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James D.G. Dunn, Cambiare prospettiva su Gesù
Messo in linea il giorno Sabato, 11 febbraio 2012
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James D.G. Dunn, Cambiare prospettiva su Gesù

 

James D.G. Dunn, Cambiare prospettiva su Gesù. Dove sbaglia la ricerca sul Gesù storico, Paideia editrice, Brescia, 2011. (Ed. orig. A New Perspective on Jesus. What the Quest for the Historical Jesus Missed, Baker Academic, Gran Rapids, Michigan, 2005).

Recensione a cura di Fabio Cigognini.



 

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A coloro che si interessano di studi neotestamentari, James Dunn, autore del libro che presentiamo all’attenzione dei nostri lettori, è un nome familiare, non fosse altro che per i primi tre volumi dell’opera intitolata Gli albori del cristianesimo che la Paideia ha recentemente tradotto in italiano – vedi recensione su questo sito. Come ci ricorda l’autore medesimo nella Premessa al volume che qui prendiamo in considerazione, la rilettura originale della storia del cristianesimo nell’arco cronologico che va dal 27 al 150 d.C. costituisce il punto di arrivo di una riflessione che è maturata nel tempo e che trova nel ponderoso volume La memoria di Gesù il suo imprescindibile punto di partenza. La singolarità dell’approccio dell’esegeta inglese, professore emerito all’università di Durham, è riscontrabile su due livelli, ermeneutico da una parte e metodologico dall’altra. Dunque, più che un’esposizione puntuale dei suoi punti di vista, il filo conduttore lungo cui si svolge il presente libro è costituito dalla critica rivolta all’impostazione di fondo che la ricerca sul Gesù storico ha assunto dalle origini ai giorni nostri, attraverso la sistemazione e la rielaborazione di alcuni importanti interventi che lo studioso britannico ha tenuto nel corso di anni, durante i quali maturava, grazie anche al confronto con ascoltatori e lettori interessati, il suo peculiare punto di vista.

Dopo una breve Introduzione, nella quale Dunn mette in risalto l’inevitabilità e insieme l’importanza di confrontarsi con la figura di Gesù, sia da parte dei non credenti che – ancor di più – da parte dei cristiani, il testo si snoda attorno a tre densi capitoli. Chiudono il volume un’Appendice, che riproduce un articolo pubblicato nel 2003 sulla prestigiosa rivista New Testament Studies, un Indice analitico e un Indice dei passi citati. La bibliografia, quasi esclusivamente – se si prescinde dai “classici” tedeschi – di lingua inglese, è invece citata nelle note. Ciascun capitolo prende in considerazione e sviluppa una precisa critica alla ricerca sul Gesù storico considerata nella sua globalità.

Il primo di essi, dal titolo La fede delle origini. Quando la fede divenne una componente della tradizione di Gesù?, è quello più “storico”. Nata dal desiderio di liberare la figura di Gesù dalle pastoie dogmatiche successive – desiderio più che legittimo, paragonabile per Dunn a quello del turista religioso o del pellegrino –, la ricerca storica intorno alla figura di Gesù è finita in un vicolo cieco, quando i suoi fautori non poterono fare a meno di constatare che neppure il Nuovo Testamento – e in modo particolare i Vangeli – era utilizzabile in senso strettamente storico. Certamente, le scoperte relativamente recenti di altri documenti del cristianesimo primitivo – in modo particolare a Nag Hammadi – hanno dischiuso nuovi orizzonti dal punto di vista delle fonti utilizzabili nella ricerca, ma il panorama generale non ha conosciuto sostanziali mutamenti. Le tappe del percorso storico culturale attraverso cui Dunn conduce i lettori in questo primo capitolo, sono funzionali alla sua critica. Ad esempio, non viene menzionato il nome di Reimarus, a cui convenzionalmente i libri sull’argomento ascrivono l’inizio della ricerca storica su Gesù. La chiave di lettura utilizzata dal nostro autore consiste invece nel classico binomio “Gesù storico/Cristo della fede”, il cui punto di partenza è rappresentato da D. F. Strauss, nella sua polemica con Schleiermacher. La prima critica che lo studioso inglese muove alla ricerca sul Gesù della storia, colta attraverso le tappe salienti del suo sviluppo storico, è quella di avere fatto cominciare la fede dei discepoli dopo l’evento pasquale: “ I discepoli di Gesù però non divennero tali ai piedi della croce o il giorno di Pasqua. Essi erano già credenti in Gesù prima di allora; la fede era senza dubbio inadeguata alla luce della sua successiva versione più piena, ma era nondimeno fede. […] Questa fede iniziale plasmò fin da principio la tradizione di Gesù”. In effetti, prosegue Dunn, sembra altamente improbabile che i discepoli non abbiano avuto alcuna “reazione” all’incontro con Gesù già prima che fosse proclamato risorto; è più logico pensare che “quanti si erano votati alla causa di Gesù parlassero tra di loro del suo insegnamento e delle sue azioni, specie per riconfermare a se stessi che la loro adesione a Gesù non era stata un errore. Questa condivisione di impressioni, questa riflessione sulle parole incisive pronunciate da Gesù, questa rinarrazione di storie delle sue azioni costituiscono i naturali inizi della tradizione su di lui”. A sostegno della sua tesi, Dunn cita un insieme di pericopi quali il Discorso della montagna in Matteo e il parallelo Discorso della pianura lucano, l’appello ad amare il nemico e alla rinuncia alla vendetta, il “non giudicare”, i segni di riconoscimento dell’albero buono, ecc. ecc., concludendo: “ quale di questi detti è stato generato e prodotto dal vangelo del venerdì santo e di Pasqua?”. Ma, soprattutto, la riflessione del nostro esegeta si incentra intorno al dibattito sulla fonte Q, la cui importanza oggi è pari a quella che il Vangelo di Marco aveva a cavallo tra il XIX e XX secolo. Ebbene, la discussione sorta intorno alle sue due caratteristiche distintive – il carattere galileo del materiale e l’assenza quasi certa di un racconto della passione –, unita ad una sorta di corollario – direttamente connesso con l’argomento principale del secondo capitolo – accettato acriticamente dalla maggior parte degli studiosi, per cui ad una comunità corrisponde un documento, illustrano bene le aporie di fronte alle quali si trova chiunque dia per scontato che la fede nella persona di Gesù nasca solamente al mattino di Pasqua: la comunità di Q, solitamente concepita in termini antagonisti a quella marciana, sarebbe stata costituita da individui che si contrapponevano al Vangelo della croce e della resurrezione, per opporre una visione di Gesù visto unicamente in termini di maestro di sapienza. La spiegazione più semplice e più probabile dei caratteri salienti di Q risiede invece , per Dunn, nel fatto che essa “nacque inizialmente in Galilea e lì ricevette la sua forma permanente prima della morte di Gesù a Gerusalemme”. La seconda parte del primo capitolo è dedicata alla spiegazione della locuzione “Gesù storico”. Benché gli esegeti ammettano apertamente che tale espressione coincida con “il Gesù costruito dalla ricerca storica”, di fatto ognuno di essi avanza, direttamente o meno, la pretesa di raggiungere, attraverso la ricerca, il ” Gesù che sta dietro ai Vangeli” e pertanto il “Gesù storico” viene a coincidere col “Gesù reale”. Il presupposto di questa operazione – lo si accennava già sopra – è che il cosiddetto “Gesù storico” debba “essere differente dal Gesù che suscitava la fede”. Ciò che si ricerca è una sorta di Ding an sich kantiano, un “oggetto da laboratorio” da potere studiare in maniera asettica. La critica nei confronti di questa concezione è, da parte del nostro studioso, radicale, non solo perché non è possibile eliminare la “fede” dalla tradizione – lo si è visto: Gesù ha suscitato da subito una reazione che può essere interpretata alla luce della categoria della “fede” e non esistono fonti che attestino una reazione avulsa dalla fede o addirittura ostile alla persona di Gesù -, ma anche perché l’unico Gesù accessibile è “Gesù come fu visto e udito da coloro che per primi formularono le tradizioni esistenti”.

Il secondo capitolo – Dietro ai Vangeli. Che cosa significava ricordare Gesù nei primissimi giorni – costituisce il cuore della critica e del pensiero di Dunn, il punto prospettico da cui egli rilegge non solo la vicenda e la natura della ricerca storica su Gesù, ma anche la tradizione stessa confluita nei Vangeli. La disamina di Dunn prende le mosse dal fatto che “siamo tutti figli di Gutenberg”, vale a dire che non si riflette abbastanza sul fatto che l’invenzione della stampa ha significato per la cultura occidentale un vero e proprio cambiamento di paradigma, consistente nell’avere plasmato una “mentalità letteraria”. È all’interno di questo orizzonte che è nata e si è sviluppata la ricerca sul Gesù della storia. L’errore fondamentale degli studiosi consiste, secondo Dunn, nel fatto che, pur ammettendo – salvo rare eccezioni rappresentate dai nomi di Schmithals ed Ellis – che la tradizione di Gesù aveva alle sue origini una connotazione orale, la stessa viene poi analizzata ed interpretata a partire dalla “impostazione predefinita” – come viene chiamata nell’Appendice finale, ricorrendo ad una terminologia informatica – che consiste nell’utilizzo di una chiave ermeneutica letteraria, per cui il modello di riferimento continua ad essere quello delle “edizioni successive”, dove l’ultima edizione amplia e/o corregge quelle precedenti, oppure quello “archeologico”, fondato sugli strati della tradizione. La mentalità orale ha però attributi spiccatamente differenti rispetto a quella letteraria – Dunn individua “cinque tratti caratteristici della trasmissione orale della tradizione”: 1) L’esecuzione orale è fondamentalmente diversa dalla lettura del testo scritto; 2) La tradizione orale ha un carattere essenzialmente comunitario; 3) Nella comunità orale vengono individuate persone particolari a cui viene riconosciuto il compito di conservare la tradizione; 4) La tradizione orale rovescia l’idea di una “versione originale”, essendo centrale la ripetizione e la rinarrazione dell’evento; 5) La tradizione orale è per sua natura una combinazione di “fissità e flessibilità, stabilità e diversità” – e tali attributi non possono certo essere ignorati nell’istante in cui ci si accinge a studiare la figura di Gesù dal punto di vista storico. Riconoscere l’importanza dell’oralità non coincide però con l’assegnare ad essa un valore assoluto: “Non mi propongo – spiega lo studioso inglese – di negare un nesso letterario tra i Vangeli sinottici. E la mia argomentazione non nega nemmeno, naturalmente, che gli stessi tratti possano essere l’esito di una composizione e redazione letteraria”. Due domande, a questo punto, diventano fondamentali. La prima è: da dove Dunn ricava i tratti salienti della tradizione orale? La seconda suona invece in questi termini: dove conduce l’applicazione delle sue tesi al Nuovo Testamento e in particolar modo ai Vangeli? La risposta al primo quesito è data da un utilizzo alquanto originale di studi e ricerche condotte in ambito etnologico e antropologico: la prospettiva particolare a partire dalla quale Dunn attinge materiale da questo ambito, per poi usarlo nello studio della tradizione evangelica, si discosta dal modo in cui, solitamente, le ricerche etno – antropologiche vengono oggi valorizzate all’interno degli studi esegetici. La risposta al secondo interrogativo ci conduce invece direttamente all’argomento dell’ultimo capitolo, intitolato Il Gesù caratteristico. Dall’esegesi atomistica agli elementi costanti.

Il radicale cambiamento di prospettiva proposto da Dunn ha infatti come esito la ricerca del “Gesù caratteristico”, l’unico Gesù accessibile alla ricerca storica. Non più dunque una visione atomistica, che fondi il proprio quadro critico a partire da alcuni detti ritenuti sicuramente autentici, i quali diventano il metro per valutare l’intera tradizione, bensì “l’impressione generale”, ricavata dagli “elementi costanti” della tradizione, declinati in modo diverso a seconda della loro “esecuzione” all’interno di una cultura orale, la cui impronta è tuttora chiaramente riconoscibile nella forma scritta in cui essa è confluita. Le conseguenze di una tale visione sono notevoli e toccano aspetti capitali della ricerca sul Gesù storico, quali ad esempio la giudaicità di Gesù, la predicazione del regno di Dio, i titoli cristologici – il nostro autore si sofferma qui in particolare su quello di “Figlio dell’uomo” –, gli esorcismi ecc. ecc. Il campo d’indagine è ulteriormente allargato nell’Appendice conclusiva – ad es.: il Padre nostro e le parole dell’ultima cena –, che ha un carattere essenzialmente riassuntivo dei capisaldi del pensiero dell’autore nella prima parte, e metodologico - applicativo nella seconda, con un numero sufficiente di esempi.

Non è semplice dare una valutazione articolata dell’opera di Dunn. Sicuramente – e questo penso che valga anche per l’intero progetto, la cui prima parte è stata già tradotta, come si diceva all’inizio, in italiano – ha il pregio di aprire prospettive originali, le cui conseguenze sono di vasta portata. Non si può certamente dare torto all’esegeta britannico quando fa notare il misconoscimento essenziale delle caratteristiche della tradizione orale con tutto quello che ne consegue. Tuttavia, alcuni punti hanno bisogno ancora, a mio parere, di un ulteriore approfondimento. Ne vorrei evidenziare almeno uno: il rapporto tra la tradizione sinottica e quella giovannea, a cui l’autore accenna solamente in qualche occasione, lasciando ad altre circostanze l’approfondimento di una questione così delicata e ampiamente dibattuta. La diversità della tradizione giovannea – tanto per rimanere all’interno del Nuovo Testamento – può essere spiegata esaustivamente solo in termini di “differenza di esecuzione”? Mi sembra poi che le proposte di Dunn siano particolarmente apprezzabili quando vengono applicate ai Vangeli sinottici, poiché il parallelismo delle pericopi è conforme all’impostazione metodologica da lui sviluppata. Anche qui, però, la difficoltà sorge nel momento in cui occorre valutare racconti di episodi che non conoscono versioni parallele.

In conclusione, ritengo che il punto di forza dell’approccio di Dunn risieda a livello ermeneutico e possa essere efficacemente espresso con l’immagine attraverso cui Italo Calvino nelle Lezioni americane interpretava il mito di Perseo, vale a dire la “visione indiretta”: che sia proprio nel vedere “come in uno specchio” (1 Cor 13,12!) la soluzione a molte delle controversie da cui sembra che la ricerca sul Gesù della storia non riesca ad uscire? In altri termini, penso che il nostro studioso, attraverso le sue critiche e le sue proposte radicalmente innovative, ponga una questione fondamentale che (quasi) sempre è destinata a rimanere latente e cioè se il cosiddetto “Gesù della storia” sia oltre la documentazione che racconta di lui oppure se sia raggiungibile attraverso di essa. La differenza tra queste due opzioni è sostanziale e da essa dipenderà in larga misura l’esito della ricerca.


 
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