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S. Giacomoni, Dice Matteo
Messo in linea il giorno Mercoledì, 21 dicembre 2011
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S. Giacomoni, Dice Matteo

Silvia Giacomoni, Dice Matteo, Il Rabbi che amava, seguiva, interpretava Gesù, Longanesi, Milano, 2007.

Recensione a cura di Fabio Cigognini.



 

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In uno dei suoi ultimi romanzi, intitolato Il cardillo addolorato, la scrittrice italiana Anna Maria Ortese asseriva che senza la retorica nulla di serio e di vero può essere detto, in quanto la retorica costituisce quel “falso” che è insieme misura e supporto del vero. Questa affermazione potrebbe rappresentare una preziosa chiave ermeneutica per interpretare il libro che qui presentiamo all’attenzione dei nostri lettori. Lo ha scritto una nota giornalista che non è nuova ad imprese di questo genere. Il suo amore per la Bibbia risale all’epoca in cui, come inviata di Repubblica, fu positivamente colpita dal magistero del cardinale Martini. In seguito a quell’esperienza, decise di riscrivere l’intero Antico Testamento, opera edita nel 2004 con il titolo di Nuova Bibbia Salani. Dice Matteo – fa sapere l’autrice all’inizio del testo – nasce da una parte come “continuazione” di tale opera, ma, d’altro canto, “se ne differenzia”, tanto da essere pubblicato a parte, non unito cioè all’intero Nuovo Testamento, di fronte al quale l’autrice esita: non è sicura di voler procedere, nonostante numerosi incoraggiamenti, alla sua riscrittura. Per quale motivo? Nella risposta a questo interrogativo, possiamo intravedere le ragioni profonde della genesi di questo volume. Il Nuovo Testamento – e questo, a prima vista, potrebbe sembrare un paradosso – risulterebbe più complicato da riscrivere proprio a causa della sua familiarità, per la quale il lettore darebbe per scontato parecchie delle vicende che lì sono esposte. Ma è tutto poi così risaputo e ovvio quanto offertoci dal Nuovo Testamento e, in modo particolare, dai Vangeli? Certamente – afferma l’autrice a partire dalla Genealogia matteana – vi sono “cose che l’evangelista non ha sentito il bisogno di raccontare e di spiegare ai suoi contemporanei, perché quelli le conoscevano già. Mentre noi, che non le conosciamo, abbiamo una tale familiarità col suo racconto che non ci rendiamo neppure conto di non saperle”. Ecco in sintesi le ragioni profonde della riscrittura di questo Vangelo che, se comprendiamo bene, costituisce una sorta di “lavoro pionieristico” che potrebbe preludere poi alla rinarrazione dell’intero Nuovo Testamento. Un esempio calzante di quanto dichiara Silvia Giacomoni, è rappresentato dai simboli evangelici: “Non li capiamo, i simboli del Vangelo – sostiene la nostra autrice -. Neanche i muratori sanno più cos’è una pietra angolare. E la vigna, il deserto, l’erba del campo cosa possono evocare a chi vive nelle città tutte cementate?”. In breve: la riscrittura di un testo biblico presenta difficoltà non da poco e a vari livelli, a cominciare da quello culturale e dell’immaginario. La decisione di riscrivere il testo, comporta già implicitamente l’assunzione di una peculiare prospettiva ermeneutica e metodologica, per cui si cerca di “dare una risposta narrativa a tutte le domande che pone il testo”. Questo esige “scelte nette”, operate al fine di risolvere i problemi posti dal testo di Matteo dall’interno, dilatandolo con precisazioni e puntualizzazioni che per l’evangelista risultavano superflue, in quanto parte integrante del contesto socio culturale dei suoi lettori.

Di conseguenza, Dice Matteo si inserisce a pieno titolo entro quella categoria di studi, peraltro assai differenziata al suo interno, che va sotto il nome di “esegesi narrativa”. Forse, al lettore più ferrato in materia, verranno in mente gli esperimenti di Hollenweger (compiuti in special modo sulle lettere di Paolo) degli anni ’80 e, più ancora, il best seller di Gerd Theissen L’ombra del Nazareno, recentemente ristampato. Ma quelle pubblicazioni hanno un carattere sostanzialmente diverso dal libro che qui prendiamo in esame. Il parallelo letterario più congruo, e certamente noto a parecchi dei nostri lettori, potrebbe essere rappresentato dall’iniziativa portata a termine nel 1956 da Italo Calvino e confluita nel volume Fiabe italiane: il lavoro è analogo, anche se applicato a due generi tanto diversi come i Vangeli e la fiaba; ciò che accomuna i due progetti è la medesima origine e il medesimo destino di entrambi i generi: nati nell’oralità e solo successivamente messi per iscritto, sono depositari di “sapienze” che, per loro intrinseca natura, necessitano di essere continuamente raccontate e riscritte. Almeno per quanto concerne i Vangeli, la ragione di tutto questo può essere efficacemente espressa da un’immagine utilizzata a suo tempo dal grande esegeta del Nuovo Testamento Eduard Schweizer. Da buon svizzero, egli sapeva bene che l’acqua allo stato puro non è dissetante; occorre che venga “sporcata” dai minerali perché diventi tale! Fuor di metafora, lo studioso elvetico intendeva mettere in guardia da un uso acritico, unilaterale e spregiudicato del metodo storico–critico, ricordando che la dinamica narrativa è costitutiva degli scritti biblici in generale e in particolare – venendo al caso nostro – dei Vangeli.

Vedendo più da vicino il nostro testo, possiamo notare come esso sia suddiviso in otto sezioni, al termine dei quali il lettore trova i riferimenti bibliografici, l’indice delle citazioni veterotestamentarie e l’indice generale. A dire il vero, la bibliografia risulta quanto mai scarna, ridotta proprio all’essenziale. Forse sarebbe stato opportuno arricchirla. Nel libro, infatti, l’autrice fa più di una volta riferimento a dei commentari al Vangelo di Matteo redatti da studiosi tedeschi: vien subito da pensare a quello di Joachim Gnilka e di Ulrich Luz, disponibili anche in lingua italiana. Può trattarsi però solo di una supposizione, in quanto nella bibliografia non vi si fa riferimento, privando così i lettori che lo volessero di un supporto di approfondimento. La limitazione al solo indice dei passi veterotestamentari trova invece la sua giustificazione nella struttura stessa dell’opera: ogni sezione, infatti, è introdotta e/o intercalata da brani tratti dall’Antico Testamento. Tale scelta mi pare particolarmente felice, poiché contribuisce a delineare la cornice entro la quale i detti e le azioni di Gesù acquistano il loro significato originario. Ogni capitolo è poi introdotto da un breve riassunto dello stesso a cui segue un capoverso che inizia con la locuzione “Dice Matteo”.

Sicuramente, il lavoro di Silvia Giacomoni ha indubbi vantaggi ed è apprezzabile sotto parecchi punti di vista. In primo luogo, penso qui anzitutto ai lettori meno esperti, che possono ri–leggere l’opera matteana ritrovandovi una freschezza originaria che solamente una riscrittura che richiami in qualche modo le forme della narrativa contemporanea può conferirle; questa categoria di lettori potrà inoltre apprezzare il disvelamento di alcuni passaggi oscuri o lo schiudersi di significati non immediatamente individuabili, in quanto, come si è visto, il contesto socio–culturale di riferimento si discosta profondamente da quello attuale – si veda, ad esempio, la spiegazione dell’espressione Amen e del titolo cristologico Figlio dell’uomo. Tutto questo, senza la mediazione di sussiegosi manuali che talvolta risultano poco fruibili da parte di coloro che sono alle prime armi. Ma anche il lettore più preparato può comunque apprezzare le strategie narrative utilizzate dall’autrice per raggiungere gli scopi che si prefigge, oltre, naturalmente, la sua capacità espositiva capace di esprimere, a volte, persino un’apprezzabile liricità poetica: “Dice Matteo: lo sanno tutti che quando nasce un bimbo, in cielo si accende una stella. Quando nasce Gesù, in cielo si accende la sua stella”, così comincia la narrazione del secondo capitolo. Pregevole, e molto coinvolgente, risulta essere l’onestà della nostra autrice, che non tace il disappunto che il lettore contemporaneo può, ad un’immediata lettura, provare di fronte a certi episodi proposti da Matteo. Valga su tutti, come esempio, il famoso rimprovero a Pietro dopo l’altrettanto noto passo del Tu es Petrus. A tal proposito, così si esprime Silvia Giacomoni: “Alla prima lettura di questo passo mi sono identificata con Pietro totalmente. Non ho sopportato il vade retro e ho spento il computer. Non me la sentivo di seguitare dietro l’uomo tanto consapevole del proprio destino da corteggiarlo in tutti i modi. Soprattutto mi spaventava la mancanza di un’alternativa, di una via di scampo per lui, per l’umanità: e per il Dio d’Israele. La debolezza di Dio, la sproporzione tra la grandiosità del Suo fine (sconfiggere il male) e la fragilità del Suo strumento (un uomo in attesa di essere ammazzato) mi ha messa ko”.

Certamente, Dice Matteo presenta pure alcuni aspetti discutibili. Per rimanere sempre al capitolo sedicesimo, dopo avere succintamente spiegato ai lettori l’interpretazione cattolica del Tu es Petrus, l’autrice soggiunge: “Inimicissimo del papa, Martin Lutero vi ha letto un’altra cosa: che Gesù fonda la chiesa non su Pietro, ma sulla sua confessione di fede: quindi, nei secoli, su quanti riconoscono in Gesù il Cristo”. Mi domando se non sia quantomeno riduttivo presentare in questi termini il rapporto di Lutero col papa; ma soprattutto – cosa che interessa in modo particolare in questa sede – se non sia fuorviante esporre l’esegesi di Mt. 16, 18 (uno dei passi più discussi e controversi di tutta la Bibbia!) da parte del riformatore senza un minimo accenno all’interpretazione patristica (in modo particolare Agostino), da cui Lutero ha preso spunto e alle convergenze che oggi è possibile riscontrare tra studiosi cattolici e protestanti. Trovo inoltre che a volte l’autrice tenda a dare per assodate certe spiegazioni che sono invece ampiamente dibattute all’interno degli studi esegetici, o che, in ogni caso, rappresentano una delle possibili spiegazioni: un esempio, a tal riguardo, può essere costituito dal significato delle visioni apocalittiche. Ho come l’impressione, però, che i deficit che si colgono nella lettura di questo libro siano più da imputare alle caratteristiche intrinseche dello strumento letterario scelto che ai demeriti dell’autrice. L’esegesi narrativa, infatti, se ha evidenti pregi, alcuni dei quali si è cercato di mettere in evidenza, non è però in grado, almeno in certi casi, di raggiungere la profondità e la specificità del commento esegetico classico. Su un punto, però, mi sembra che essa sia utile, in modo particolare nell’attuale contesto culturale, dove, mediamente, si fatica a comprendere come i testi biblici posseggano un immenso valore culturale e letterario. La ri–narrazione, calibrata su forme letterarie che rispondono alla sensibilità del lettore contemporaneo, permette di cogliere e di apprezzare il valore storico–culturale di testi che troppo frettolosamente e superficialmente sono considerati da molti come “antiquati”.

Ritengo che Dice Matteo centri pienamente tale scopo e che sia per questo – oltre che per i meriti che abbiamo evidenziato sopra – una lettura da consigliare.


 
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