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Recensione: Barbara Frale, I Templari e la sindone di Cristo
Messo in linea il giorno Venerdì, 08 gennaio 2010
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Barbara Frale, I Templari e la sindone di Cristo

Barbara Frale, I Templari e la sindone di Cristo, Bologna, Il Mulino, 2009.

Recensione a cura di Massimo Vallerani.



I templari e la Sindone: l’“ipotetica della falsità” e l’invenzione della storia

Dopo le anticipazioni sull’Osservatore Romano del 5 aprile 2009, nelle pagine di «Repubblica della Domenica» del 14 giugno scorso viene presentato con grande evidenza (tre pagine intere) l’ultimo libro di Barbara Frale, studiosa dell’Archivio Segreto Vaticano, I Templari e la Sindone di Cristo. L’autore dell’articolo, Michele Smargiassi, convinto che «le pergamene a volte raccontano storie più avvincenti dei plot inventati al computer...» annuncia come sicura la tesi di fondo del libro: l’idolo che i Templari furono accusati di adorare, nel corso del processo intentato dal re di Francia Filippo il Bello contro l’ordine nel 1307, era la sindone di Torino. Sulla Stampa del 21 luglio la notizia è ripresa a tutta pagina (“La sindone è vera. Vi spiego perché”) e Mario Baudino ci assicura che la studiosa «arriva a conclusioni appassionanti, perché conferma l’intuizione di uno studioso inglese secondo cui... il lenzuolo passò effettivamente in mano templare: ma per essere conservato e adorato in gran segreto». La Frale è una studiosa, come si dice, “professionale” dei Templari, e ha già scritto tre libri sul tema, nei quali, nonostante lo spoglio sistematico di centinaia di testimonianze dei cavalieri sotto processo, della sindone non vi era traccia[1]. Come è arrivata a unire due temi-culto della letteratura fantasy in un intreccio disvelato da misteriose «pergamene inedite»?

L’idea in realtà non è nuova. Si deve a  Ian Wilson, «uno storico laureato a Oxford», in un libro del 1978: The Turin Shroud. Le tesi di Wilson, secondo l’autrice, «contenevano un’intuizione di un interesse storico enorme» e «lasciarono nella comunità degli studiosi una curiosità fortissima» (p. 76). Fortissima? È lecito dubitarne. Il nome di Wilson non è citato dagli storici di professione, a partire da Malcolm Barber[2], ad Alain Demurger[3], per arrivare alla stessa Frale, che non menziona mai il geniale storico laureato a Oxford nei tre precedenti libri dedicati ai Templari[4]; Peter Partner, lo ricorda, ma tra i miti templaristi di scarto[5]. Forse il motivo di tanto silenzio è l’imbarazzo per la figura di Wilson, ricercatore infaticabile, ma di difficile uso in un contesto scientifico. Tra i suoi numerosi libri dedicati ai temi più caldi della nostra esistenza, come non ricordare (disponibili in italiano) I pilastri di Atlantide: un grande diluvio distrusse e ricreò la storia; Aldilà della vita; La Forza nascosta; o ancora (oltre ai libri dedicati a Colombo, Shakespeare, Caboto e Nostradamus) Mind out of time? Reincarnation claims investigated del 1981; In search of ghosts del 1996; The Bible is history del 2000 e il risolutivo Life after death: The evidence del 2001. Indubbiamente Wilson ha visto cose che noi semplici storici non riusciamo a immaginare se ha le prove della vita dopo la morte, ma è lecito accogliere le sue ipotesi visionarie in sede di ricerca scientifica? Forse è meglio lasciare perdere e andare avanti.

Non entreremo neanche nel merito delle vicende attraversate dal sacro lenzuolo, perché l’autrice riprende argomenti già da tempo circolanti nella sindonologia divulgativa (alcuni assunti in maniera acritica dalle ipotesi di Wilson)[6]: il lino è stato conservato in una giara perché presenta delle bagnature compatibili con una giara “come quelle di Qumran” (ergo è stato a Qumran); misteriosamente è ricomparso tra le reliquie riportate da Edessa a Bisanzio nel 943 e anzi la sindone, piegata in otto, era in realtà il famoso mandylion, una reliquia imperiale a forma di telo quadrato con l’immagine del solo volto di Cristo (a occhi aperti, ma pazienza); infine scomparve durante il saccheggio di Costantinopoli in occasione della quarta crociata del 1204. Che si tratti sempre dello stesso oggetto è chiaramente un’ipotesi remota. Concentriamoci invece sul “momento templare” della sindone che costituisce la parte originale del libro e vediamo come è costruito l’apparato probatorio dell’autrice.

a. L’inizio è assai incerto. Nel corso del processo condotto dagli inquisitori di Francia, per conto del re, i Templari furono accusati di adorare un idolo misterioso; solo 52 Templari descrissero questo idolo con qualche particolare: 6 dissero che era un ritratto di Maometto, altri la testa mummificata del fondatore; altri un telo, altri un reliquiario con una faccia di uomo barbuto. Due, secondo la Frale, ricordano un “panno”, ma con evidenti forzature di lettura: Jean Tayfler parla di un capud, una testa, come molti altri templari e non di un disegno[7]; Guillaume de Bos ricorda un signum fuste(u e segno abbreviativo), da sciogliere in fusteum, cioè “di legno”, e non “fustanium” come legge erroneamente la Frale, traducendo “tela di cotone”[8]. Solo una, su 1114 deposizioni, quella di un certo Arnaut Sabatier, menziona un «lino (lineum) che aveva l’immagine di un uomo» che il cavaliere «adorò baciando tre volte i piedi». Questo per la Frale è il passaggio decisivo: il lino non è solo una sindone, ma la Sindone di Torino, come se nel corso del medioevo fosse esistita solo una sindone e tutte le testimonianze si riferissero al lenzuolo torinese.

Ma c’è di più e di più grave per una storica. La Frale ha eliminato le frasi che precedono e seguono i brevissimi frammenti da lei riportati, stravolgendo radicalmente il contesto in cui queste ostensioni del lino o del fustagno avrebbero avuto luogo. È opportuno ricostruirlo dalle trascrizioni del Finke[9].

A Iohannes Cassanhas il  precettore mostrò un «ydolum de auricalco in figura hominis», che i frati adoravano  in ginocchio per tre volte: «et flexis genibus coram ipso se posuerunt per tres vices» e ogni volta che lo adoravano negavano il nome di  Cristo e sputavano sulla croce. 

Anche a Guillaume de Bos fu mostrata prima una croce piccola sulla quale sputò tre volte («hostensa quedam crux parvula et spuit super eam ter») rinnegando la croce e il segno della croce «et incontinenti», cioè subito dopo, «fuit ibidem hostensum et aportatum quoddam signum fuste(um)»[10].

Ancora, un altro cavaliere Raimondo Rubei adora questa figura baffometti «obsculando sibi pedes, dicens Yalla» come i saraceni. 

E veniamo alla deposizione “chiave” di  Arnaud Sabbatier, della quale l’autrice non solo non ha dato una nuova edizione, come forse sarebbe stato opportuno, ma ha tagliato anche quella parziale di Finke: Arnaud confessa di aver baciato il precettore prima sulla bocca poi sull’ano; dopo gli fu presentato l’idolo: «quoddam lineum habentem imaginem hominis, quod adoravit ter pedes osculando» (come il cavaliere precedente) e ogni volta che lo adorava sputava sul crocefisso: «et qualibet vice spuebat super cruciffixum renegando eundem». Ma ancora: subito dopo, il frate Petrus de Mossio confessa che adorò «quoddam ligneum habens faciem hominis»: un legno, non un “lino” come ha scritto erroneamente il notaio nella testimonianza precedente o ha letto male il Finke[11].

 Comunque è chiarissimo che si tratta del medesimo contesto cerimoniale delle altre testimonianze, in cui prima  si adora l’idolo, baciandolo tre volte ai piedi e poi si rinnega la croce. Si capisce ora la prudente omissione della Frale: se avesse riportato per intero le deposizioni ne sarebbe risultato che i Templari ostendevano la sindone e poi obbligavano il novizio a sputare sul crocefisso, secondo un rituale che la stessa Frale ha preso sul serio definendolo un “codice segreto” di ingresso per giovani reclute[12]. È una ricostruzione palesemente assurda. Queste sarebbero le nuove prove scoperte con i “metodi della scienza”: nessun lenzuolo, nessun “fustagno”, un lineum di legno.

Da questo strano pastiche di errori e di omissioni, l’autrice trae però conclusioni certe: il “documento” (quale?) «dimostra che ad alcuni Templari nel sud della Francia fu mostrato un idolo identico alla sindone di Torino» (p. 81); poco dopo la prassi diventa generale: «I Templari  adoravano la sindone nella stessa maniera in cui la adorò San Carlo Borromeo tre secoli dopo» (a p. 83: anche il grande arcivescovo sputava sulla croce?), con una postilla che sarebbe stato interessante approfondire: «Quelli di loro che ebbero il privilegio di adorare la reliquia originale e non una delle tante copie diffuse nelle commende dell’ordine». Dunque esistevano delle copie e per giunta “tante”; ma allora cosa prova che quella di Sabbatier, eventualmente, era l’originale?

Per un'analisi più approfondita dei testi qui citati, si veda la pagina di Andrea Nicolotti su questo medesimo sito (premere qui)

Da qui inizia una serie sempre più rischiosa di ipotesi infondate (non esiste nessun lino) che formano la trama del racconto.

b. I Templari entrarono in possesso della sindone dopo il saccheggio di Costantinopoli in occasione della IV crociata (1204). Come? Non si sa; ma qui soccorre un’altra ipotesi; ammesso che la reliquia fosse custodita in una chiesetta di Dafni della famiglia de La Roche (evidentemente i possessori dopo il saccheggio, ma anche qui per induzione): «Non sarebbe affatto strano se l’ordine del Tempio avido di reliquie di Cristo quant’altri mai si fosse fatto avanti con il lignaggio de la Roche in difficoltà per mezzo di un loro parente e gli avesse offerto di dare in pegno quell’oggetto per una cifra faraonica» (p.193).

Non sarebbe strano, ma esiste una minima prova di questo scambio? E la cifra “faraonica” a quanto ammontava? Di quali parenti e di quali difficoltà si trattava? Questioni elegantemente eluse nel libro. L’importante è creare un effetto di realtà.

c. Dopo l’acquisto, i Templari tennero la sindone nascosta e non la mostrarono mai. Perché? La domanda è interessante perché trasforma un “non fatto”, vale a dire l’assenza di testimonianze sul possesso della sindone, in un “silenzio intenzionale”, un fatto da dimostrare. I Templari non la mostrarono perché sul telo, secondo due esperti francesi che lavorano per conto della società sindonologica francese, erano presenti scritte, alcune in latino e in greco, ma altre in ebraico che in tempi di antisemitismo montante non era prudente mostrare: «I Templari forse si accorsero della loro esistenza: e se così fu, ciò li confermò nel desiderio di tenere la sindone soltanto per sé» (p. 168). È tutto all’indicativo, come se tutto “fu” (fosse) vero; la conseguenza di un’ipotesi crea un effetto di realtà non dimostrata. Ma le scritte in ebraico non sono visibili a occhio nudo, quindi bisogna resuscitarle: «forse alcune scritte si distinguevano anche a occhio nudo. Questo non è un fatto di poco conto, se consideriamo con attenzione la storia sociale del medioevo» (p. 169). Il forse diventa un fatto e per di più di “non poco conto”.

d. La paura delle scritte in ebraico non è la sola spiegazione; ne segue una seconda: i Templari non mostrarono mai la sindone, non ne parlarono mai nemmeno durante il processo, per paura del papa, che, “bramoso” di reliquie, l’avrebbe subito richiesta per sé: «una volta saputo che i Templari custodivano una simile reliquia, con ogni probabilità il pontefice regnante avrebbe fatto capire al gran maestro che la voleva presso la curia romana» (p. 183). Si badi che ormai la custodia del telo è data per certa, mentre la probabilità massima viene trasferita alla richiesta del papa ai Templari, per dare il senso di una conseguenza inevitabile. Ormai siamo nel pieno della realtà fittizia: «I Templari non potevano dire di no (certezza) e forse anche per scongiurare questa prospettiva fu deciso di tacere». Ecco spiegato il silenzio.

e. Resta il problema di capire a che cosa servisse una reliquia mai mostrata a nessuno. Qui la Frale cala il suo asso. Serviva a dare potere all’ordine in un momento di sconvolgimento interno perché  «è molto probabile che alcuni figli di famiglie aristocratiche vicine ai catari divennero Templari» e che gli eretici avessero inquinato la fede, soprattutto in Linguadoca- “Alcuni”? ma quanti e di quali famiglie e da quali fonti non viene detto, è una pura illazione, senza la minima indicazione di un indizio, di una fonte anche incerta. Ma anche qui la certezza si ricrea per magia: dunque «se l’ordine del Tempio soffrì di una certa contaminazione, non è strano che pensasse a procurarsi una medicina di tale potere per combattere la sua guerra in via privata, discreta, invisibile» soprattutto invisibile, alle fonti e ai noi poveri positivisti relativisti.

Riepiloghiamo: il lino conservato a Qumran (per quanti anni?), portato a Edessa e da lì a Costantinopoli, sarebbe stato trafugato da qualcuno e poi comprato dai Templari dopo il sacco del 1204; non viene mai menzionato, ma ugualmente sarebbe usato come potente reliquia contro alcuni cavalieri dell’ordine impestati di eresia catara, che, per essere convertiti, dopo aver baciato tre volte i piedi del lino, sputano sul crocefisso secondo un ”codice segreto” militare imposto dagli anziani alle reclute. È questo il racconto «più affascinante delle storie fatte al computer» che tanto ha colpito editori e giornalisti? Viene da chiedersi come leggono i libri questi professionisti della divulgazione culturale.

Inutile insistere sulle incongruenze di questa ricostruzione. Più importante è capire la logica di questo modo di fare storia. Il libro della Frale non è un caso isolato, anzi è paradigmatico di una tendenza più generale del linguaggio comune a non riconoscere più alla realtà uno statuto autonomo, separato dalle visioni o dalle illusioni del parlante. Da qui l’uso di un nuovo stile di scrittura che confonde il livello ipotetico con quello reale, in un gioco di scivolamenti continui: tutte le dimostrazioni sono presentate in frasi ipotetiche della realtà all’indicativo, e su queste si fondano altre frasi di conferma che danno per reale l’ipotesi della precedente. Ora questo modo di procedere, alimentato da un gusto esasperato per la scoperta di misteri spesso inesistenti, finisce per assumere uno statuto di verità anche nel discorso scientifico, o almeno pretende di averlo.

Questi ircocervi (il)logici di “ipotesi reali” servono soprattutto a ricostruire l’unità narrativa di un racconto “storico” che deve essere necessariamente continuo e senza lacune. Per capire la loro vera funzione, bisogna dunque scoprire qual’è la storia che si vuole ricreare. Nel caso della Frale i Templari c’entrano molto poco. Come si intuisce dal titolo – e come conferma anche la lunga intervista sulla Stampa del 21 luglio –  il vero obiettivo è la sindone, di cui bisogna assolutamente dimostrare l’antichità e quindi l’autenticità; un preludio del nuovo libro dedicato tutto alla Sindone. Non a caso le parti più ruvidamente combattive di questo primo libro sul momento “templare” riguardano proprio la critica alle datazioni recenti della sindone. In queste pagine, l’autrice mostra una carica di scetticismo ipercritico che sarebbe stato veramente degno di lode se rivolto verso i suoi stessi argomenti. Ma il nemico è un altro e molto più insondabile: è il carbonio 14, che ha permesso a tre laboratori indipendenti di datare il lenzuolo di Torino fra il 1260 e il 1390. Frale riprende toni e argomenti già usati dalla sindonologia radicale per screditare gli esami del 1988 – i campioni erano contaminati, i pollini hanno “ricaricato” il carbonio del lino fino a ringiovanirlo, le datazioni spesso sono sballate e altro ancora[13] –  fino a rilanciare l’immancabile complotto di falsificazioni fatte da scienziati avidi in cerca di fama e di soldi[14]. Indicando piste di ricerca inesistenti, come quella della «radiazione potente di grandissima intensità» che avrebbe impresso l’immagine nel lenzuolo, la Frale lascia trasparire una patina di scientificità che in realtà è del tutto assente nei presupposti metodologici della sua tesi. Il libro è percorso anzi da una vena antirazionalista che emerge ogni tanto in squarci di rara violenza censoria, quasi preconciliare: come l’invettiva contro le pretese di “spiegare” la fede nelle reliquie, «processi culturali che lo storico odierno deve saper registrare e basta, senza la pretesa di sventrarli alla luce di un razionalismo che è troppo recente» (p. 182); o quella di studiare il Cristo storico, idea ancora più strana, figlia del positivismo, del relativismo e dello scetticismo «che pretende di staccare l’uomo storico... dai misteri legati alla sua persona», «qualcosa di molto simile all’affezione morbosa che aveva l’uomo del medioevo per i resti del suo passaggio terreno». Nella citata intervista alla Stampa, la studiosa conferma il suo credo storico: «non mi sono mai interrogata sulla sua formazione perché sarebbe un tentativo di razionalizzare una materia dove lo storico qualora lo faccia si espone a troppi rischi». Da un lato i razionalisti “sventratori” e morbosi, dall’altro i veri storici rispettosi del mistero.

Non varrebbe la pena dar conto di questi argomenti se il rilievo mediatico concesso a una ricerca così strampalata (avallata anche dal prudentissimo Osservatore Romano) non lasciasse intendere un rumore di fondo sempre più acuto e disturbante, fatto di mezze verità e di falsi misteri che esaltano il lato irrazionale e miracolistico delle vicende storiche a sfondo religioso, come unico contesto interpretativo possibile. Se questi sono gli «strumenti della scienza» – come titola Repubblica con enfasi un po’ da giornale di provincia (La Scienza, e quale? di chi?) –  o l’”infinità di indizi” ricordati sulla Stampa (come un’altra misteriosa e non documentata scoperta: le scritte in aramaico) che cosa ci riserverà il 2010, anno di celebrazioni sindoniche? Quale sarà il tono del discorso pubblico su religione, storia e scienza in un paese ormai pochissimo educato alla verità e avido di ricostruzioni alterate della propria realtà (che editori e giornali copiosamente alimentano)?

 



[1] B. Frale, L’ultima battaglia dei Templari, Viella editrice Roma 2001; Il papato e il processo ai templari, Viella editrice, Roma 2003; I Templari, il Mulino, Bologna 2004.

[2] Trial to Templars in due edizioni del 1978 e del 2006; Barber mette seriamente in dubbio la fondatezza delle sue idee in un articolo specialistico del 1982.

[3] Id. Vita e morte dell’ordine dei Templari, Garzanti, Milano 2005.

[4] Solo nel libro di sintesi I Templari cit., l’ipotesi è riportata (non attribuita a Wilson) ma in maniera più che dubitativa.

[5] I Templari, Einaudi Torino 1991 (ed or. Oxford 1987).

[6] Basti il rimando al libro, chiaramente di parte, di O. Petrosillo, E. Marinelli, La Sindone. Un enigma alla prova della scienza, Rizzoli Milano 1990 che ha una sequenza e una tipologia di prove molto simile a quella di Frale.

[7] La testimonianza è in J. Michelet, Le Procès des Templiers. Préface de J. Favier, Paris 1987 (ed. or 1841), vol. I, p. 190-191: non è mai nominato un disegno, ma un caput da cui appariva una «effigies ymaginis faciei humane».

[8] La prima parte della testimonianza di Guillaume de Bos, per cui la Frale non riporta neanche l’indicazione archivistica (il rimando nella nota corrispondente è a un’opera inesistente: “Du Fresne”, che dovrebbe essere il Glossarium di Du Fresne Du Cange, che non contiene affatto la fonte esaminata: possibile un errore così grave in un punto chiave della dimostrazione? Leggendo meglio si scopre che il riferimento è espresso, in maniera implicita, nella nota successiva, confuso con un rimando a un’altra fonte) è in realtà edita in un catalogo di un’esposizione di atti degli archivi francesi, Grands documents de l'histoire de France, sous la direction d’Ariane James-Sarazin et Elsa Marguin-Hamon, Editions de la Réunion des musées nationaux, Paris 2007, p. 41: «post subsequenter fuit sibi hostensa quedam crux parvula et spuit supra eam ter et quolibet semel[ ?] negavit eam et signum crucis et incontinenti fuit ibidem hostensum et aportatum quoddam signum fusteum [fuste+2 aste e segno abbreviativo]. Fuste con segno di abbreviazione non può essere fustanium, ma è chiaramente fusteum (ringrazio il collega Julien Théry dell’università di Montepellier per la segnalazione e la scheda di lettura). Nel Du Cange, Glossarium mediae et infimae latinitatis, vol. 4, ad vocem, si trovano altri usi dell’aggettivo medievale fusteus, fustea, fusteum, riferito a oggetti: come “capsa fustea”, “bancum fusteum”.  

[9] H. Finke, Papsttum und Untergang des Templerordens, II band, Quellen, Münster 1907; sono le testimonianze dei cavalieri di Carcassonne, alle pp. 321-324; in tutti i casi si tratta di una duplice ostensione: prima l’idolo e poi la croce.

[10] Vedi nota 8.

[11] Detto questo resta necessaria una trascrizione nuova dall’originale.

[12] È la tesi centrale del libro su L’ultima battaglia, anch’essa senza riscontri, ma almeno meno artefatta di questa. In realtà il rituale è stato costruito a tavolino dagli inquisitori e ripetuto uguale nelle domande rivolte ai cavalieri interrogati.

[13] Anche qui la maggior parte degli argomenti è una riproposizione non aggiornata di Petrosillo-Marinelli, La sindone, cit.; con qualche caduta di stile poco consona all’oggetto, come il paragone con un esame medico: «è un concetto molto semplice: un esame delle urine conservate in una provetta contaminata non è valido», p. 159. È auspicabile che la sindone trovi difensori migliori.

[14] E darlo per morto nell’intervista a La Stampa.


 
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