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Simone Paganini, Gesù, Qumran e gli esseni
Messo in linea il giorno Mercoledì, 11 giugno 2014
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Simone Paganini, Gesù, Qumran e gli esseni

 

Simone Paganini, Gesù, Qumran e gli esseni. Le prime comunità cristiane e l’essenismo, Milano, Paoline, 2013.

Recensione a cura di Fabio Cigognini



 

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È davvero pregevole, sotto diversi punti di vista che cercheremo di evidenziare, il libro che presentiamo all’attenzione dei nostri lettori, scritto da Simone Paganini, uno studioso italiano attualmente professore presso l’università di Aquisgrana (Germania).

Ad una prefazione ed una introduzione, seguono cinque densi capitoli. Una succinta conclusione, una breve antologia dei testi di Qumran ed una bibliografia ragionata chiudono il volume.

È quasi commuovente il ricordo che apre la Prefazione e che narra di una discussione animata sorta tra l’autore, allora neanche ventenne, e la sua professoressa di lettere classiche, intorno alla Quarta Egloga di Virgilio, in preparazione dell’esame di maturità: la difesa strenua della tesi “cristiana” da parte dell’autore, che vede nei versi del poeta latino la prefigurazione del Messia, e la successiva presa di coscienza critica, conferiscono all’episodio un alto valore simbolico che mette in guardia dal dare per scontato il significato di qualsiasi testo. E la letteratura sorta intorno ai manoscritti di Qumran, soprattutto quella di carattere divulgativo, induce parecchi lettori ignari a ritenere ormai acquisiti risultati tutt’altro che ovvi per la ricerca scientifica. Ecco allora che emerge la necessità, come viene specificato nell’Introduzione, di un testo di capace di raggiungere anche i lettori meno esperti, che esponga “il consenso cui la comunità scientifica internazionale – con pochissime eccezioni – è giunta nel corso degli ultimi tre decenni di ricerche”, con la precisazione però che “il presente volume non vuole limitarsi a presentare lo status quaestionis ma, inserendosi all’interno del dialogo scientifico internazionale, presenta una sintesi dei risultati raggiunti della ricerca sui manoscritti del mar Morto e sul Gesù storico, proponendo anche una propria idea. Questa non ha certo l’ardire di essere una tesi risolutiva, ma unicamente quello di contribuire al dialogo e alla ricerca”, con l’intento di far sì che “il lettore stesso sia in grado di farsi una sua idea in maniera indipendente, scegliendo gli argomenti che gli sembrano più autorevoli e provandone a formularne dei suoi. Naturalmente, il lettore non verrà lasciato solo in questo cammino, ma guidato e invitato a comprendere le fonti antiche letterarie e archeologiche, secondo una precisa criteriologia”. Mi sono intenzionalmente soffermato su queste dichiarazioni iniziali di Paganini perché da esse emerge uno degli aspetti più interessanti del libro e cioè l’attenzione alla dimensione “pedagogica” che, dal punto di vista metodologico, si evince pure dalla presenza di piccoli box riassuntivi che corredano i capitoli.

Il primo capitolo è dedicato al movimento esseno: le fonti, le caratteristiche principali e il rapporto col Nuovo Testamento sono i tre argomenti sviluppati. Le fonti, risalenti tutte al I sec. d. C. - principalmente Flavio Giuseppe, Filone di Alessandria e Plinio il Vecchio - tendono a descrivere gli esseni in modo unitario e con caratteri definiti; in realtà, la ricerca è giunta alla conclusione che essi costituivano un movimento assai differenziato al suo interno con caratteristiche comuni quali ad esempio lo studio delle Scritture, l’attenzione alla purezza rituale e al riposo sabbatico, la preghiera e le ascendenze sacerdotali. Il Nuovo Testamento, come è noto, non cita mai gli esseni. Sin dall’antichità si è cercato in vario modo di colmare questa lacuna: autori cristiani come Egesippo, Ippolito di Roma ed Eusebio di Cesarea, cercano di identificare i principali punti di contatto tra il movimento esseno e l’insegnamento di Gesù; più di recente, si è tentato in vario modo di spiegare l’assenza degli esseni nel Nuovo Testamento ricorrendo a tesi che l’autore giudica “decisamente discutibili”.

L’autore, nel secondo capitolo, presenta in maniera sintetica i manoscritti del Morto e la loro suddivisione. Nel breve spazio che qui mi è concesso, non mi è possibile riassumere dettagliatamente le caratteristiche dei testi di Qumran. È importante però sottolineare, come fa lo stesso Paganini, che la loro “ricchezza teologica e formale […] non permette di farli risalire tutti all’opera di un unico gruppo, che li avrebbe composti e poi copiati. Si tratta piuttosto di una biblioteca di scritti che permettono di cogliere uno squarcio della produzione letteraria dell’intero giudaismo nei due secoli prima dell’era cristiana”. Tuttavia “un discreto numero di opere” è riconducibile ad un gruppo particolare “che si autodefinisce yachad: unione o unità”. Esso, pur presentando caratteristiche simili a quelle riportate dalle fonti antiche per gli esseni, non può essere totalmente identificato con questi ultimi. Ne consegue che “i manoscritti del mar Morto, la yachad e gli esseni devono essere considerati come tre elementi separati tra loro”.

L’analisi e la presentazione dei manoscritti, con le relative conclusioni che abbiamo cercato di sintetizzare, sfatano parecchi miti che circondano l’insediamento di Qumran e che sovente sono spacciati come certezze assodate. Forse la tesi più presente nell’immaginario collettivo, che la ricerca odierna ha smentito, presenta i manoscritti del mar Morto come prodotto della comunità essena residente a Qumran. È con la discussione critica di questo assunto, denominato dagli specialisti “ipotesi standard” e risalente agli anni ’50 del Novecento – tale ipotesi fu formulata dal padre domenicano francese Roland de Vaux – che si apre il terzo capitolo, nel quale Paganini mostra come gli studi condotti negli ultimi trent’anni presentino un quadro molto più articolato e complesso, riassumibile come segue. Non è possibile localizzare con certezza dove siano vissuti gli esseni e dove i membri della yachad abbiano abitato. Ciò che si può dire con sicurezza, sulla base di antiche fonti e degli scavi archeologici, è che a Gerusalemme esisteva un quartiere esseno. Ne consegue che è improprio parlare di una “comunità di Qumran che ha prodotto i manoscritti”. Qumran era piuttosto un insediamento in cui risiedevano esponenti della classe sacerdotale che non erano né esseni né membri della yachad, la cui mansione principale era la produzione di oggetti – in modo particolare ceramica – ritualmente puri. I manoscritti proverrebbero dalle biblioteche di Gerusalemme e di Gerico e, con ogni probabilità, furono nascosti nelle grotte intorno al 68d.C., quando cioè si comprese che lo scontro finale con i Romani sarebbe stato tanto inevitabile quanto imminente.

Gli ultimi due capitoli sono dedicati rispettivamente all’indagine dei rapporti intercorrenti tra Qumran, i manoscritti del mar Morto e gli esseni con la figura del Gesù storico da una parte– capitolo quarto e, dall’altra, con le prime comunità cristiane – capitolo quinto. Il nostro autore mette in risalto come i manoscritti del mar Morto abbiano rivoluzionato il modo di concepire il giudaismo: da entità monolitica ed essenzialmente farisaica, a realtà estremamente variegata e complessa , costituita da numerosi gruppi – a loro volta differenziati al loro interno – diversi quanto a estrazione sociale, culturale e visione politica e teologica. A questa rappresentazione del giudaismo, impensabile prima del 1947 – anno in cui sono stati scoperti i manoscritti –, corrisponde parallelamente la tendenza, da parte della ricerca sul Gesù storico, alla riscoperta dell’ebraicità di Gesù. Scartate dunque ipotesi fantasiose e per nulla fondate, alcune delle quali non recenti, di un “Gesù esseno” o di un Gesù che avrebbe conosciuto un periodo di formazione segreta all’interno della yachad o ancora di un Gesù da identificarsi con il “Maestro di giustizia”, la funzione principale che assumono i manoscritti per quanto riguarda la ricerca su Gesù consiste nel fatto che ora gli studiosi, possedendo un quadro più articolato del giudaismo dell’epoca, sono in grado di determinare con più precisione in che cosa risieda l’originalità della predicazione di Gesù e in che cosa essa invece non si discosti dal quadro culturale e teologico in cui operava. L’autore, quindi, dopo essersi soffermato brevemente sulla figura di Giovanni Battista per quanto concerne la tematica del perdono dei peccati, procede alla disamina dei “paralleli formali e contenutistici tra i manoscritti e il Nuovo Testamento” al fine di analizzare e valutare le “tendenze riscontrabili”, in termini di somiglianza e di differenza, in relazione alla figura storica di Gesù e in rapporto alle “riflessioni delle prime comunità gesuane”. Un punto interessante su cui si sofferma l’attenzione dello studioso italiano riguarda il ritrovamento di un importante frammento nella grotta 7 che viene indicato con la sigla 7Q5. Anche in questo caso, di tanto in tanto, assistiamo ad una diffusione di notizie improprie, propagandate come certe e circonfuse da un alone di sensazionalismo. Si tratta, come certamente qualche lettore saprà, della conclusione a cui giunse all’inizio degli anni ’60 del Novecento un papirologo gesuita spagnolo di origini irlandesi, Josè O’Callaghan (che non viene espressamente citato dal nostro autore), il quale pensò di avere identificato in quei frammenti di papiro alcuni versetti del capitolo sesto del Vangelo di Marco. La divulgazione della sua ipotesi, rifiutata dalla maggior parte degli studiosi, accese un vivace dibattito concernente la datazione dei Vangeli. Se fosse provata, infatti, il Vangelo di Marco sarebbe stato scritto prima del 70, datazione condivisa dalla maggior parte degli esegeti. Paganini, che ricorda che “la storia della ricerca scientifica è costellata di scoperte archeologiche che hanno costretto a rivoluzionare teorie e ipotesi”, si dimostra al riguardo estremamente scettico. Le opinioni di coloro che non concordano nel ritenere che fra i manoscritti del mar Morto siano stati rinvenuti scritti appartenenti al Nuovo Testamento, sembra confermata anche dal ricorso alle moderne tecnologie digitali: il nostro autore cita un software sviluppato presso l’università di Münster in Germania, grazie al quale è stato possibile ricostruire “tutte le possibili combinazioni a partire dai dati di base di 7Q5”; l’esito ottenuto è che “meno del 2% dei risultati sono compatibili con il testo di Mc 6, una percentuale trascurabile!”.

In conclusione ritengo di poter consigliare questo libro. Il linguaggio utilizzato lo rende accessibile a chiunque e, come si sottolineava all’inizio, una certa attenzione “didattica” da parte dell’autore ne facilita la fruizione. Il carattere essenzialmente divulgativo dell’opera non pregiudica però la completezza delle informazioni e la complessità delle questioni non viene nascosta, ma sempre palesata in modo chiaro: il lettore – in modo particolare quello meno esperto – è in tal modo invogliato ad approfondire la materia a partire dalle solide basi che questo testo gli fornisce. Forse, proprio dato il carattere divulgativo del volume, sarebbe stato opportuno corredarlo di cartine geografiche, che permettessero ai lettori una rapida identificazione dei luoghi citati. Un elenco di abbreviazioni e sigle è invece situato dopo la prefazione.


 
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