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Y. Redalié, I Vangeli. Variazioni lungo il racconto
Messo in linea il giorno Sabato, 01 ottobre 2011
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Y. Redalié, I Vangeli. Variazioni lungo il racconto

Yann Redalié, I Vangeli. Variazioni lungo il racconto: unità e diversità nel Nuovo Testamento, Torino, Claudiana, 2011.

Recensione a cura di Fabio Cigognini.



 

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Il libro che presentiamo all’attenzione dei nostri lettori comprende una serie di saggi redatti dall’autore, ordinario di Nuovo Testamento presso la Facoltà valdese di teologia di Roma, in diverse occasioni. Il filo conduttore dei diversi capitoli del testo è rappresentato dalla dialettica tra unità e diversità nel Nuovo Testamento, argomento a cui è dedicato, dopo una brevissima introduzione, il primo capitolo. La tesi sostenuta da Redalié, secondo cui “il Nuovo Testamento è plurale, fatto di varie voci, di scritti diversi tra loro nella forma e nell’intento, intessuti di testimonianze multiple, rivolte a comunità differenti tra loro, distinte nel tempo e nella geografia”, ha come punto di partenza il binomio “Vangelo/apostolo”. La pluralità costitutiva del Nuovo Testamento, che si presenta sempre come “pluralità limitata”, in quanto sorretta da un progetto di fondo tendente all’unità, ha come fondamento un evento originario, che i cristiani delle origini individuano nella rivelazione di Dio in Gesù (= “Il Vangelo”); l’accesso alla rivelazione, però, non è mai diretto, ma è sempre mediato da testimoni (= “L’Apostolo”) che hanno il compito di trasmettere tale messaggio - suggestivo, a questo riguardo, il rimando del nostro autore all’immagine del monolite caduto dal cielo, scena che apre il celebre film di Stanley Kubrick 2001: Odissea nello spazio, simbolo di una profonda nostalgia radicata nell’animo umano: l’accesso diretto, senza mediatori, ad una rivelazione divina. Da questa costatazione iniziale, di cui l’autore analizza le possibili declinazioni e sfumature, illustrate attraverso l’esegesi del prologo lucano, il finale di Mt, Lc e Gv e a partire da alcune riflessioni sulle lettere di Paolo, deriva una serie di conseguenze che possono essere sintetizzate nel modo seguente. In primo luogo, furono la distanza cronologica dall’evento originario e l’espansione geografica del Cristianesimo a rendere necessaria la stesura per iscritto della vicenda gesuana; nel fare questo, però, gli scrittori neotestamentari dovettero selezionare e reinterpretare il materiale che fonti orali e scritte mettevano a loro disposizione. Uno dei punti fondamentali, ribadito all’interno dei vari capitoli, è che la fede cristiana si presenta come costitutivamente narrante: racconto, reinterpretazione e rielaborazione sono dunque, sin dalle origini, parte irrinunciabile della testimonianza dei Cristiani. Se questo è vero - e qui veniamo al secondo aspetto - è altrettanto certo che le interpretazioni conoscono comunque un limite, che è dato, da una parte dal rispetto della pluralità delle testimonianze (essendo esse umane, non potranno essere che plurali) e dall’altra dalla fedeltà all’evento originario. In questo modo si spiegano alcune caratteristiche strutturali del Nuovo Testamento e le tappe storiche che le hanno create. Così, prendendo ad esempio i Vangeli, se ciascuno di essi “mirava a diventare il vangelo di riferimento per una comunità o un insieme di comunità” in una data regione, è un fatto che il processo di formazione del canone condurrà all’accettazione di quattro diversi Vangeli: ciascuno di essi rivendica sì una certa autorità, ma, preso singolarmente, non può assurgere a diventare l’unica autorità di riferimento. I singoli scritti sono dunque inseriti in una dialettica feconda e, solo all’interno di essa, obbediscono a quel progetto di “unità nella pluralità” che sottende il Nuovo Testamento. Tale dialettica è talmente importante che, solo a partire da essa, si comprende a fondo la reazione della comunità cristiana nel II sec. ai due principali tentativi di ridurre i Vangeli ad uno solo, vuoi per “esclusione” (= Marcione), vuoi per armonizzazione (= il Diatessaron di Taziano). Pluralità e diversità garantita, dunque. Il Cristianesimo, essendo “fondato su un evento e non su una verità astratta”, nasce e si sviluppa non all’insegna di “una sintesi, un compromesso, un’armonizzazione, bensì [di] uno spazio di confronto aperto, creatore di significazioni nuove”. Tale pluralità, come già osservato, non può essere però illimitata: il processo che culmina nella formazione del canone ha posto un limite, “ha fissato un ‘dopo’ il periodo di fondazione e determinato un ‘accanto’ il terreno di riferimento delle radici della fede: ha creato l’apocrifo”.

Dopo questo ampio primo capitolo , sul quale ci siamo soffermati in quanto contiene le premesse indispensabili per comprendere la prospettiva dalla quale l’autore analizza i vari argomenti, il libro si suddivide chiaramente in quattro parti.

Nella prima, intitolata Inizi, Redalié, dopo avere analizzato i “Racconti inaugurali” dei Vangeli - sostanzialmente: nascita, battesimo e tentazioni -, interpretati come “racconti di investitura”, affronta, in due capitoli separati, la questione della figura di Maria nel Nuovo Testamento e quella dei fratelli e sorelle di Gesù. Due mi sembrano gli aspetti centrali di questa sezione. Il primo è ancora una volta la sottolineatura dell’essenzialità della narrazione per la fede ebraico-cristiana: “Nel Nuovo Testamento ci sono più lettere che racconti, eppure i racconti sono privilegiati. […] Il raccontare è costitutivo della fede di Israele e dei primi cristiani”. Il secondo - e in ciò intravedo uno degli aspetti positivi di questo libro - è il privilegiare problematiche che impegnano il dialogo ecumenico e nell’attenzione rivolta alle questioni di attualità nella scelta dei contributi. Per quanto concerne l’interesse ecumenico degli argomenti trattati, occorre subito mettere in evidenza come questo ambito si dimostri particolarmente adatto ad illustrare l’ottica dell’”unità nella pluralità”. È significativo, dal nostro punto di vista, sottolineare come lo stesso CEC abbia ormai da tempo sposato questa prospettiva, il cui fondamento esegetico trova una delle espressioni più significative in alcuni contributi di O. Cullmann. Da allora, soprattutto nel mondo protestante, “l’unità attraverso la diversità” costituisce il traguardo ultimo dell’ecumenismo. Ma non è solo il Movimento Ecumenico a garantire quello “spazio dialogico” che Redalié concepisce come elemento essenziale della nascita e dello sviluppo del Cristianesimo. Anche lo studio scientifico della Bibbia ha largamente contribuito a creare e a garantire tale spazio. È su questa falsariga che il nostro autore si muove. Così, nel capitolo dedicato a Maria, diventa fondamentale non solo il rispetto dei diversi ritratti di Maria, ma anche “il richiamo fondamentale a leggere questi testi su Maria nell’insieme della narrazione evangelica e nel dialogo con tutti i testi del Nuovo Testamento”; in tal modo, l’autore può presentare, mettendole in dialogo tra di loro, alcune tra le principali “letture” di Maria, a partire da quella che una commissione bilaterale, rappresentata da studiosi cattolico romani ed evangelico luterani negli USA, pubblicò nel 1978 - gli stessi che quattro anni prima avevano condotto e pubblicato un importante studio sulla figura di Pietro - che, seppur datata, rimane sempre un punto di riferimento prezioso, fino a proposte più recenti (Gruppo di Dombes, Beverly Gaventa e Jean Zumstein). Come poi, attraverso “il rispetto della diversità dei testi del Nuovo testamento”, l’esegesi abbia svolto un ruolo di “richiamo ermeneutico” che ha contribuito a svincolare le letture degli stessi dalle tradizionali ipoteche confessionali, è dimostrato in modo convincente nel capitolo su “Gesù e i suoi fratelli”, in cui si evidenziano non solo gli aspetti storici del problema, che affonda le sue radici nell’epoca della prima patristica e che diventa sempre più articolato nel IV sec., quando cioè “la verginità perpetua di Maria diventa insegnamento corrente”, ma anche come oggi lo studio rigoroso del Nuovo Testamento abbia contribuito a sfumare le posizioni, a tal punto che deve essere messa in discussione la battuta di John Meier, per il quale “nella rappresentazione dell’americano medio di oggi, Gesù ha dei fratelli se sei protestante, dei cugini se sei cattolico. Si potrebbe aggiungere - precisa Redalié -: dei fratellastri se sei ortodosso”: esegeti cattolici, come lo stesso J. Meier e G. Barbaglio “concludono, dopo un riesame delle fonti, che secondo l’ipotesi più probabile i fratelli di Gesù erano veri fratelli. Mentre Richard Bauckham, che cattolico non è, dopo un’accurata indagine sulle fonti, non esclude la soluzione di Epifanio, cioè dei fratellastri da un primo matrimonio di Giuseppe”.

La concentrazione sulle implicazioni odierne dello studio del Nuovo Testamento occupa in modo particolare la seconda, la terza e l’ultima parte del volume.

Ad esempio, il primo contributo della parte seconda - che ha come titolo In parole e in atti, - costituisce uno studio apprezzabile sulla pericope dell’indemoniato di Gerasa (Mc 5, 1-20), al termine del quale Redalié cita una tesi di dottorato di uno studente di Bangui (Repubblica Centrafricana), volta a mettere in risalto la funzione critica e attuale del nostro testo nei confronti di un certo neopentecostalismo diffuso oggi in Africa, che, mettendo al centro dell’esperienza religiosa l’esorcismo e la guarigione, se da una parte ha contribuito a fornire “vere testimonianze e autentiche liberazioni di tanta gente angosciata per la propria sopravvivenza”, dall’altra non riesce ad evitare rischi reali di deriva. Di qui la necessità di sottolineare “che a Gerasa la guarigione è andata oltre la guarigione, quando l’ex indemoniato diventa autore della narrazione di quello che gli è avvenuto, interprete dell’accaduto, soggetto in grado di riconoscere il senso della sua nuova esistenza, anche nella distanza da colui che lo ha guarito”. Particolarmente apprezzabili sono poi due contributi, dedicati rispettivamente alle parabole di Gesù e al rapporto tra Gesù e il Tempio. Se nel primo per l’autore la parabola, come forma narrativa, diventa il “pretesto” per un’analisi circa la natura dei racconti evangeli, sempre sospesi tra storia e narrazione, a tal punto che senza elaborazione narrativa essi si ridurrebbero a mera cronaca, mentre privi di ogni aggancio storico scadrebbero nella leggenda o nel puro mito, nel secondo studio, invece, si mette in luce come la comunità cristiana primitiva abbia saputo interpretare l’atteggiamento “ambiguo” di Gesù nei confronti del Tempio sviluppando nuove forme rituali (= Battesimo e Cena del Signore) che costituissero il luogo e il momento del perdono dei peccati e della comunione con il Risorto. Accanto all’originale interpretazione della funzione del Battesimo e dell’Eucarestia, va qui evidenziata l’esaustività della presentazione dell’autore: la relazione Gesù/Tempio è inquadrata all’interno della più ampia “critica alla religione del sacrificio” operata da parecchi autori e movimenti dell’antichità di vario orientamento religioso e filosofico - Redalié concentra l’attenzione su Apollonio di Tiana, sulla Lettera di Aristea e su Filone di Alessandria, oltre che sul ruolo svolto da Qumran e Giovanni Battista. Pregevole è pure la spiegazione, in sede preliminare, del ruolo del Tempio - del quale si evidenzia non solo la funzione religiosa, ma anche quella sociale, altrettanto fondamentale -, non sempre di immediata comprensione per i lettori contemporanei.

La terza parte - Passione e resurrezione - è dedicata agli eventi che il Nuovo Testamento considera centrali. La sezione si apre con un capitolo dal titolo “Raccontare la Passione di Gesù Cristo”. Il contributo segue solo in parte lo schema “classico”, là dove pone in evidenza i modelli differenti attraverso i quali il Nuovo Testamento rilegge e conferisce significato alla morte di Gesù, dopo che questi viene proclamato Risorto; nella sottolineatura dei motivi politici (= ”Re dei Giudei”), che almeno in parte può trovare un aggancio storico; infine, nell’impossibilità di scindere la reinterpretazione della morte di Gesù dall’esperienza pasquale. Dove invece la posizione del nostro autore si distingue in modo originale è nell’affermazione secondo cui “la morte di Gesù non può essere separata dalla sua vita terrena e dal suo insegnamento […] La morte di Gesù è il risultato di un conflitto particolare e non l’illustrazione di un dramma universale. […] La passione deve essere illuminata non solo dalla luce di Pasqua ma anche dal comportamento di Gesù nei fatti semplici ed essenziali: condivisione della mensa con i peccatori, perdono per un paralitico, guarigione nel giorno di sabato. Il suo comportamento e le sue parole hanno fatto capire la svolta in modo chiaro, il suo rifiuto porta alla croce”. Il capitolo si conclude con la presentazione della ri-lettura dell’evangelista Marco, del quale Redalié sottolinea in modo particolare la funzione dell’ironia nel raccontare la passione di Gesù. La tecnica dell’”ironia letteraria” o “drammatica” è ben messa in evidenza dal nostro autore anche nel capitolo successivo, in cui viene proposta l’esegesi della pericope dei “discepoli di Emmaus” (Lc 24, 13-35). Chiudono questa parte due contributi, dedicati rispettivamente a “Giovanni 20 e l’incredulità di San Tommaso” e al duplice racconto di Lc/At sull’ascensione.

L’ultima parte è intitolata Diversità e consta di due capitoli dedicati il primo a “Nuovo Testamento ed etica: quale prospettiva?” e il secondo agli approcci scientifici per lo studio della Bibbia - “Lo studio della Bibbia, quali approcci?” -. Il primo studio è particolarmente significativo per l’attualità del tema. A mio modo di vedere, però, di capitale importanza risulta essere il secondo contributo. Anzitutto perché Redalié, in consonanza con la tendenza odierna degli esegeti francofoni (il nostro autore è svizzero) predilige un approccio sincronico al testo di carattere narratologico; nonostante questo, la prospettiva diacronica storico - critica è debitamente presa in considerazione: “La questione - egli afferma - non è più tanto di contrapporre un metodo all’altro per dimostrarne la superiorità, bensì di verificare la conformità del metodo al testo e il rigore d’applicazione dei principi”. Questo spiega una certa propensione, nei vari contributi, alla contestualizzazione storica e il riferimento al rapporto tra “storia della tradizione” e “storia della redazione”. Ma questo capitolo è significativo almeno per un’altra ragione. Proprio nel paragrafo dedicato alle critiche mosse all’approccio storico-critico, Redalié accenna ad alcune interessanti considerazioni circa la distanza che si è creata oggi tra la cultura e la Bibbia: “Uscita dalla quotidianità, la Bibbia, anche se bestseller incontestato, è diventata un libro per l’elite. Elite della pietà nei vari gruppi fondamentalisti, elite culturali di teologhe e teologi che fanno esegesi scientifica, le cui briciole arrivano alla base, alle comunità, attraverso l’istruzione religiosa, anche se, per esempio, la relazione tra predicazione ed esegesi rimane debole”. Trovo in queste poche righe un importante accenno a quella situazione paradossale in cui si trova oggi la Bibbia che consiste proprio nell’ essere diventata “libro per elite”. L’opinione comune fatica a vedere nella Bibbia un testo dal carattere storico e letterario straordinario quale essa è in realtà: istintivamente, la ascrive all’ambito della pietà personale e molti ignorano e non comprenderebbero la mole di studi che una cerchia “aristocratica” di studiosi le ha dedicato e continua a dedicarle; d’altro canto, non pochi credenti - non necessariamente “fondamentalisti” -, ancora oggi, si ergono a gelosi “custodi del testo sacro”, quasi che, l’uscita da questa marginalizzazione in cui di fatto essa è costretta, costituirebbe la premessa di una sua “dissacrazione”. Ritengo che proprio un testo come questo sia il migliore antidoto a questi pregiudizi.

L’indice delle fonti da cui sono tratti i singoli contributi e l’indice generale concludono il volume.

Dettagliato, esaustivo, ma al tempo stesso scritto con un linguaggio accessibile a chiunque, il testo risulta fruibile non solo dagli specialisti, che apprezzeranno il confronto con alcune questioni tecnico - metodologiche che da tempo agitano l’abito esegetico, ma anche da coloro che, in modo particolare, sono desiderosi di approfondire, attraverso una lettura competente, il rapporto tra testo biblico e problematiche d’attualità. Interessante, a questo riguardo, potrebbe essere la scoperta, da parte del lettore non (ancora) qualificato, della complessità che soggiace ad alcune “questioni di grido”, sovente presentate con estrema superficialità dai mass media.

Un giudizio nel complesso più che positivo non ci esime però dal fornire una valutazione articolata, registrando alcuni punti deboli - almeno dal nostro punto di vista. Così, volendo proporre degli esempi, nel capitolo dedicato al tema dell’amore del prossimo, apprezzabile nell’insieme, si ha talora l’impressione che l’autore abbia la tendenza a trasformare Gesù in un antesignano di Lutero; in un volume, poi, particolarmente attento al dibattito ecumenico e ad illustrare il ruolo che l’esegesi ha svolto in tale ambito, accanto all’indagine sulla famiglia di Gesù (= Maria/Fratelli di Gesù), il lettore italiano potrebbe avvertire la mancanza di un capitolo sulla figura di Simon Pietro; allo stesso modo, il ruolo svolto dall’Eucarestia in Lc 24, opportunamente accennato, non viene poi sufficientemente problematizzato ed approfondito.

Dato il tenore generale dell’opera, ci auguriamo che si tratti solamente di “sviste”, a cui porre rimedio in un volume successivo.


 
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