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Recensione: Rudolf Pesch, Antisemitismo nella Bibbia?
Messo in linea il giorno Giovedý, 20 gennaio 2011
Pagina: 1/1


Rudolf Pesch, Antisemitismo nella Bibbia?

 

Rudolf Pesch, Antisemitismo nella Bibbia? Indagine sul Vangelo di Giovanni, Brescia, Queriniana, 2007; ediz. orig. Antisemitismus in der Bibel? Das Johannesevangelium auf dem Prüfstand, Augsburg, Sankt Ulrich Verlag GmbH, 2005.

Recensione a cura di Fabio Cigognini



 

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L’Antisemitismo non è un argomento come tanti altri. Troppe sono infatti le implicazioni che reca con sÚ e di vario genere a tal punto che non è certo semplice affrontare questo tema in modo sereno e obiettivo. La questione si complica ulteriormente se ad essere chiamato in causa è il Nuovo Testamento che, come ricorda Rudolf Pesch, biblista cattolico di fama internazionale e autore del testo che qui presentiamo all’attenzione dei nostri lettori, è per i cristiani “Scrittura ispirata, come lo è l’Antico Testamento per gli ebrei e i cristiani”. La scottante questione che l’autore affronta in questo libro, e che espone nell’Introduzione intitolata La nuova attualità del tema, è la presenza, almeno ad una prima, immediata analisi, di alcuni testi, all’interno del Nuovo Testamento, dal carattere antisemitico. Sono molti – ci rammenta l’autore – sia da parte ebraica che da parte cristiana, a chiederne la soppressione; un’operazione che, per i credenti cristiani, non è così semplice, essendo per loro il Nuovo Testamento, come si diceva sopra, ispirato. Si può già intuire che, oltre a questioni di carattere storico-culturale che ancora pesano come un enorme macigno sulla coscienza e sulla società dei popoli europei – in particolar modo di quello tedesco –, l’antisemitismo sia intrecciato a quesiti di tipo esegetico e teologico di non facile soluzione, che puntualmente Pesch registra: “Dio è antisemita? Oppure ha sbagliato la Chiesa quando ha accolto nel suo canone certi scritti?”.

Pesch, nell’affrontare questo spinoso problema, segue però una via diversa da quella della espunzione delle pericopi antigiudaiche; la chiave ermeneutica con cui intende approcciare tali brani è quella del “ritorno al testo”. Fare cioè “parlare” il testo stesso, a partire dal contesto storico-letterario in cui è stato concepito e formulato: “Il compito dell’esegeta – scrive l’autore – è di liberare nuovamente l’intenzione del testo”. Ma quali passi scegliere? E quale criterio deve ispirare tale scelta? L’opzione dell’esegeta di Bonn cade sul Vangelo di Giovanni. Il motivo è spiegato ai lettori nel primo capitolo, dal titolo Il Vangelo di Giovanni divide ebrei e cristiani? E consiste nella constatazione, suffragata pure da esperienze personali dello stesso Pesch che si riferiscono ad alcuni scambi da lui avuti su questo tema con intellettuali ebrei, per cui nessun altro scritto del Nuovo Testamento è stato accusato di odio verso gli ebrei come questo Vangelo, a tal punto da spingere alcuni studiosi ebrei a dichiarare che non è possibile “leggere insieme [= ebrei e cristiani] il Vangelo di Giovanni”: quest’opera sembra dunque dividere in modo irreparabile i cristiani e i loro “fratelli maggiori”. Dopo avere richiamato le caratteristiche particolari del Vangelo giovanneo rispetto ai Sinottici, Pesch individua ed espone le ragioni principali che gli studiosi portano a sostegno della tesi secondo cui il Vangelo in esame sarebbe intriso di antisemitismo. Esse possono essere ricondotte a due diversi punti di vista.
In primo luogo, il Vangelo di Giovanni rifletterebbe una polemica negativa e dai toni ostili nei confronti degli ebrei e dell’Ebraismo in quanto “la comunità da cui proviene ha subito un trauma solo poco tempo prima: i suoi membri ebrei, quindi giudeocristiani, sarebbero stati espulsi dalla sinagoga”; la seconda ipotesi, invece, afferma che l’antisemitismo giovanneo è una conseguenza indiretta di “influssi di tipo gnostico”. Tali influenze sarebbero rilevabili in modo particolare nel Prologo dove, secondo i sostenitori di questa tesi, si può “riconoscere il modo di pensare dei miti gnostici e quindi un elemento di paganesimo che ha preparato il terreno per l’antigiudaismo”. Dunque, “l’ostilità giovannea verso gli ebrei è il risultato dell’assunzione di un pensiero gnostico da parte di un piccolo e oppresso gruppo di pagani seguaci di Gesù”.
Se questo è il quadro, sinteticamente espresso, degli studi sull’antisemitismo nel quarto Vangelo, allora, prosegue Pesch, saranno due i campi di indagine che dovranno essere affrontati da chi desideri vagliare criticamente la validità di queste asserzioni: 1) Quanto è antigiudaico il Vangelo di Giovanni? Questione generale, a cui va espressamente ricondotta la visione secondo cui l’odio verso gli ebrei dipenda dall’ espulsione dei cristiani giovannei dalla sinagoga; 2) Quanto è gnostico il quarto Vangelo?

Il primo punto è affrontato da Pesch nel capitolo secondo ("Chi sono ‘i giudei’ nel Vangelo di Giovanni?") e nel terzo ("Quanto è antigiudaico il Vangelo di Giovanni?").
I lettori che conoscono l’esegeta tedesco, ritroveranno in questi due capitoli, e più in generale in tutto il volume, lo stile sintetico ma tutt’altro che superficiale, che contraddistingue i suoi lavori, anche quelli più voluminosi (come ad esempio il noto commentario al Vangelo di Marco o quello relativo agli Atti degli Apostoli). Pesch ci conduce lungo un itinerario che prende in considerazione quei brani del quarto Vangelo il cui contenuto rimanda ad usi linguistici, episodi, e affermazioni che, ad una prima lettura, hanno tutto l’aspetto di una radicale presa di posizione antigiudaica.
Così, per esempio, viene analizzato l’uso dell’espressione “i giudei”, alla quale si è troppo sbrigativamente attribuito un significato universalmente dispregiativo e ostile, ma che, a una più attenta analisi, mostra il suo utilizzo differenziato e in sintonia con l’Antico Testamento da parte dell’evangelista, a tal punto che è possibile stabilire un parallelismo con l’uso articolato di un altro termine “tecnico”, ma neutro in relazione all’argomento antisemita, del nostro Vangelo: quello di “mondo”.
E ancora: una circostanziata lettura di un’altra affermazione a prima vista scandalosa e inaccettabile, quella secondo cui i Giudei hanno “per padre il diavolo” (Gv 8,44), dischiude nuovi orizzonti interpretativi che trovano piena giustificazione nell’architettura complessiva del Vangelo giovanneo e dimostra, al tempo stesso, quanto sia esegeticamente infondato un qualsivoglia uso di tale pericope in senso antisemitico.
Ma, al di là di una lettura parziale e distorta di alcuni testi, chi accusa in modo unilaterale il Vangelo di Giovanni di essere antisemita deve comunque fare i conti con affermazioni forti che puntualmente vengono ignorate. Infatti, nonostante sia innegabile che in Giovanni siano “già ammassati strati di memoria […] delle prime generazioni cristiane”, Pesch sottolinea quanto sia ebraico il Vangelo di Giovanni nel modo di pensare e quanto sia pienamente inserito nella tradizione e nell’ “orizzonte dell’esperienza complessiva di Israele”. Non per niente, il nostro Vangelo riconosce al Messia Gesù la sua piena ebraicità: la parabola esistenziale che ne tratteggia l’evangelista rispecchia esaurientemente questo dato di fatto. Non stupisce quindi di incontrare proprio in Giovanni l’affermazione secondo cui “la salvezza viene dai giudei” (Gv 4,22).
Riletti nel loro contesto originario, gli attacchi di Gesù ai Giudei hanno tutto l’aspetto di una “disputa in famiglia” riguardanti proprio il punto nevralgico della fede di Israele: il compimento delle promesse nel Messia Gesù. Il quarto evangelista non si discosta così dal modo in cui i profeti dell’Antico Testamento hanno energicamente richiamato alla fede Israele: le sue invettive hanno la stessa natura. Se Giovanni è antisemita, allora – osserva Pesch – lo sono per forza di cose anche i profeti veterotestamentari!

Sebbene la tesi di una provenienza gnostica del Vangelo di Giovanni abbia avuto in passato dei consensi – soprattutto all’interno della scuola bultmanniana –, mentre oggi appare ai più insostenibile, talvolta essa ricompare e, come si è accennato sopra, questo assunto ha ispirato indirettamente l’accusa di antigiudaismo riservata al Vangelo di Giovanni. Il quarto capitolo del nostro libro, intitolato Quanto è gnostico il Vangelo di Giovanni? affronta proprio tale questione. Pesch dimostra l’infondatezza di questa tesi, a cominciare da un’attenta esegesi del prologo, che più di ogni altra parte è stato additato a sostegno della tesi di un “Giovanni gnostico”.

Ma a smentire la provenienza gnostica del quarto Vangelo ha contribuito anche la tesi di Martin Hengel, secondo cui l’autore del quarto Vangelo è il Presbitero Giovanni. La questione dell’autore del Vangelo di Giovanni ha impegnato duramente e a lungo gli esegeti del Nuovo Testamento. Anche se ben difficilmente in una questione così complessa e articolata possono esistere soluzioni definitive, chi ha letto il libro di Hengel “La questione giovannea” sa quanto dettagliata e globalmente attendibile possa essere giudicata la ricostruzione dell’insigne studioso luterano. Proprio il rigore dell’indagine condotta da Hengel, spinge anche il nostro autore nel quinto capitolo, dal titolo L’autore del Vangelo di Giovanni, a condividerne la tesi. Ma quali sono le conseguenze di tutto questo sull’argomento oggetto del nostro libro? Se l’identità del Presbitero Giovanni coincide con quella di “un maestro proveniente dall’Ebraismo palestinese”, che “da giovane può essere venuto in contatto a Gerusalemme con Gesù o con il movimento dei suoi adepti, probabilmente dopo essere venuto in contatto con il movimento di Giovanni il Battista”, allora la rilettura dei testi “antisemiti” fatta da Pesch riceve un’ulteriore, importante conferma: non un autore o un circolo gnostico e nemmeno un cristiano proveniente dall’Ellenismo, bensì un “testimone della prima ora”, ebreo palestinese, totalmente immerso nelle problematiche, nelle aspettative e nelle questioni più scottanti della fede israelitica è all’origine di quella sintesi geniale, insieme storica, teologica e letteraria che costituisce il quarto Vangelo. La chiave ermeneutica della “disputa in famiglia” proposta da Pesch, riceve a questo punto un solido fondamento.

Ma come si è potuti giungere ad un’interpretazione antisemita di quei passi? Nell’ultimo capitolo, intitolato Il primo antigiudaismo, il nostro autore sostiene che, nel momento in cui il Cristianesimo si diffuse nei territori pagani, un’esegesi in senso antigiudaico trovò il terreno fertile per svilupparsi; infatti, quei testi risuonavano ora in un conteso che non era più quello originario: i pagano-cristiani non possedevano quelle categorie culturali giudaiche indispensabili per non fraintendere i testi in questione ed anzi vivevano all’interno di un ambiente caratterizzato da forti pregiudizi antigiudaici. Si può quindi far risalire a questo punto l’inizio di una funesta Wirkungsgeschichte (=storia degli effetti) dei testi giovannei, il cui utilizzo strumentale in alcuni dei momenti più bui della storia dell’umanità Pesch conosce bene, avendo egli vissuto, anche se ancora giovane, la barbarie nazista, nel cui bagaglio ideologico figurava pure un’ermeneutica tendenziosa del Vangelo di Giovanni.

L’ultimo capitolo si intitola Per aprire un dialogo e ha come finalità quella di mostrare le potenzialità feconde di una esegesi più aderente al testo e alle sue intenzioni originarie, per il dialogo ebraico-cristiano oggi.

Il testo si conclude con un’Appendice che riporta un carteggio avvenuto tra lo stesso Pesch e l’intellettuale ebreo Zvi Kolitz. Interessante è il fatto che, nel carteggio, Pesch faccia riferimento al tentativo dell’altro noto esegeta del Nuovo Testamento della Katholische Integrierte Gemeinde (=La Comunità cattolica di integrazione), Gerhard Lohfink, di applicare le coordinate interpretative proposte nel nostro libro ad altri testi del Nuovo Testamento, in modo particolare ad alcuni passi delle Lettere di Paolo.

Il libro, al di là di alcune forzature – per esempio, personalmente fatico a condividere l’idea secondo la quale la tesi per cui il Vangelo di Giovanni avrebbe espresso una condanna unilaterale e sommaria nei confronti de “i giudei” costituisca un “fraintendimento che deriva dai recessi più oscuri della polemica teologica di tipo controversistico contro la Legge e le opere”. Il binomio “legge/Evangelo”, se ha rappresentato in passato una chiave ermeneutica condivisa all’interno della teologia e dell’esegesi protestante, ha pure conosciuto un’articolazione più complessa di quanto un’affermazione come quella riportata possa lasciare intendere –, è senza dubbio consigliabile per una serie di motivi.

In primo luogo, la trattazione è sempre svolta in modo equilibrato, nel pieno rispetto delle tesi che l’autore contesta, la cui critica avviene sempre a partire da un piano rigorosamente esegetico: per un argomento dai profondi risvolti emotivi, come quello qui trattato, questo modo di impostare la questione e di trattarla assume un profondo significato.

Secondariamente, un argomento così complesso e dalle molteplici sfaccettature è affrontato con un linguaggio semplice, che però non scade mai nel banale, accessibile pienamente anche ai lettori non (ancora) esperti.

L’aspetto che mi preme maggiormente sottolineare è però il seguente. Il libro di Pesch è un ottimo esempio di come uno studio rigoroso sul testo e sulle sue intenzioni originarie sia più che necessario se si intende affrontare questioni così intricate come quella dell’antisemitismo, superando quell’insieme di pregiudizi che spesso circondano tali questioni e che – non è inutile ricordarlo – non aiutano a sviluppare una visione il più possibile obiettiva delle problematiche in questione. Ancora una volta, mi sembra opportuno evidenziare, proprio a partire dal nostro libro, che l’esegesi critica dei testi biblici costituisce uno strumento indispensabile per una matura comprensione di rilevanti questioni storico-sociali, giocando in tal modo un rispettabile ruolo – in realtà più grande di quello riconosciutole pubblicamente – nel dibattito culturale odierno.


 
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