravede non in ciò che essa dice, “ma in ciò che essa tace”. Alla luce del fatto che l’ultima pagina di un libro costituisce un luogo letterario strategico, l’enigma sembra infittirsi ancora maggiormente. La tesi di Marguerat, ancora una volta narratologica, è che Luca “giochi con il silenzio”, lasciando di proposito aperta la conclusione della sua opera. A questo riguardo sono estremamente interessanti i paralleli ai quali lo studioso svizzero fa riferimento a supporto della sua tesi: il Vangelo di Marco e Giovanni Crisostomo, ma anche Omero, lo Pseudo – Longino e Apollonio di Tiana, per concludere con esempi tratti da Luciano, Erodoto, Tucidide e Dionigi di Alicarnasso. Il finale degli Atti obbedisce dunque ad una “retorica del silenzio”, il cui scopo è quello di “indurre la conclusione non detta del racconto”: toccherà al lettore farsi un’idea e abbozzare una conclusione.

Il libro di Marguerat ha sicuramente molti pregi. Tra i questi, mi piace evidenziare il fatto che egli presenti Luca come uno storico del suo tempo inserendolo di diritto nei grandi della letteratura greca ed ellenistica ai quali lo scrittore cristiano è sovente paragonato, per mostrarne i punti di contatto così come la sua originalità. Il punto di vista narratologico è predominante, ma l’orizzonte storico, come enunciato in sede di premessa, non è mai perso di vista: tutto questo permette di gettare una nuova luce e aprire nuove piste di ricerca. In certi casi, però, il nostro autore mi pare proceda in modo un po’ troppo schematico e funzionale alle sue tesi. Per esempio, nel primo capitolo la presentazione delle differenze tra le esigenze di uno storico post illuminista e di uno storico dell’epoca ellenistica, se da una parte è doverosa perché pone l’oggetto della trattazione nella corretta prospettiva, dall’altra è condotta in modo abbastanza sommario: sia ha come l’impressione che, su alcuni punti chiave, necessitasse di un maggiore approfondimento. E’ bene però precisare anche come, nel leggere questo libro, si ha come la sensazione nonostante una nuova luce che può risultare da letture più “recenti” che lo scopo di Marguerat sia più quello di sondare e aprire nuove vie di ricerca, più che essere esaustivo in ogni punto, anche se tutto questo non va a discapito della precisione e della puntualità con cui la materia viene trattata. In conclusione, consiglierei la lettura di questo libro a persone che hanno già una certa dimestichezza coi problemi che l’autore tratta, non fosse altro che per i numerosi vocaboli citati e trascritti in caratteri greci di cui non viene fornita la traslitterazione.


 
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