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Recensione: Hans Klein, Lukasstudien
Messo in linea il giorno Sabato, 06 novembre 2010
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Hans Klein, Lukasstudien

Hans Klein, Lukasstudien, Göttingen, Vandenhoeck & Ruprecht, 2005.

Recensione a cura di Fabio Cigognini.



 

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La prestigiosa casa editrice tedesca Vandenhoeck & Ruprecht di Gottinga pubblica questo interessante libro di Hans Klein, docente di esegesi del Nuovo Testamento all’università di Sibiu/Hermannstadt, enclave tedesco – protestante in terra rumena.

Si tratta, come spiega l’autore stesso nella premessa, di una serie di saggi sulla figura dell’evangelista Luca – di cui Klein è un esperto di fama internazionale –, preparati in occasione di conferenze e lezioni universitarie e successivamente rielaborati dall’autore per questa pubblicazione, propedeutica al ponderoso commentario al Vangelo lucano che l’esegeta tedesco ha pubblicato presso la medesima casa editrice.

Il libro si articola attorno a sei densi capitoli, nei quali l’autore tratta, in maniera sempre minuziosa e dettagliata, i temi più svariati riguardanti la figura di Luca: dall’identità del terzo evangelista al suo stato sociale, dalle fonti che ha utilizzato a svariate problematiche di carattere filologico, presentate a partire dai più significativi testi della doppia opera lucana; dai capisaldi più discussi della sua visione teologica al suo particolare stile letterario. Il testo si conclude con una bibliografia sufficientemente ricca – purtroppo costituita in prevalenza da opere in lingua tedesca – e con un indice scelto dei passi biblici.

Nel primo capitolo, intitolato “Il terzo Vangelo e il suo autore” (Das dritte Evangelium und sein Verfasser) e suddiviso in tre ricchi paragrafi, Klein affronta la questione dell’identità di Luca e del significato globale della sua opera. “La mia supposizione – scrive il nostro autore – è che il terzo evangelista sia colui che ha portato la tradizione di Gesù in Macedonia e quindi in Europa e che il suo Evangelo sia stato scritto per cristiani che vivevano nello spazio in cui Paolo ha svolto la sua opera missionaria”. Alla luce di questa tesi di fondo, che si rifletterebbe chiaramente nel “Passa in Macedonia” di At. 16,9, Klein, a partire da una serie di indizi disseminati sia nel Vangelo che negli Atti, traccia un quadro sufficientemente dettagliato dell’identità dell’evangelista Luca: egli era certamente originario di una importante città del bacino del Mediterraneo, molto probabilmente, vista l’importanza e il peso che riveste nella sua opera, Cesarea. Data la propensione del terzo evangelista a stigmatizzare l’accumulo di ricchezze e la ripetuta tematizzazione della povertà, non deve essere stato di estrazione sociale elevata; anzi, l’autore, dopo una particolareggiata analisi di sei testi lucani, conclude che “l’ipotesi secondo cui Luca fosse figlio di schiavi, risulta più facilmente comprensibile”. Ma la sua fortuna sarebbe stata quella di crescere in una casa il cui padrone abbracciò la fede cristiana. Non solo egli poté in tal modo godere di maggiori spazi di libertà, ma anche seguire, sfruttando il suo enorme talento intellettuale, il destino di altri schiavi che, come Epitteto e Tiro, segretario di Cicerone, - due esempi che Klein riporta esplicitamente – diventarono eccellenti scrittori. Ciò “starebbe a dimostrare quali possibilità di scalata sociale venisse offerta ai figli degli schiavi”. Luca però non intraprese la via dei filosofi, ma quella dei narratori della storia di Gesù e ciò lo portò ad esse autore di scritti tra i più importanti del Cristianesimo. Nel quadro di questa ricostruzione, è pure interessante il paragrafo dedicato alla formazione del terzo evangelista: “Egli ha potuto usufruire, con ogni probabilità, di lezioni in una scuola elementare greca. Può essere addirittura che là gli sia stato insegnato a leggere e a scrivere. Se egli frequentò pure la ‘scuola superiore’ [=Gymnasium], questo non si può dire con certezza”, mentre non pare possibile, dato il suo stile non argomentativo, che Luca possa avere frequentato il livello più alto di formazione del tempo, quello riservato ai futuri retori. L’aspetto degno d’attenzione di questa parte finale del primo capitolo, è avere inserito la trattazione della formazione di Luca entro il quadro più ampio del sistema formativo – scolastico sia ellenistico che ebraico.

Klein dedica il secondo capitolo a “Luca e le sue fonti” (Lukas und seine Quellen). Si tratta di un capitolo in cui il nostro esegeta mostra tutta la sua abilità filologica. Ampio spazio viene dedicato al lavoro redazionale di Luca, ad una possibile dipendenza tra tradizione lucana e giovannea della passione e della resurrezione. Importante mi sembra pure l’attenzione dedicata dall’autore alla possibilità di ricostruzione della fonte particolare di Luca e – cosa che raramente viene presa in considerazione – alle fonti orali dell’opera lucana.

Al di là delle singole e minuziose analisi, nelle quali non ci possiamo addentrare in questa sede e la cui valutazione lasciamo perciò ai lettori del libro, un aspetto che mi sembra utile sottolineare è la prudenza con cui si muove l’autore, nella consapevolezza dichiarata dell’ipoteticità che caratterizza un lavoro filologico così delicato e della precarietà ermeneutica ad esso associata: “Ogni ri-costruzione rimane più o meno probabile, per cui la decisione circa ciò che è probabile ha luogo sulla base di criteri che valgono oggi, ma che, nell’antichità, non erano con certezza allo stesso modo usuali”.

Il sapiente lavoro redazionale di Luca, che nulla lascia al caso, si esplica in modo evidente nelle “Storie d’infanzia” del suo Vangelo, alle quali è dedicata un’approfondita analisi nel capitolo terzo, che porta appunto il titolo: “La storie d’infanzia di Luca” (Zur Kindheitsgeschichte des Lukas). Klein affronta i brani classici rientranti in questa categoria: il racconto della nascita di Giovanni Battista, quello della nascita di Gesù; il brano di Lc 2, 41 – 52 (= Gesù tra i dottori del tempio), per concludere con un’analisi approfondita del Magnificat. La tesi che il nostro autore sostiene è che “Le storie d’infanzia, colte nella loro globalità, sono per Luca un atto di legittimazione del Cristianesimo primitivo”. Singolare è invece l’ipotesi secondo cui il Magnificat fosse “In origine una preghiera, probabilmente recitata da donne che rendevano grazie a Dio per la nascita del loro primogenito”, per cui non è escluso che “sia Maria che Elisabetta, alla nascita del loro figlio, specialmente in occasione della purificazione al tempio, abbiano pregato proprio in questo modo, o abbiano recitato una preghiera analoga”. Stando alle convincenti analisi di Klein, la probabilità che ciò possa corrispondere al vero è data anche dal fatto che il lavoro redazionale di Luca nei confronti del Magnificat è davvero minimo.

Molto articolato e ricco di spunti preziosi è poi il capitolo successivo: “Luca come teologo” (Lukas als theologe). Tra i vari temi proposti, scelgo quello che forse maggiormente è stato oggetto di vivaci discussioni esegetiche: Luca come teologo della “storia della salvezza” (Heilsgeschichte). A Klein non sfugge certamente il peso assunto da questa tematica negli studi esegetici, almeno a partire dal secondo dopoguerra; proprio per questo motivo, dedica un intero paragrafo ad una rassegna schematica dei principali contributi sull’argomento: da Bultmann a Lohse, dal Die Mitte der Zeit di Conzelmann, ai contributi più recenti di Wilkens, Kümmel e Robinson. Il testo che però ha segnato più di ogni altro il modo di affrontare la questione, e che per questo ha pure suscitato importanti reazioni, rimane pur sempre Cristo e il tempo di O. Cullmann. Concepito nel contesto della seconda guerra mondiale, del cui clima risente, e pubblicato appena dopo, l’opera dell’insigne studioso luterano riassume in sé i tratti di una grande intuizione, ma anche la debolezza di un’impostazione di fondo di cui si è presa sempre più coscienza: “E’ possibile basarsi qui su quanto Oscar Cullmann [ricorra] ad un concetto storico – filosofico […] e lasci troppo poco parlare il punto di vista degli scrittori neotestamentari”. La questione fondamentale ben individuata da Klein è che il concetto di “storia della salvezza” è inestricabilmente legato a quello di “storia”, la cui concezione muta a partire dall’Illuminismo: il rischio di attribuire alla locuzione “storia della salvezza” un significato che per i lettori originari di Luca non aveva, è reale. Klein osserva inoltre come sia più preciso, in relazione al concetto in questione, parlare di “lettori e lettrici di Luca” e non del Nuovo Testamento in generale, poiché, proprio sulla base dei rilievi mossi al Cullmann, si è divenuti maggiormente consapevoli di quanto questa tematica sia specifica di Luca e non dell’intero Nuovo Testamento. Ma, si domanda l’autore del libro, come rideclinare il concetto di Heilsgeschichte in modo tale che non venga travisato dagli uomini e dalle donne di oggi? Klein risponde a questa domanda proponendo di tradurlo e di comprenderlo nel senso di “via di salvezza” (Weg des Heils). Seguendo in questo la proposta di Robinson, e modificando la concezione di Conzelmann, il tema centrale dell’opera di Luca non sarebbe quindi “il centro del tempo” (Mitte der Zeit), bensì “la via del Signore” (Weg des Herrn): non una metafora temporale, dunque, ma un’immagine spaziale. “La teologia lucana della storia dovrebbe essere perciò compresa come rappresentazione di una via, di un percorso” . La concezione lucana della storia della salvezza non si articola dunque sul tema del “centro del tempo”, ma ruota attorno alla tematica del “decisivo evento di Dio” (entscheidende Gottestat) “Che ha inizio con Gesù e continua nella chiesa. Questo fa capire il motivo per cui Luca, accanto ad un Vangelo, scriva una ‘Storia degli apostoli’ (Apostelgeschichte)”. E per la comunità cristiana ciò può solo voler dire “ritrascrivere” la vita di Gesù, che, per l’evangelista, costituisce l’evento che ha aperto la via. Ancora una volta, può essere illuminante far parlare lo stesso autore: “[Luca] non ha sviluppato grandi teorie, ma ha restituito un messaggio”. E ancora: “Per lui non si tratta di un messaggio di saggezza valido per sempre, ma di come vivere in quanto cristiani. Come lettrici e lettori egli pensava a cristiani che avevano intrapreso la via della sequela, e che si distanziavano, perlomeno in parte, dalla società”.

Come è stato più volte messo in luce, Luca non è un teologo sistematico, ma un eccellente narratore. Nel quinto capitolo, riprendendo in parte alcuni spunti già presenti nel primo , Klein si sofferma sullo studio del nostro evangelista in quanto narratore: “Luca come narratore” (Lukas als Erzähler) è il titolo di questo capitolo, che ha inizio con un richiamo di alcune tesi fondamentali di narratologia circa il rapporto tra “mondo raccontato” e “mondo reale”, e prosegue col tentativo di mostrare il modo in cui tutto questo trovi riscontro nell’opera lucana, a partire dall’analisi di pericopi - si tratta per lo più di parabole – in cui la mano di Luca ha svolto un intelligente lavoro redazionale, trasfigurando il “mondo reale” in “mondo raccontato” . La seconda parte del capitolo è invece dedicata all’esplorazione di un tema fondamentale del terzo Vangelo: l’ospitalità. Due mi sembrano gli elementi significativi da evidenziare. Il primo riguarda la contestualizzazione del tema: Klein inserisce il modo in cui Luca tratta questo tema nella più ampia cornice del significato che esso assumeva nell’antichità. Anche qui si tratta di un paragrafo breve e schematico, ma sufficiente per una significativa storicizzazione delle problematiche. Il secondo aspetto riguarda invece la capacità di affrontare questo tema facendo leva sulla “risposta del lettore”. La seconda parte del capitolo, infatti, tratta dell’ospitalità a partire da una curiosa costatazione: se da una parte “Luca, come in nessun altro Evangelo, descrive Gesù come ospite”, dall’altra il lettore rimane sovente perplesso “là dove Gesù si comporta in maniera diversa da come un ospite dovrebbe, secondo la nostra concezione, comportarsi”; l’autore fa qui riferimento a invettive contro Scribi e Farisei che spesso accompagnano gli episodi di ospitalità nel terzo Vangelo. Anche in questa circostanza, Klein dimostra come il meticoloso lavoro redazionale di Luca abbia saputo conferire un taglio preciso a questo genere di racconti: qui è in atto, infatti, una tecnica letteraria mediante la quale gli attacchi di Gesù hanno un carattere esclusivamente di reazione allo stupore circa il suo comportamento giudicato scandaloso, una strategia con la quale il Gesù lucano chiama indirettamente alla conversione i suoi interlocutori.

Il libro si conclude con un breve capitolo di critica testuale.

Nel complesso, il testo che qui abbiamo presentato merita un giudizio più che favorevole. La ricchezza di tematiche, la profondità di analisi, insieme ad una valorizzazione intelligente dei dettagli, conducono il lettore, capitolo dopo capitolo, a prendere coscienza di aspetti importanti che spesso non si è in grado di cogliere, proprio perché nascosti “nel” testo o “dietro” di esso.

Talvolta si ha però l’impressione che Klein si muova con troppa disinvoltura nel tentativo di conciliare un numero elevato di informazioni con una tendenza sintetica di fondo – ricordiamo che il presente volume è pensato dal nostro autore come preliminare al suo commentario al Vangelo lucano. Solo per fare un esempio, se da un lato si rimane positivamente sorpresi dalla maniera in cui l’esegeta tedesco procede alla ricostruzione dell’identità dell’autore del terzo Vangelo, a partire dalla valorizzazione di alcuni indizi che ai più, almeno a prima vista, potrebbero sembrare non particolarmente significativi, dall’altro si rimane anche perplessi di fronte al modo in cui vengono dedotti certi particolari relativi alla sua condizione originaria di schiavo: non fosse altro che per lo stato attuale delle ricerche sulla posizione degli schiavi nel mondo antico, lontane da una visione organica e comune, ci si sarebbe aspettati una maggiore prudenza.

Al di là di questi rilievi, il lavoro di Klein rimane molto interessante e perciò consigliabile per la lettura. Il problema, a questo riguardo, è quello della lingua: il testo non è stato ancora tradotto in italiano (a questo proposito segnalo ai lettori della presente recensione che tutte le citazioni sono frutto della mia personale traduzione). Chi conosce la lingua tedesca, non avrà molte difficoltà nella lettura del testo: il linguaggio è pienamente accessibile e rispecchia le esigenze didattiche per le quali sono stati concepiti in origine i saggi qui radunati. Alla luce delle caratteristiche che ho tentato di evidenziare, si tratta comunque di un’opera impegnativa, che presuppone almeno un basilare livello di conoscenza della materia trattata.

 
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