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Recensione: Giorgio Jossa, Il Cristianesimo ha tradito Gesù?
Messo in linea il giorno Venerdì, 12 marzo 2010
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Giorgio Jossa, Il Cristianesimo ha tradito Gesù?

 

Giorgio Jossa, Il Cristianesimo ha tradito Gesù?, Roma, Carocci, 2008.

Recensione a cura di Fabio Cigognini.



 

Il testo che qui segnaliamo è davvero pregevole per vari motivi. Dopo una introduzione il libro di  Jossa, noto storico del Cristianesimo e docente emerito di Storia della Chiesa antica presso l’Università “Federico II” di Napoli,  si snoda attorno a quattro capitoli nei quali vengono esposti ed analizzati i principali nodi tematici a cui è approdata la ricerca sul Gesù storico: la natura dei Vangeli canonici, i Vangeli apocrifi, l’ebraicità di Gesù e il pensiero di Paolo.

 

L’ Introduzione è dedicata a delimitare la problematica in questione. In primo luogo, precisa Jossa, è bene che il lettore non interpreti erroneamente la domanda del titolo, come se essa volesse indicare un “tradimento” del messaggio originario di Gesù che si sarebbe perpetrato lungo i secoli, un venir meno sul piano etico, da parte del Cristianesimo, alle esigenze elevate che pone il Nuovo Testamento. No, la domanda si riferisce invece ad un altro aspetto e, nella sua radicalità, è molto più inquietante e suona in questi termini: “ I Vangeli e Paolo hanno tradito Gesù? […] Una risposta affermativa – puntualizza Jossa - significa né più né meno che il Cristianesimo, e intendo quindi non il Cristianesimo attuale, ma il Cristianesimo del Nuovo Testamento, non ha veramente il suo fondamento in Gesù di Nazareth”.

La questione, che, come Jossa ricorda, è nata con l’Illuminismo (Reimarus), si è poi dispiegata nell’Idealismo con Strauss, F. Ch. Baur e la Scuola di Tubinga, per trovare una sua particolare fisionomia con la teologia protestante liberale prima e con R. Bultmann e i suoi discepoli successivamente; se l’imponente figura dell’esegeta di Marburgo domina la seconda fase della ricerca sul Gesù della storia, la questione del “tradimento di Gesù” non ha finito di essere posta neppure all’interno della terza fase – quella attuale -: è anzi fatta propria in tutta la sua radicalità dagli studiosi odierni, qualificati sovente come “neoliberali”.

Ma c’è un altro aspetto, sottolineato dall’autore nell’Introduzione, che risulta essere di capitale importanza: il fatto cioè che la ricerca sulla figura storica di Gesù ha ormai varcato gli angusti confini accademici per imporsi all’attenzione del grande pubblico, spesso con contributi scientificamente molto discutibili che lasciano trasparire una marcata precomprensione ideologica; Jossa cita, a questo riguardo, per il nostro paese, i testi di Odifreddi e Flores D’Arcais; un discorso più articolato viene riservato al libro intervista “Inchiesta su Gesù” di Augias/Pesce. Sarà anche per reagire a questo stato di cose che sovente le risposte dei credenti sono impostate su un’ingenuità precritica ed apologetica che, se dal punto di vista della fede non genera problema, non può non urtare la sensibilità dello storico: è questo il caso, secondo il nostro studioso, del libro di papa Benedetto XVI dedicato a Gesù di Nazareth, di cui si elogia comunque il valore spirituale, ma i cui limiti sono riscontrati proprio nell’identificazione aprioristica tra il Gesù della storia e il Cristo della fede.

Ed è proprio nella consapevolezza di una giusta impostazione del problema che, nel rispetto delle esigenze della scienza storica, sappia superare sia l’impostazione ideologica sia la credenza fideistica che si muove il nostro libro.

Il primo capitolo, dal titolo “l’interpretazione canonica: Marco, Luca, Matteo e Giovanni”,  è consacrato all’indagine della natura e delle caratteristiche dei Vangeli canonici. Il primo sviluppo della tradizione su Gesù fu certamente e per lungo tempo orale. I Vangeli sono stati scritti abbastanza tardi, tra il 70 e il 100 d.C., quando i ricordi sulla vicenda storica di Gesù erano ormai sbiaditi. Eppure, ciò non deve portare a conclusioni troppo affrettate circa la loro inattendibilità storica, non fosse altro perché essi attingono a tradizioni anteriori che, all’interno dello sviluppo orale della tradizione, avevano già trovato una loro messa per iscritto (= Racconto della Passione, raccolte di insegnamenti di Gesù e Fonte Q). Tuttavia essi “sono una interpretazione squisitamente teologica della figura storica di Gesù. […]. Il loro problema principale non è la ricostruzione storica della vicenda e dell’insegnamento di Gesù, ma è piuttosto: quale rapporto c’è tra questo Cristo glorioso nel quale credono le loro comunità e il Gesù terreno della tradizione apostolica?”. Se la risposta comune degli evangelisti è che il Cristo della fede è proprio Gesù di Nazareth, lo storico non può però non notare che ciascuno di essi ha declinato da un proprio punto di vista tale risposta: esistono quindi diverse interpretazioni credenti di Gesù. Questo riconoscimento porta a una duplice conclusione. Da un lato le interpretazioni degli evangelisti, svolte a partire dall’evento centrale della fede cristiana, cioè la morte e la risurrezione di Gesù, sono letture teologiche di fatti storici: la storia non è assolutamente soppiantata dalla fede! Dall’altro la ricerca attuale è sempre più propensa a riconoscere il panorama composito e variegato del Cristianesimo primitivo, a tal punto che si è arrivati a parlare di “cristianesimi” delle origini. Di questo pluralismo delle origini cristiane sono espressione anche i vangeli apocrifi. Pertanto, lo storico è indotto a porsi la domanda del loro utilizzo come fonte per la ricostruzione della figura storica di Gesù.

Proprio a questo problema è dedicato il capitolo secondo, dal titolo: “Canonici o apocrifi?”. Dopo avere evidenziato la varietà della tipologia dei cosiddetti “Vangeli apocrifi” (= vangeli della natività di Gesù e Maria, Vangeli gnostici, vangelo di Tommaso e vangelo di Pietro – a questi ultimi due Jossa dedica maggiore attenzione -), l’autore conclude, a mio parere a ragione, che essi non sono molto utili per ricostruire il Gesù storico: nel migliore dei casi, non aggiungono informazioni rilevanti in grado di mutare l’immagine di Gesù fornita dai Vangeli canonici. Solamente i frammenti dei Vangeli giudeo – cristiani (conservati in prevalenza negli scritti dei Padri della Chiesa) e, più genericamente, la tradizione che si è soliti definire giudeo – cristiana -  (di cui vi è traccia nel Nuovo Testamento stesso oltre che nel romanzo pseudo – clementino), “suggeriscono un’immagine parzialmente diversa di Gesù: un Gesù che è certamente il Messia, ma quasi sempre un Messia meno ‘divino’ e più umano e, soprattutto, più legato alla tradizione giudaica di carattere sapienziale e fermamente ancorato quindi all’osservanza rigorosa della legge mosaica”. La domanda decisiva è dunque quella relativa all’ebraicità di Gesù, approfondita nel capitolo successivo. Prima di passare ad esso, vorrei però evidenziare altri due punti di questa parte del libro. Il primo è che Jossa è molto attento a tratteggiare il percorso storico che conduce gli studiosi a riconsiderare il valore dei vangeli apocrifi come fonte storica e a sintetizzare i pareri favorevoli e contrari. In tal modo anche il lettore meno preparato è introdotto, ad esempio, al pensiero di Köster e Crossan; in secondo luogo, una parte importante del capitolo è dedicata a smontare quel luogo comune, disgraziatamente molto diffuso oggi, che identifica la formazione del canone con una sua definizione arbitraria da parte della Chiesa, che avrebbe poi appositamente escluso e celato i vangeli apocrifi perché contrari al suo credo.

Gesù ebreo” è il titolo del terzo capitolo. L’ebraicità di Gesù è il punto principale su cui insiste la ricerca attuale sul Gesù storico: essa pare averlo riportato “a casa”, reinserendolo nel suo contesto storico. La scoperta dell’ebraicità di Gesù, nella ricerca neotestamentaria, non è però recente: secondo Jossa, risale addirittura a Wellhausen e, a partire dallo studioso tedesco, è stata più volte ripresa o contestata e le sono stati attribuiti significati profondamente diversi.

Il merito di Jossa è di mostrare l’unilateralità con cui oggi viene concepito il carattere ebraico di Gesù all’interno di tanta ricerca: Gesù, a detta del nostro studioso, dimostra sì delle peculiarità che lo inseriscono pienamente nell' Ebraismo del suo tempo, ma evidenzia pure una certa originalità nella soluzione di alcune questioni e problematiche presenti nel Giudaismo a lui coevo che lo porranno inevitabilmente in conflitto con i suoi contemporanei su aspetti rilevanti: non si spiegherebbe, altrimenti, la sua condanna a morte. A questo riguardo, questa parte del libro è interessante in quanto l’autore affronta con originalità ed equilibrio – qualità che alcuni studiosi sembrano avere smarrito – punti ampiamente discussi come il rapporto di Gesù con la Legge o la sua coscienza messianica.  A titolo di esempio, mi sembra particolare l’accostamento dell’opera di Reimarus con quella di E. P. Sanders, quest’ultima considerata come una riedizione moderna della prima. O anche il tentativo di tenere conto, nella questione spinosa della messianicità di Gesù, di una “evoluzione psicologica”, che avrebbe conosciuto  la sua  piena manifestazione nel processo davanti al sinedrio.

Nell’ultimo capitolo – le Conclusioni costituiscono infatti il riassunto del percorso svolto nel libro - Jossa prende in considerazione “Il  ‘ Vangelo’ di Paolo”. Se le differenze tra Paolo e Gesù possono essere indagate sotto diversi punti di vista, in ultima analisi ciò che ha messo in difficoltà gli studiosi e che ha condotto alcuni di essi a considerare Paolo come il “vero” fondatore del Cristianesimo, è il pensiero circa la persona di Gesù,  il valore della sua morte e la validità della legge mosaica.

A mio parere, il merito di Jossa, anche in questo caso, è quello di affrontare tali delicate questioni con equilibrio. Senza negare l’elaborazione paolina e lo sviluppo originale che egli ha saputo imprimere alla teologia cristiana primitiva, l’autore mette in risalto come la peculiarità del pensiero di Paolo affondi le sue radici in tradizioni che egli eredita dalla comunità delle origini e come il nucleo espresso da tali tradizioni possa essere fatto risalire, al di là di come i primi cristiani lo abbiano rielaborato ed espresso, a Gesù stesso. Paolo e i Vangeli canonici, quindi, non hanno tradito Gesù, ma hanno saputo tramandare il suo pensiero nella fedeltà ai capisaldi del suo insegnamento. Non è un caso, dunque, che il Nuovo Testamento non abbia accolto i vangeli giudeo-cristiani e che riservi uno spazio infinitamente maggiore a Paolo piuttosto che a Giacomo: ciò non può significare altro che la Chiesa, compiendo una scelta teologica – che non significa arbitraria! – ha riconosciuto che “L’interpretazione dei vangeli canonici e di Paolo rispecchiasse in maniera più autentica la figura e l’insegnamento di Gesù”.

 

Il testo ha l’indubbio merito di affrontare esaurientemente le questioni cruciali della ricerca sul Gesù storico con equilibrio e con un linguaggio accessibile a tutti: per questo motivo, ne consiglierei la lettura  a tutti coloro che per la prima volta si approcciano alle problematiche relative alla figura storica di Gesù. Va detto però che anche il lettore ferrato in materia può comunque trovare degli spunti originali per proseguire la ricerca.

Un altro punto a favore penso sia l’attenzione che Jossa rivolge non solo all’ambito accademico e scientifico, ma pure alla ricerca di stampo giornalistico. Se nel primo caso il nostro autore è puntuale nella ricostruzione storica e nella presentazione delle figure principali della ricerca sul Gesù storico – va registrata, a questo proposito, una carenza di informazioni relativa alla figura di A. Schweitzer -, per quanto concerne le inchieste giornalistiche era proprio opportuna un’opera che ne mostrasse, in molti casi, i limiti scientifici, al di là del clamore che sanno suscitare.

Scorgo invece un limite nel mancato approfondimento della tradizione risalente al Discepolo prediletto: fatta eccezione per la parte finale del primo capitolo dedicata al Vangelo di Giovanni, la tradizione giovannea non viene fatta oggetto di un approfondimento particolare; credo invece – alla luce anche del fatto che Jossa è disposto a riconoscere il carattere “storico” del quarto Vangelo, superando così un certo scetticismo schematico che ancora oggi pervade l’esegesi del NT – che ad essa possano essere rivolte domande analoghe a quelle che gli studiosi rivolgono a Paolo.

Inoltre, proprio perché il libro è particolarmente adatto ad un pubblico non (ancora) esperto, penso che sia auspicabile, in eventuali ristampe o riedizioni, aggiornarlo con delle cartine che possano orientare il lettore alle prime armi. Infine,  proprio per le caratteristiche che ho cercato di mettere in evidenza, ritengo che la nota bibliografica che conclude il volume sia più che sufficiente per un testo come questo.


 
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