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Elizabeth E. Green, Il Vangelo secondo Paolo
Messo in linea il giorno Sabato, 20 aprile 2013
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Elizabeth E. Green, Il Vangelo secondo Paolo

 

Elizabeth E. Green, Il Vangelo secondo Paolo. Spunti per una lettura al femminile (e non solo), Claudiana, Torino, 2009.

Recensione a cura di Fabio Cigognini.



 

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Il libro che presentiamo all’attenzione dei nostri lettori, scritto da Elizabeth Green, pastora battista e nota teologa femminista, può essere considerato un’introduzione al pensiero dell’apostolo Paolo a partire da una prospettiva particolare, quella della “lettura di genere”.

Dopo una Introduzione, in cui l’autrice informa i lettori circa l’origine di questo testo (un Seminario tenutosi a Napoli nel 2007 sulla Lettera ai Romani suggerisce alla studiosa inglese la possibilità di estendere l’ottica della “lettura di genere” all’analisi dell’intero epistolario paolino) e sulla premessa ermeneutica fondamentale, cioè che il genere influenza inevitabilmente il modo in cui ci accostiamo ai testi, il volume si suddivide chiaramente in tre parti. La Bibliografia, l’Indice dei passi biblici e l’Indice generale lo concludono.

La prima parte, intitolata Il Vangelo secondo Paolo, prende le mosse dal tentativo interessante di tradurre il concetto paolino di “peccato” in modo comprensibile ai lettori contemporanei, rendendolo col significato di “relazioni incrinate”: con sé stessi, con gli altri e con Dio. La croce di Gesù è per l’Apostolo il “luogo” dell’Evangelo, cioè della lieta notizia per cui agli esseri umani è concessa una via d’uscita dal circolo pervertito del peccato: è dunque possibile riconciliarsi con se stessi, con gli altri e con Dio. Ma l’itinerario della croce implica una dinamica di abbassamento/innalzamento – che trova una delle sue massime espressioni nell’inno prepaolino di Fil. 2-, che si riflette, da un punto di vista sociologico, in una perdita di status per coloro che sono solitamente considerati importanti e indispensabili, e, viceversa, in un potenziamento di status per i soggetti solitamente considerati deboli e marginali: tra questi, figuravano, ai tempi di Paolo, le donne. Ecco che, progressivamente, il ragionamento dell’autrice accosta la prospettiva della “lettura di genere”. La tesi centrale del volume afferma infatti che il “Vangelo secondo Paolo” contiene le premesse per una liberazione dagli steccati e dalle barriere che gli esseri umani da sempre hanno costruito e che, all’interno dell’epistolario di Paolo, si esprimono attraverso alcune classiche opposizioni: Giudei/Greci; circoncisi/incirconcisi; schiavi/liberi; ma, al tempo stesso, tale messaggio si esprime attraverso categorie androcentriche – qui la Green preferisce usare l’aggettivo kyriakale, introdotto dalla nota studiosa E. Schlüsser Fiorenza - , che fanno in modo che le posizioni dell’apostolo in merito alla sua visione della donna e delle relazioni di genere appaiano fortemente ambivalenti. Tale ambivalenza è responsabile di veri e propri “cortocircuiti” esegetici, per i quali, se da una parte si è stati tentati di vedere in Paolo una sorta di “femminista ante litteram”, dall’altra alcuni aspetti del suo pensiero in questo campo sono stati invocati – e tuttora continuano ad esserlo – per perpetuare una posizione subordinata delle donne nella chiesa. Ma dov’ è possibile cogliere in tutta evidenza questa ambiguità di fondo? La risposta della Green è: nel linguaggio.

Alla seconda parte, dunque, è dedicata l’analisi di come l’impronta androcentrico – kyriacale del pensiero di Paolo si rende evidente nel linguaggio da lui utilizzato che, non a caso, vede al centro le metafore del “Padre” e del “Signore”. Tale linguaggio “riflette una società imperniata sull’uomo, visto sia come signore che come padre”. Se da un lato, com’è logico aspettarsi, il modo di esprimersi dell’apostolo ha fatto sì che il Vangelo potesse dirsi entro il quadro culturale dell’epoca, dall’altro “ha permesso che tale ordine sociale (patriarcale e kyriacale) continuasse a riprodursi come ordine divino”. Dunque, a parere della nostra autrice, il “deficit linguistico” dell’apostolo Paolo è il segno che “suo” Vangelo non è stato in grado di esercitare una critica radicale al punto tale da scardinare i fondamenti discriminatori su cui si fondava la società dell’epoca e, di conseguenza, non è stato capace di incidere sulle relazioni di genere, continuando ad assegnare in tal modo alla donna una posizione subordinata. Tuttavia, all’interno del pensiero/linguaggio androcentrico di Paolo, “anche il femminile ha un ruolo da giocare”. Questo “recupero del femminile” viene esplicitato in primo luogo dall’utilizzo delle metafore del “nutrire” e del “partorire”, che Paolo usa principalmente, anche se non esclusivamente, per parlare di se stesso e della figura della divina Sophia: “Anche Paolo è tra gli autori del Secondo Testamento che si ispirano alla tradizione sapienziale per parlare di Cristo Gesù. In alcuni brani scritti dall’apostolo o dalla sua cerchia, il volto di Sophia continua a splendere, portando in ogni angolo dell’universo l’attenzione di Dio verso i minimi. Tuttavia, la sua femminilità viene alquanto offuscata (per non dire nascosta) dalle sembianze maschili del Cristo, prospettando questioni importanti e intriganti di interpretazione”. Pertanto, si tratterebbe di un “recupero del femminile” che si iscrive però entro il primato dell’universo maschile. L’ambiguità alla base delle convinzioni di Paolo, che l’autrice evidenzia a più riprese nel volume, si fa qui particolarmente evidente.

Di grande interesse è la terza parte, dal titolo Le donne di Paolo. Nella prima sezione, E. Green si concentra sulla comunità di Corinto, in quanto in quella comunità “ la relazione tra i generi, per una serie di motivi, è all’ordine del giorno”. Anche in quel contesto, però, se da un lato il Vangelo predicato da Paolo ha aperto spazi di libertà impensabili alle donne nella società dell’epoca (ad es., consigliando la via della verginità, Paolo ha consentito alle donne di sottrarsi al matrimonio e al dominio maschile che in esso vigeva; inoltre, poiché i doni dello Spirito sono elargiti a tutti i membri della chiesa, l’apostolo ha aperto alle donne lo spazio pubblico dell’Ekklesia), dall’altro egli, in modo particolare proprio per quanto concerne l’ultimo aspetto citato, si dimostra particolarmente restrittivo quando ritiene che gli spazi “emancipatori” che le donne stanno assumendo siano sconvenienti (cfr. 1 Cor 14,34!). Nella seconda sezione l’autrice passa in rassegna le donne che Paolo chiama per nome, cercando, per quanto sia possibile, di ricostruirne in breve l’identità e il ruolo che hanno avuto all’interno delle comunità (in particolar modo a Corinto e Roma). La terza e ultima parte del volume si conclude con delle riflessioni riassuntive, a partire dal testo fondamentale di Gal 3,28, la cui esegesi la studiosa inglese mostra essere più problematica di quanto appaia a prima vista. Poiché, come era stato messo in luce sin da subito, la questione della relazione tra i generi sfocia inevitabilmente in altre problematiche di particolare interesse attuale, come quelle della “differenza sessuale” e delle “sessualità differenti”, il testo si conclude con una breve disamina di questi argomenti, vagliati alla luce del “Vangelo secondo Paolo”.

Al di là del giudizio sulle singole posizioni espresse, che lasciamo volentieri ai lettori, ritengo che il libro meriti una valutazione complessiva. Cominciando dunque dagli aspetti positivi, evidenzierei il fatto che il linguaggio utilizzato dall’autrice è semplice e di facile accesso: quindi, il volume è raccomandabile in modo particolare a coloro che per la prima volta si accostano al pensiero dell’apostolo Paolo. Da questo punto di vista, poi, la particolare prospettiva adottata dall’autrice ha il pregio di avvicinare il pensiero di Paolo a partire da tematiche che coinvolgono e interessano il lettore contemporaneo. Apprezzabile è anche l’aspetto didattico, con rimandi a margine che facilitano la fruizione dell’opera. A parer mio, invece, l’aspetto debole – che è proprio di ogni “esegesi femminista” – consiste nel rischio di proiettare su di un personaggio del I sec. – in questo caso Paolo, ma le stesse osservazioni potrebbero valere, ad esempio, anche per Gesù – problematiche e rivendicazioni che sono proprie del XX e del XXI sec., col rischio di essere anacronistici o di rimanere delusi. A dire il vero, la Green accenna a questa problematica proprio nella parte finale del libro: forse dedicare più spazio, magari con un capitolo conclusivo appositamente destinato a tale questione, sarebbe stato opportuno. Se dunque è certamente lecita l’adozione di un’ottica ermeneutica femminista di lettura della Bibbia, qui più che altrove non bisogna mai dimenticare la distanza che separa il “mondo dell’autore” dal “mondo del lettore”. Un conto è dunque porre in rilievo le prospettive di libertà e di emancipazione che il messaggio cristiano ha aperto per le donne – e più in generale per i soggetti deboli e marginali -, altro invece è andare alla ricerca nella Scrittura, in modo esplicito o latente, di interessi centrali nella cultura occidentale a partire dalla fine degli anni ’60 del XX sec., ma che non possono essere in alcun modo presenti nella mente degli uomini – e delle donne! – del I sec.! Non mi sembra quindi corretto liquidare determinati comportamenti o atteggiamenti, definendoli troppo sbrigativamente “androcentrici” o “patriarcali”, alla luce anche di studi condotti in ambito psicologico e sociologico, che evidenziano la necessità di un recupero, all’interno della cultura occidentale, di quelle realtà riconducibili all’universo “paterno”, categoria questa che, come si è visto, è ben conosciuta da Paolo, ma che lascia perplessa la nostra autrice. Infine, è da registrare una certa unilateralità nel proporre ai lettori una visione univoca di questioni che, in ambito filosofico e culturale, sono tutt’altro che risolte. A questo riguardo, a proposito della pericope di I Cor. 11,6, E. Green afferma: “ A scapito di ciò che Paolo afferma, non è la natura ad insegnarci il significato della differenza sessuale, bensì la cultura”. La studiosa inglese pare qui ignorare tutto il dibattito che impegna la riflessione occidentale intorno ai concetti di “natura” e “cultura”, oggi non più così scontati. A questo, su di un piano strettamente esegetico, si accompagna talvolta un certo schematismo che sembra ignorare la complessa articolazione di alcuni passaggi storici: “In tale processo [= la patriarcalizzazione della chiesa], durato molto tempo senza mai riuscire completamente, l’organizzazione della casa patriarcale fu adottata come modello per una chiesa in cui le donne erano subordinate agli uomini”; il testo prosegue facendo riferimento all’organizzazione delle comunità che si può evincere dalle Lettere Pastorali. Mi sembra si possa affermare che oggi l’esegesi del NT abbia messo in luce come il passaggio dallo “stato nascente” alla “istituzionalizzazione” a cui inevitabilmente ogni organizzazione sociale va incontro, sia, per la chiesa delle origini, molto meno lineare di quanto affermazioni come queste possano lasciare intendere.


 
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