Benvenuto a Christianismus - studi sul cristianesimo
Cerca
Argomenti
  Area utenti Pagina iniziale ·  Novità ·  Scaricamenti ·  Collegamenti ·  Classifiche ·  Archivio  
Sezioni
· PAGINA INIZIALE
· Il Gesù della storia
  e i suoi seguaci
· Il giudaismo
· L'Antico Testamento
· Il Nuovo Testamento
· Gli apocrifi
· Qumràn
· Letteratura cristiana
  antica
· Incredibile...
  ma falso!
· Recensioni e schede bibliografiche

Christianismus


Per conoscere il progetto Christianismus

· Presentazione
· Andrea Nicolotti
· Gli autori
· I volontari
· Sostienici
· Contattaci


Simone Paganini, Qumran. Le rovine della luna
Messo in linea il giorno Sabato, 04 giugno 2011
Pagina: 1/1


Simone Paganini, Qumran. Le rovine della luna

Simone Paganini, Qumran. Le rovine della luna. Il monastero e gli esseni una certezza o un’ipotesi?, Brescia, EDB, 2011.

Recensione a cura di Armando Rolla

 

ACQUISTA ONLINE

Sostieni il progetto Christianismus

L’autore di questo libro è un giovane studioso italiano che, tra gli altri incarichi universitari, tiene regolari corsi su Qumran specialmente alle università di Vienna, Innsbruck e Monaco di Baviera e che, negli anni passati, ha offerto decine di conferenze pubbliche sullo stesso argomento sia davanti ad un pubblico di specialisti sia davanti ad un pubblico di persone semplicemente interessate.

Il libro consta di sei capitoli che presentano in successione la scoperta, l’acquisto e la pubblicazione dei manoscritti del deserto giudaico (capitolo primo), il variegato quadro politico e religioso del giudaismo dall’esilio fino alla distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C. (capitolo secondo), le rovine di Khirbet Qumran e gli esseni (capitolo terzo), il contenuto dei principali manoscritti recuperati nelle undici grotte (capitolo quarto), la relazione tra l’insediamento qumranico, le grotte e i manoscritti (capitolo quinto) e il movimento gesuano nel contesto del suo ambiente storico (capitolo sesto).

Come rivela il sottotitolo, il libro vuole scalzare l’ipotesi dell’ex-direttore dell’Ecole Biblique di Gerusalemme, il padre domenicano Roland de Vaux, secondo il quale le rovine di Qumran apparterrebbero ad un monastero che fu abitato da monaci ebrei della corrente degli esseni, e gli oltre 800 manoscritti (per lo più frammentari), ritrovati nelle undici grotte, rappresenterebbero la biblioteca dei suddetti monaci.

Con un’onestà che gli fa onore Paganini riconosce che “il nocciolo dell’ipotesi essena di De Vaux è considerato ancora oggi dalla grande maggioranza dei ricercatori come uno dei punti fermi della ricerca scientifica sui manoscritti. Infatti per molti studiosi resta ancora valida l’ipotesi che gli uomini che trascorrevano la vita nell’insediamento di Qumran in mezzo al deserto fossero esseni. Le loro attività consistevano nel pregare, nel condurre una vita secondo i precetti di purità rituale e nel preparare rotoli di pergamena, sui quali scrivere i loro testi sacri per tramandarli ai loro seguaci” (p.81).

Nonostante questo consenso maggioritario sull’ipotesi essena, Paganini è convinto che sia possibile offrire un’altra ricostruzione dell’insediamento di Khirbet Qumran e, soprattutto, che i manoscritti recuperati nelle grotte non abbiano nulla a che fare con questo insediamento. Per smontare l’ipotesi essena del De Vaux egli inizia con l’evidenziare il metodo difettoso degli scavi intrapresi dal suddetto padre domenicano (cf. pp. 94-95 e pp. 165-168) e il carattere spesso arbitrario della sua ricostruzione dell’insediamento qumranico (pp. 97.99.108). Fatto questo, espone la sua ipotesi che può essere così riassunta. Dopo essere stato un avamposto militare nell’età del Ferro, intorno al 130 a.C., ad opera dell’asmoneo Giovanni Ircano esso è stato ricostruito e ripopolato come avamposto militare e come stazione di ristoro per viandanti. Solo in epoca erodiana (dal 37 a.C. fino al 68 d.C. quando fu distrutto dai soldati romani) il predetto insediamento perdette la sua funzione militare per diventare una struttura civile abitata da una o più famiglie sacerdotali in contrasto con il sacerdozio tradizionale del tempio di Gerusalemme. Qui v’erano ampi spazi dedicati alla produzione di beni di consumo, soprattutto ceramica, terracotta e balsamo. Contro il De Vaux Paganini afferma categoricamente “Per quel che riguarda la struttura di Qumran non v’è nessun indizio che aiuti a identificare gli esseni o un gruppo di estrazione essena come suoi abitanti” (p. 184).

Riguardo ai manoscritti ritrovati nelle undici grotte il nostro autore ne afferma un’origine eterogenea: “Il background culturale, sociale e teologico degli autori dei manoscritti è chiaramente influenzato dal pensiero e dalla teologia di stampo sacerdotale. Tuttavia i manoscritti lasciano intravedere al loro interno non solo differenze dal punto di vista sociale, ma anche teologico e culturale. Nonostante quest’origine comune, i testi del Mar Morto fanno uso di schemi argomentativi e di tradizioni che spesso si trovano in contrasto tra loro” (p. 110). Secondo Paganini questi manoscritti non possono essere stati prodotti dagli stessi autori: “Lo stato attuale della ricerca sui manoscritti del Mar Morto non permette più di attribuire la produzione, la scrittura, la composizione e la conservazione della maggior parte dei manoscritti a una sola comunità. Per questo motivo la classificazione dei manoscritti in ‘essenici’ o ‘settari’ e ‘non essenici’ o ‘non settari’ non è più accettabile” (p. 125). Sulla loro provenienza l’autore formula la seguente ipotesi: “I testi vennero deposti all’interno di undici grotte nel corso del I secolo d.C., probabilmente a motivo dell’avanzata dei romani in direzione di Gerusalemme. Questi testi erano originari molto probabilmente della biblioteca del tempio, ma anche di altre biblioteche minori presenti in Gerusalemme. Trasportati probabilmente senza un piano preciso furono deposti nelle grotte vicino a Qumran senza un ordine apparente” (p. 155); “Se per la prima grotta si può pensare che i manoscritti in essa contenuti possano essere tutti di origine essena, per le altre grotte non è possibile riconoscere un denominatore comune. I testi sono così disparati che è inverosimile pensare che possano essere stati deposti nelle grotte seguendo un ordine logico” (p. 156). Comunque stiano le cose, Paganini è fermamente convinto che “con la produzione e con l’utilizzo dei manoscritti stessi gli abitanti di Qumran non ebbero mai nulla a che vedere” (p. 190).

Il libro di Paganini ha molti pregi. Innanzitutto i singoli capitoli forniscono informazioni difficilmente reperibili nelle numerose pubblicazioni su Qumran, segno inequivocabile che il suo autore ha una conoscenza molto accurata su tutti i problemi che riguardano l’argomento. Pur insistendo giustamente sui punti di contatto di Gesù e della chiesa primitiva con i manoscritti di Qumran, l’ultimo capitolo evidenzia l’unicità e la singolarità di Gesù e della chiesa primitiva contro tutti quegli studiosi che hanno tentato in passato, e ancora tentano al presente, di porli sullo stesso piano. Così, a ragione, l’autore rifiuta le tendenziose affermazioni di certa pubblicistica scandalistica che ha, a più riprese, accusato il Vaticano d’aver impedito per decenni la pubblicazione ufficiale dei manoscritti perché non compromettessero l’originalità del cristianesimo. Infatti Paganini così si esprime in merito: ”Nonostante tutte le teorie su complotti e cospirazioni vaticane, i Dead Sea Scrolls non sconvolgono i principi della fede cristiana. Al contrario, aiutano a comprenderne le origini fornendo un’immagine del background culturale e teologico del movimento gesuano che prima del 1947 era impensabile” (p. 193). Parimenti l’autore respinge con uguale fermezza l’identificazione del frammento 7Q5 con un passo del vangelo di Marco, proposta con insistenza dai difensori dell’arcaicità di questo vangelo che intendono così contrastare le conclusioni dell’attuale critica neotestamentaria sull’origine dei vangeli. Rifacendosi alle ricerche effettuate in una università tedesca secondo la quale in favore di Mc 6,52-53 il suddetto frammento presenterebbe solo due possibilità su 1127 egli afferma: “Una percentuale che in campo scientifico viene definita trascurabile e che quindi dimostra senza ombra di dubbio che 7Q5 non può essere scientificamente compatibile con Mc 6,52-53” (p. 147). Non piccolo pregio è l’aver saputo calare il contenuto scientifico in una presentazione destinata non solo ad un pubblico specialistico ma anche a chi, senza essere uno specialista, vuole essere seriamente informato. Molto funzionali si rivelano infine le illustrazioni di F. Berteotti e le numerose “finestre”, distribuite lungo tutto il libro, con testimonianze di storici antichi e autori moderni e con brani dei manoscritti di Qumran.

Purtroppo esiste qualche neo. A parte le numerose e fastidiose ripetizioni, curiosamente l’autore, che si mostra sempre bene informato, ignora che il padre domenicano Jean-Baptiste Humbert, succeduto a Roland De Vaux nell’attività archeologica dell’Ecole Biblique di Gerusalemme, a cui il nostro s’ispira per ricostruire le fasi dell’insediamento di Qumran (cf. p. 169), ha ultimamente abbandonato la sua identificazione di Khirbet Qumran con un luogo di culto per far ritorno all’interpretazione essena del suo maestro. Infatti una sua recentissima affermazione suona così: ”L’attribuzione di Qumran agli esseni resta, a nostro avviso, la più probabile a ragione delle testimonianze antiche che li localizzano proprio qui” (Mondo della Bibbia, n.99 del 2009, p. 52).

 
Opzioni

 Stampa Stampa


Argomento
Recensioni e schede bibliografiche
Recensioni e schede bibliografiche

 

 

Christianismus.it - © Tutti i diritti riservati - Copyrights reserved - Omnia iura reservantur
È vietata la riproduzione e diffusione non autorizzata dei contenuti del sito, fatta eccezione per l’uso personale. 


Sito internet realizzato da:
E' una TRX Idea...


Sito realizzato con PHP-Nuke