Benvenuto a Christianismus - studi sul cristianesimo
Cerca
Argomenti
  Area utenti Pagina iniziale ·  Novità ·  Scaricamenti ·  Collegamenti ·  Classifiche ·  Archivio  
Sezioni
· PAGINA INIZIALE
· Il Gesù della storia
  e i suoi seguaci
· Il giudaismo
· L'Antico Testamento
· Il Nuovo Testamento
· Gli apocrifi
· Qumràn
· Letteratura cristiana
  antica
· Incredibile...
  ma falso!
· Recensioni e schede bibliografiche

Christianismus


Per conoscere il progetto Christianismus

· Presentazione
· Andrea Nicolotti
· Gli autori
· I volontari
· Sostienici
· Contattaci


Recensione: Gianni Vacchelli, Dagli abissi oscuri alla mirabile visione
Messo in linea il giorno Sabato, 26 dicembre 2009
Pagina: 1/1


Gianni Vacchelli, Dagli abissi oscuri alla mirabile visione

Gianni Vacchelli, Dagli abissi oscuri alla mirabile visione. Letture bibliche al crocevia: simbolo poesia e vita, Genova - Milano, Marietti, 2008.

Recensione a cura di Fabio Cigognini.



 

ACQUISTA ONLINE

Sostieni il progetto Christianismus

Si narra che Arthur Schopenhauer, durante un diverbio con un professore universitario che lo aveva apostrofato come “dilettante”, rispose che non l’accademico, bensì il  dilettante è in realtà il prototipo dello studioso, poiché è spinto a ricercare dal delectare, cioè dal solo desiderio - piacere di sapere. E’ proprio nel senso indicato dal celebre filosofo tedesco che possiamo definire Gianni Vacchelli, autore del libro che qui presentiamo, come “esegeta dilettante”: è infatti un letterato, un professore di letteratura italiana con la passione per l’esegesi biblica.

Non si tratta però dell’unica particolarità di questo libro, che consta di quattro saggi ciascuno dei quali è dedicato ad un protagonista dell’Antico Testamento: Giona, gli amanti del Cantico dei Cantici, Giobbe e Abramo. Vicende più volte lette e raccontate, note in linea di massima anche a chi non frequenta la Bibbia assiduamente. Eppure, le analisi di Vacchelli – talvolta audaci -, mostrano come l’esito del confronto con questi testi  sia tutt’altro che scontato.

I quattro saggi sono preceduti da una prefazione di Raimon Panikkar, da un prologo e da una introduzione, in cui l’autore precisa il punto di vista dal quale  intende approcciare i testi, una prospettiva che si potrebbe definire olistica: non solo il senso letterale e storico – in cui sovente rimarrebbe “impigliata” la gran parte degli esegeti contemporanei -  è importante, ma anche il significato simbolico – interiore e, infine, quello mistico - spirituale. Questo perché la Parola biblica parla all’esperienza umana concreta, a coloro che sono alla ricerca di Dio e di se stessi e necessita perciò di una lettura unificante ed “incarnata”: è obbligatorio, a partire da queste premesse, l’utilizzo di ogni strumento del sapere, non solo dunque della critica storica e letteraria, ma anche delle acquisizioni della psicologia del profondo, degli studi sul mito e sul linguaggio poetico; un’attenzione particolare è poi riservata alla lingua e alla  tradizione ebraica, in modo particolare alla qabbalah, anche se non è assolutamente trascurato il Midraš.

I protagonisti dei quattro racconti che vengono analizzati in questo libro sono, secondo il nostro autore, soggetti che intraprendono un viaggio iniziatico alla scoperta di se stessi, che equivale a dire del Nome divino che li abita: ecco perché la loro vicenda non si esaurisce con loro, ma rappresenta il percorso di ogni essere umano alla ricerca del proprio compimento. L’antropologia biblica, sostiene Vacchelli, ci insegna che l’essere umano è ontologicamente abitato dal Nome divino, che coincide col sacro tetragramma ebraico YHWH che è a sua volta associato al Cristo; sì, perché, sempre a parere del nostro autore, il Cristo non va confuso col Gesù storico: la “dinamica cristica” – che significa: morte-resurrezione, discesa agli inferi-risalita, immersione negli abissi oscuri – mirabile visione -  è da sempre presente ed operante nella storia, negli esseri umani e nel cosmo. Per un cristiano – come Vacchelli – è lecito vedere pienamente incarnata e realizzata nel Gesù storico questa “dinamica” a tal punto che, come spiega lo stesso autore nell’introduzione, ogni lettura biblica non può che essere “al crocevia”, vale a dire non può che ruotare attorno a tale “dinamica cristica” di cui la croce di Gesù è simbolo pregnante.

Nel breve spazio di una recensione,  non mi   è possibile esporre dettagliatamente tutti e quattro i saggi; ne scelgo pertanto due, quelli a cui Vacchelli stesso ha dedicato un’analisi più dettagliata:  1.“Giobbe, gli abissi del Leviatano e la mirabile visione” e  2.“Il vero eroe è l’ariete? Per una lettura ‘intera’ di Gn 22”.

1.      Come ci ricordano i famosi versi di una poesia di A. Merini, “aprire le zolle” può “scatenar tempesta”. Può essere questo il senso dell’esperienza che vive Giobbe. Egli, all’inizio, è un uomo solo apparentemente felice, poiché la sua condizione si regge sul precario equilibrio che ha come fondamento l’immagine di un dio patriarcale, che fa valere la legge della retribuzione. Gianni Vacchelli ipotizza che il libro di Giobbe abbia la struttura del viaggio iniziatico: i mali che si abbattono sul protagonista di questa storia sono quindi funzionali alla sua discesa negli abissi oscuri, una catabasi che non è fine a se stessa, ma che ha come scopo la risalita e la visione del vero Dio. Una purificazione di un’immagine distorta del divino, dunque, che non può avvenire se non passando attraverso quella “dinamica cristica”- cui accennavamo sopra-  di vita- morte-vita o, se si preferisce, di morte-resurrezione.

Una lettura che si distanzia da quella tradizionale che vede in Giobbe il “giusto sofferente” esaltandone la pazienza e l’accettazione passiva della volontà divina. A questo riguardo è da segnalare come il nostro autore non disdegni del tutto la lettura della tradizione, ma ritenga, a ragione, che essa non possa costituire una gabbia ed impedire di intraprendere nuove piste di ricerca. Colpisce nella proposta di Gianni Vacchelli – qui come negli altri studi riuniti in questo libro -  il fatto che i personaggi del racconto non costituiscano solamente i soggetti “materiali” del medesimo, ma rappresentino pure parti dell’universo interiore del protagonista, zone d’ombra da integrare o elementi positivi su cui fare leva  di un inconscio inteso in senso junghiano.  A questo riguardo, il lettore meno esperto potrebbe essere colpito da come viene interpretata la figura “del” satana – Vacchelli, fedele al testo originale ebraico, cita sempre “satana” preceduto dall’articolo -. Non tanto personificazione del Male assoluto, quanto piuttosto  l’Avversario, il custode del polo negativo non-luce che alberga in ogni essere umano, forza costitutiva del momento della “prova” che introduce nella “dinamica cristica”: e la prova, sostiene Vacchelli, è per l’uomo ontologica.

2.      Abramo, per certi aspetti, vive un’esperienza simile a quella di Giobbe. Nella storia di Abramo, però, le cose sembrano ancora più complicate, non fosse altro per i molti blanks che il narratore biblico ha disseminato nel racconto, vuoti che inducono il lettore ad andare al di là di una lettura immediata, a porsi domande: e di domande, la vicenda di Abramo, ne pone parecchie.

Se tramite il cosiddetto “prologo in cielo” del Libro di Giobbe il narratore biblico – che come  sempre accade è un “narratore onnisciente” dal punto di vista narratologico – ci forniva i retroscena in base ai quali  orientare la nostra lettura, qui non vi è nulla di tutto questo; anzi, un racconto come questo pare proprio urtare la sensibilità dei contemporanei: Dio esigerebbe un sacrificio umano? Perché questa prova, se Dio conosce tutto a priori? E Abramo: quale senso dare alla sua obbedienza acritica e passiva? L’obbedienza (cieca, in questo caso) è ancora una virtù? Di quesiti come questo, la storia del sacrificio di Isacco è piena e sembra proprio che sia inadeguata la lettura tradizionale, che vede in Abramo il “cavaliere della fede” (Kirkegaard) proprio in virtù della sua pronta obbedienza.

Nell’analisi di Gn 22 è centrale il ruolo giocato dalla traduzione del testo. Per i brani analizzati in questo volume, la traduzione a cui l’autore fa solitamente riferimento è quella della CEI – quando se ne allontana scegliendone altre, lo segnala prontamente -.  In questo caso, il testo della CEI non è ignorato – l’autore lo riproduce anzi per intero in appendice al termine del libro -, ma per l’analisi preferisce seguire quella proposta da A. Chouraqui. Tale traduzione – la cui comprensione non appare immediata, almeno in alcuni passaggi - apre la strada  ad un’interpretazione non sacrificale di tutta la vicenda: in sostanza, Dio proporrebbe ad Abramo di salire sul monte con Isacco come segno simbolico –metaforico di compimento suggellato dalla celebrazione di un culto, ma Abramo, imprigionato anch’egli in un’immagine di Dio non purificata, fraintenderebbe la richiesta divina e capirebbe, al contrario, l’esigenza di compiere un sacrificio umano. Non si può però negare – prosegue nella sua esegesi  Vacchelli – che questo testo ha una natura ossimorica, paragonabile ad un Koan buddhista (= problemi paradossali che il maestro zen impartisce al discepolo per condurlo all’illuminazione): se da una parte Dio non esige nessun sacrificio, e tantomeno un sacrificio umano, allo stesso tempo il testo sembra proprio affermare il contrario, e cioè che Dio lo esigerebbe. Per quale motivo? Perché il testo va letto a più livelli. Dio non vuole nessun spargimento di sangue, ma permette alla fine che un ariete – si badi: non un agnello, bensì un ariete, simbolo di forza – venga sacrificato al posto di Isacco. Questo perché ciò che Dio davvero desidera è che avvenga un sacrificio interiore: Abramo dovrà guardare le sue zone d’ombra e integrarle, sacrificare un’immagine di Dio puramente trascendente (che per Vacchelli è riconducibile al nome divino ebraico Elohim) integrandola col Dio che vive dentro di lui, che è contemporaneamente immanente e trascendente ( realtà identificata da sacro tetragramma YHWH). Ma il contesto storico in cui Abramo sarebbe vissuto, non avrebbe permesso un simile passaggio in una volta sola: ecco allora che Dio “sposa” Abramo nella realtà in cui si trova, permettendo che egli sacrifichi un ariete.  Assistiamo qui ad un evento importante nella storia di Israele e dell’intera umanità: dal sacrificio umano a quello animale, preludio di un tempo in cui i sacrifici saranno solo interiori poiché “Chi non compie il sacrificio interiore all’interno, compie quello esteriore all’esterno. E proietta così la violenza fuori, mentre essa va incanalata all’interno”. Si spiega così anche perché il messaggero di YHWH fermi solo all’ultimo istante la mano di Abramo: il nostro autore, rifacendosi a M. Balmary, sostiene che Dio si è comportato in questo frangente “come un grande maestro spirituale, come un terapeuta […] perché Abramo veda esteriorizzato e oggettivato fuori ciò che lo abita dentro”, permettendo così il superamento del suo “errore simbolico”.

Un libro particolare, dicevamo all’inizio, che merita un giudizio articolato.

Anzitutto, penso che lo studio di Vacchelli presenti parecchi aspetti positivi.  Una lettura di questo genere non è nuova – si veda, a questo riguardo, su questo sito,  la recensione al volume di E. Parmentier  “La scrittura viva” -; anzi, affonda le radici in un lontano passato. La particolarità del nostro autore consiste però nel fatto di riproporre questo tipo di interpretazione unendo parecchi punti di vista – la letteratura, la storia, la psicologia del profondo, la tradizione ebraica ecc. ecc. -, mentre, sovente, questo tipo di esegesi oggi si fonda quasi esclusivamente sulla psicologia del profondo.

Un altro aspetto da non sottovalutare è il valore “spirituale” dell’opera, l’unione di cultura e vita. A tale riguardo, è opportuno far parlare l’autore: “ Leggere e rileggere la pagina biblica allora non è solo studiare, ma vivere in pienezza, creativamente, perché la pagina si attivi qui ed ora, in me sia vita e la promessa di vita che dice. […]Nessuna dicotomia tra parola e vita, fatto e detto, ma unione senza confusione di azione e contemplazione!”.

Una considerazione a parte merita l’utilizzo da parte del nostro autore della tradizione ebraica – in particolare della qabbalah – e la sua capacità di condurre il lettore, là dove necessario, attraverso il fascino della lingua e della numerologia ebraica. A parte l’arricchimento culturale che ne può derivare – soprattutto per i lettori non (ancora) esperti -, ritengo che una scelta esegetica che, pur non negando la prospettiva cristiana di fondo nella lettura di un testo dell’Antico Testamento, faccia ampio uso della tradizione ebraica, possa aprire interessanti prospettive – almeno dal punto di vista cristiano – nella soluzione dell’annoso problema circa il rapporto tra i due Testamenti; in altri termini, credo che una lettura  della Bibbia ebraica condotta alla maniera di Gianni Vacchelli abbia il pregio da una parte di non rinnegare la propria identità e prospettiva, mentre  dall’altra preservi dal rischio di violentare il testo, piegandolo a priori ad un’interpretazione cristiana.

L’indagine del nostro autore presta però il fianco anche a delle critiche. Ne evidenzio due.

Il primo fatto che mi lascia perplesso è il peso attribuito alla realtà interiore. Va subito precisato, a onor del vero, che Vacchelli, in più punti del suo libro, precisa come il “mondo esterno” – il contesto storico, i fatti ecc., ecc. – non siano assolutamente da sottovalutare; ma poi, nello svolgimento della sua analisi, il peso dato all’aspetto simbolico e psicologico è tale che il rilievo dato alla realtà esterna ne risulta compromesso. Ora, se da un lato tutto questo è pienamente legittimo, dall’altro suscita inevitabilmente una domanda: si tratta di una scelta ermeneutica cosciente, oppure di un deficit intrinseco a questo tipo di letture?

E proprio la mancanza di un rigore ermeneutico costituisce secondo me l’altro aspetto critico del libro in esame. Si ha talvolta l’impressione che, per dirla con Hans Georg Gadamer , “il testo resista”. Un esempio potrà forse chiarire meglio il mio pensiero.

Nel saggio su Giona, l’autore, ad un certo punto, prende in esame il significato del nome del profeta, evidenziando come in ebraico esso abbia in comune col sacro tetragramma ben tre lettere. Di qui la conclusione: “ Le tre lettere di YHWH ed in particolare lo yod ci dicono incontrovertibilmente che in Giona è presente l’aspetto divino e che lui  (come noi) è chiamato a realizzare questa dimensione divina, a deificarsi”. Questo tipo di considerazioni non è isolato: ritroviamo analoghe riflessioni nel saggio su Abramo, in relazione ai nomi di Abramo e Sara.  Anche qui, a scanso di equivoci, occorre subito dire che una lettura del genere è più che legittima, a patto che sia sostenuta da una solidità ermeneutica e metodologica che invece sembra qui essere assente. Si potrebbe obiettare, ad esempio, che altre parole della lingua ebraica contengono le lettere che compongono il sacro tetragramma: dovremmo vedere in ciascuna di esse un segno della presenza della divinità? Ovviamente no. Ma allora: quali elementi ci autorizzano, nel caso di Giona (o di Abramo e Sara) a fornire questo tipo di lettura? Il contesto? La tradizione? L’arbitrio del singolo interprete … ? O cos’altro?

Al di là delle critiche che si possono muovere, penso che sia un libro consigliabile per la lettura. Anzitutto per la prospettiva particolare e l’originalità con cui l’autore affronta i testi e in secondo luogo per la mole di informazioni e di notizie che Vacchelli riesce a fornire, in particolar modo su alcuni aspetti della tradizione ebraica: piacevolezza della lettura e arricchimento culturale vanno di pari passo.

E’ l’autore stesso a precisare il pubblico a cui si rivolge: “Queste letture […] si rivolgono a quel vasto pubblico continuamente in crescita che sta cercando risposte al proprio smarrimento interiore e che spesso non si sente affatto rappresentato dalle proposte della cultura dominante. Indirizzate a tutti, credenti e non credenti, le nostre letture bibliche si pongono al crocevia tra assenza di fede e necessità di rinnovamento della fede”. A tal proposito, va notato come l’autore sappia veramente rivolgersi a tutti. I saggi infatti sono costruiti su più livelli, in modo tale che il lettore erudito possa gustare tutta la cultura di cui il nostro autore è capace, ma che anche il fruitore meno istruito non si smarrisca: in altri termini, l’aspetto essenziale di ogni analisi è ben spiegato e comprensibile.

Ritengo poi che l’autore abbia compiuto, a livello “didattico”, una scelta coraggiosa, ma che mi trova pienamente d’accordo. Non ha scelto di semplificare la materia – decisione che spesso rischia di scadere nella banalizzazione -, ma ha dotato il lettore di tutti gli strumenti necessari alla comprensione della sua esposizione. Nella parte finale del libro, Vacchelli ha inserito delle Postille, che riprendono e approfondiscono certi aspetti presi in considerazione nei quattro saggi; ha posto, oltre ad un glossario, alle abbreviazioni bibliche , ad una bibliografia essenziale e a vari indici, un’appendice con l’alfabeto ebraico e la sua trascrizione. Un discorso a parte va fatto sulle note. L’autore avverte che le note sono state poste alla fine dell’opera, con l’eccezione di alcune di esse, strettamente necessarie per la comprensione dell’analisi, sistemate a piè pagina. Pur comprendendo le ragioni, penso però che tale  scelta non rappresenti la soluzione ideale per un testo che complessivamente consta di 489 pagine.


 
Opzioni

 Stampa Stampa


Argomento
Recensioni e schede bibliografiche
Recensioni e schede bibliografiche

Argomenti Correlati

Recensioni e schede bibliografiche

 

 

Christianismus.it - © Tutti i diritti riservati - Copyrights reserved - Omnia iura reservantur
È vietata la riproduzione e diffusione non autorizzata dei contenuti del sito, fatta eccezione per l’uso personale. 


Sito internet realizzato da:
E' una TRX Idea...


Sito realizzato con PHP-Nuke