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Documento: Il contesto storico (dal 67 a.C. al 135 d.C.)
Messo in linea il giorno Lunedì, 31 dicembre 2001
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Il contesto storico (dal 67 a.C. al 135 d.C.)

La storia della Palestina all’epoca di Gesù, e i suoi protagonisti

di Andrea Nicolotti

La comprensione del cristianesimo nascente non può prescindere dalla conoscenza delle vicende del popolo giudaico, dal quale ebbe i natali Gesù e nel cui alveo si formarono le prime comunità cristiane. Una storia civile e religiosa di un secolo vissuto in Palestina.



Sommario

 

La fine del regno di Giudea indipendente

Nel 67 a.C. moriva a Gerusalemme la regina Alessandra Salome, moglie del defunto re e sommo sacerdote Alessandro Ianneo (103-76), della dinastia degli Asmonei; fin dal 76 aveva lasciato il titolo di sommo sacerdote al figlio Ircano II, a discapito del figlio minore Aristobulo II. Alla morte della madre, il secondogenito si impadronì del trono gerosolimitano con un esercito di mercenari, deponendo dalla carica il fratello dopo soli tre mesi di regno.

La guerra civile che ne seguì fu la causa della fine dell’indipendenza giudaica; infatti, nell’autunno del 63 a.C., i contendenti invocarono l’aiuto del generale romano Gneo Pompeo, che allora si trovava in Oriente, e che sfruttò l’occasione per mettere le mani sulla Palestina.

Entrato a Gerusalemme e invaso sacrilegamente il Tempio, il generale romano si diede al massacro dei sacerdoti, per poi dirigersi verso l’inaccessibile Sancta Sanctorum, che con gran stupore scoprì essere vuoto, ormai privo dell’arca dell’alleanza.

Così descrive quel momento, in maniera pittoresca, il Ricciotti:

“Oltre a ragioni militari, nel gesto di Pompeo dovette avere buona parte la curiosità: se ne raccontavano tante di quel misterioso Tempio, che egli, avutane occasione, volle vedere con i suoi occhi quello che c’era dentro. Non è arduo immaginarsi Pompeo che, con la spada in mano, s’inoltra sospettoso e guardingo attraverso il Santo: solleva emozionato la cortina ch’era davanti alla porta pentagonale, preparato a scorgere una testa d’asino o qualche mostruoso simulacro; e invece, spiando nell’oscurità del Santo dei Santi, non scorge se non vacuam sedem et inania arcana. Era Gneo Pompeo che compiva quel gesto, o era l’umanità intera?”1.

In tal modo, dopo un secolo di lotte, il popolo giudaico perdeva nuovamente la libertà faticosamente acquisita: sconfitto e deportato a Roma Aristobulo, Ircano fu costituito sommo sacerdote ed etnarca, ma senza il titolo di re. Annessi numerosi distretti territoriali alla provincia romana di Siria, recentemente creata, all’etnarca Ircano restarono la Giudea, la Galilea e la Perea, con alcuni distretti dell’Idumea, tutti soggetti a tributo; anche l’etnarchia, pur godendo di autonomia interna, fu messa sotto il controllo del reggente di Siria.

Alla corte asmonea di Gerusalemme, residenza del pontefice Ircano, il potere dell’etnarca già in tal guisa limitato, sempre più cedeva il passo alla crescente influenza dell’intraprendente prefetto di palazzo Antipatro, che anelava al raggiungimento del potere per sé e per i propri figli.

E così, la contesa fra i due Asmonei terminava con la sconfitta di ambedue. Il sopraffatto Aristobulo finì davanti al carro trionfale di Pompeo; ma Ircano, rimasto a Gerusalemme, finì in maniera anche più ignobile: divenne il fantoccio nelle mani del vero vincitore, l’idumeo Antipatro.


1 Storia d’Israele, Torino, 19495, vol. II, p. 356. Cfr. Tacito, Historiae V,9: “Nulla intus deum effigie vacuam sedem et inania arcana”.




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