Benvenuto a Christianismus - studi sul cristianesimo
Cerca
Argomenti
  Area utenti Pagina iniziale ·  Novità ·  Scaricamenti ·  Collegamenti ·  Classifiche ·  Archivio  
Sezioni
· PAGINA INIZIALE
· Il Gesù della storia
  e i suoi seguaci
· Il giudaismo
· L'Antico Testamento
· Il Nuovo Testamento
· Gli apocrifi
· Qumràn
· Letteratura cristiana
  antica
· Incredibile...
  ma falso!
· Recensioni e schede bibliografiche

Christianismus


Per conoscere il progetto Christianismus

· Presentazione
· Andrea Nicolotti
· Gli autori
· I volontari
· Sostienici
· Contattaci


Paolo Riberi (a cura di), L’Apocalisse di Adamo
Messo in linea il giorno Domenica, 19 gennaio 2014
Pagina: 1/1


Paolo Riberi (a cura di), L’Apocalisse di Adamo

 

Paolo Riberi (a cura di), L’Apocalisse di Adamo. La Genesi degli gnostici, Torino, Lindau, 2013.

Recensione a cura di Fabio Cigognini.



 

ACQUISTA ONLINE

Questo libro propone, debitamente rielaborata, la brillante tesi di laurea in Filologia e Letterature dell’Antichità, che il giovane autore ha difeso nel 2011 presso l’Università di Torino. Precede una breve introduzione (pp. 11-20) piuttosto sbilanciata sullo gnosticismo valentiniano, come è descritto dall’eresiologo Ireneo vescovo di Lione, però l’autore stesso ammette che “gli scritti gnostici, esattamente come accadeva in origine per il cristianesimo e il giudaismo, sono molto vari e diversificati al loro interno” (p. 14); anzi qualcuno ha affermato, con un poco di esagerazione, che ci sono tanti gnosticismi quanti sono gli gnostici. Seguono le tre parti del libro che offrono tutto quello che è necessario conoscere per capire il contenuto del testo qui studiato, giunto a noi piuttosto malconcio e, per di più, pieno di espressioni molto oscure e bisognose di chiarificazione. La prima parte (pp. 23-39), dedicata alla presentazione del testo, presenta i seguenti capitoli: il ritrovamento, il documento, il contributo dello scriba, la storia antica del testo e la sua recente edizione. La seconda parte (pp. 43-68) s’occupa in maniera piuttosto stringata del contenuto, poi affronta i problemi controversi del genere letterario, dell’ambiente di composizione e della datazione. La terza parte (pp. 71-174), la più consistente, offre prima la traduzione italiana del manoscritto e poi l’analisi dettagliata delle singole pericopi del testo. Una sezione apposita è riservata alla parte più originale della composizione: è il cosiddetto “Inno dei 13 Regni” che il curatore, contrariamente ai principali interpreti attuali, considera parte integrante dell’opera da cui sarebbe stato staccato per l’impiego liturgico e battesimale. Il tutto è concluso da un’appendice che presenta Seth, il figlio di Adamo che gli gnostici sethiani considerano loro capostipite, nel suo doppio aspetto di profeta e di Messia, da un glossario che aiuta il lettore a comprendere le voci più significative dell’astruso linguaggio gnostico, dall’ampia bibliografia, effettivamente utilizzata dal curatore, e da copiose note.

Il manoscritto, che contiene il testo qui preso in esame, è stato ritrovato nei pressi del villaggio di Nag Hammadi (Alto Egitto) nel dicembre del 1945, però i dettagli del ritrovamento e persino il sito esatto del rinvenimento rimangono ancora oscuri. Con altri quattro testi esso fa parte del Codice V, uno dei 13 codici papiracei rilegati in pelle e contenuti in una grossa giara di terracotta accuratamente sigillata. Questo testo di 21 pagine è scritto in lingua copta, ch’era la lingua dell’Egitto cristiano, e appartiene alla corrente gnostica come la maggior parte dei 52 documenti contenuti nei 13 codici. Purtroppo è stato molto danneggiato dall’umidità per cui varie sue parti in fondo pagina sono andate perdute e i coptologi, che hanno studiato il manoscritto, hanno proposto ricostruzioni testuali spesso discordanti. Per una lodevole obiettività scientifica il nostro curatore s’è premurato di fornire queste varie ricostruzioni testuali nella stesura originale della sua tesi; nel libro, però, non sono state stampate, cosicché esso offre soltanto (in corsivo solo nella traduzione italiana di pp. 71-83) la ricostruzione testuale adottata dal curatore. Questo testo è stato composto tra il 325 e il 330 probabilmente da un monaco cristiano, buon conoscitore del copto, che avrebbe utilizzato due versioni copte, indicando al margine le differenze riscontrate in esse.

Come gli altri scritti contenuti nei 13 codici, anche questo è stato redatto originariamente in greco, con tutta probabilità in Egitto verso la fine del I secolo d.C. Il suo autore è certamente uno gnostico appartenente alla corrente gnostico-sethiana, che tradisce spesso una formazione classica; però gli studiosi non sono concordi sulla sua identità. Basandosi sulla radicale condanna dell’Antico Testamento e dell’ebraismo, vistosamente presente in tutto lo scritto, gli uni l’identificano con un cristiano di stirpe greca, dotato di una buona conoscenza della Bibbia e dell’ebraismo; invece l’autore di questo libro, insieme ad altri che sostengono l’origine giudaica dello gnosticismo, pensa ad un giudeo che conosceva la cultura greca nonché la versione greca dei Settanta e apparteneva a quei giudei egiziani che vivevano geograficamente e culturalmente isolati dal resto dei loro connazionali e attendevano con impazienza la venuta di un Messia guerriero, inviato da Dio a riunire i giudei sotto la sua guida e ridare loro uno stato indipendente.

Come indica il titolo che apre e chiude il testo, L’Apocalisse di Adamo è un’opera narrativa che riporta una rivelazione divina, comunicata da un mediatore ultraterreno (angelo, spirito, Gesù) a un destinatario umano (qui Adamo) con l’incarico di trasmetterlo a un altro destinatario umano (qui Seth, figlio di Adamo) che così diventa un profeta. Questa apocalisse appartiene al sottogruppo dell’apocalisse storica. Infatti in primo luogo Adamo fornisce il racconto della sua formazione unitamente a quella della moglie Eva e il racconto del peccato originale, naturalmente secondo l’interpretazione gnostica che contrasta totalmente con quella ebraico-cristiana; poi tre esseri divini rivelano in sogno ad Adamo le tappe future più importanti della storia umana, la lunga lotta del Demiurgo (il dio del mondo materiale, identificato con JHWH dell’Antico Testamento) contro gli gnostici sethiani fino alla venuta del Messia e, per ultimo, il Giudizio finale. Questa lotta è contrassegnata da ben cinque interventi punitivi (designati come “collere”) del Demiurgo e da tre venute del cosiddetto “Illuminatore”, identico al Messia degli gnostici e diverso dal Gesù venerato dalla Grande Chiesa cristiana.

Questa apocalisse dedica particolare attenzione al Noè biblico, che divide la terra tra i suoi tre figli Sem, Cam e Jafet, e comanda loro di essere sudditi del Demiurgo “nella paura e nella schiavitù”. Sem, capostipite del popolo ebraico e antenato dei grandi protagonisti dell’Antico Testamento, s’impegna a sottomettere gli ebrei al Demiurgo, accettando di vivere nel “timore” e nel ”comandamento”. Il discorso di Noè e del figlio Sem costituisce “uno dei più chiari esempi di rilettura polemica e persino un po’ sarcastica dell’Antico Testamento” (p. 115). Invece tra i discendenti di Cam e Jafet avviene una spaccatura. Di essi 400.000 si staccano dal resto della loro stirpe e passano dalla parte degli gnostici sethiani, iniziando un lento cammino di conversione al solo contatto culturale e umano degli gnostici. Essi formano il tredicesimo Regno descritto nell’Inno suddetto, mentre gli altri discendenti di Cam e di Jafet, caratterizzati da miti di varia provenienza, fondano i dodici Regni pagani, che corrispondono alle grandi civiltà del mondo antico.

Nella battaglia finale tra il bene e il male, combattuta dal Messia in persona, gli appartenenti a questi tredici Regni non solo saranno sconfitti ma anche ammetteranno il loro errore e riconosceranno il loro amaro destino, consistente nella morte del corpo e dell’anima nonché nell’oblio perenne. Alla battaglia seguirà il Giudizio finale, che tre angeli annunciano agli sconfitti, colpevoli non solo di molteplici peccati (ignoranza del vero Dio, venerazione del Demiurgo come se fosse il vero Dio, e violenza) ma, soprattutto, della profanazione del rito battesimale, compiuto nel nome del Demiurgo anziché di quello del vero Dio (polemica contro la Grande Chiesa cristiana). Invece la quattordicesima strofa dell’Inno suddetto, che ne segna il culmine, garantisce agli gnostici sethiani l’immortalità eterna nel regno della luce dove si fonderanno con i grandi Eoni e con il Dio supremo nel pleroma.

Volendo fornire una valutazione del libro bisogna dare atto al curatore di essere riuscito a rendere sufficientemente comprensibile a un lettore non specialista un testo tutt’altro che facile sia per il suo imperfetto stato di conservazione sia per il contenuto gnostico piuttosto astruso. A tal fine ha utilizzato criticamente le pubblicazioni esistenti, specialmente fuori Italia, ed ha chiarito le principali nozioni gnostiche con il glossario e le copiose note finali.

Ma ci sono alcuni nei che è doveroso segnalare. A parte gli svarioni tipografici facilmente eliminabili dal lettore, osservo innanzitutto che il cosiddetto “Codice Jung”, acquistato a suo tempo dall’Istituto Jung di Zurigo e da questo restituito recentemente al Museo copto del Cairo, dove sono depositati gli altri 12 codici, attualmente si è soliti classificarlo come Codice I, anziché come Codice XIII, come invece fa il curatore rifacendosi a J. Doresse. In secondo luogo è errato affermare, come fa il curatore a p. 158, che la persecuzione di Gesù Bambino da parte di Erode il Grande è narrata dal vangelo di Luca, anziché da quello di Matteo. Così a p.131 è riportato l’inizio dell’inno (77,27-28) e la sua conclusione (83,1-4) però il lettore è indotto a pensare che le due parti siano contigue, mentre non lo sono affatto; anche il riferimento al testo lì riportato non è esatto perché dovrebbe essere ApcAd 77,27-28.83,1-4. Infine chi segue solo la guida di lettura può essere indotto in errore nel ritenere che la traduzione del testo qui riportata corrisponda perfettamente all’originale copto perché mancano le parentesi quadre e il carattere di stampa differenziato che la traduzione italiana di pp. 71-83 adotta per la ricostruzione testuale delle parole mancanti nel manoscritto danneggiato dall’umidità.

Nonostante questi piccoli nei, il libro merita d’essere segnalato per l’impegno profuso dal giovane curatore in un settore degli studi che in Italia, diversamente da altri paesi, ha pochissimi cultori. È sufficiente ricordare che non abbiamo ancora una traduzione completa in lingua italiana dei 52 testi di Nag Hammadi di natura prevalentemente gnostica.


 
Opzioni

 Stampa Stampa


Argomento
Recensioni e schede bibliografiche
Recensioni e schede bibliografiche

 

 

Christianismus.it - © Tutti i diritti riservati - Copyrights reserved - Omnia iura reservantur
È vietata la riproduzione e diffusione non autorizzata dei contenuti del sito, fatta eccezione per l’uso personale. 


Sito internet realizzato da:
E' una TRX Idea...


Sito realizzato con PHP-Nuke