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A. Barzanò, Il cristianesimo nell’impero romano
Messo in linea il giorno Mercoledì, 11 giugno 2014
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A. Barzanò, Il cristianesimo nell’impero romano

 

A. Barzanò, Il cristianesimo nell’impero romano da Tiberio a Costantino, Torino, Lindau, 2013, pp. 268.

Recensione a cura di Antonio Sena



 

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Questo nuovo libro di sintesi di Alberto Barzanò risponde solo in parte ad esigenze di studio e di informazione ma si presenta in realtà come un’agile e densa interpretazione del cristianesimo nell’impero romano dei primi tre secoli. Dopo un’incisiva premessa di metodo, il libro esamina in cinque capitoli la presenza cristiana nell’impero: il rapporto con le autorità imperiali e quindi il problema delle persecuzioni, il rapporto con l’opinione pubblica pagana, la presenza nella vita civile e politica, la posizione cristiana nei confronti del servizio militare e della guerra, la “svolta” costantiniana. Chiude il volume una bibliografia ragionata che evita di appesantire il volume con continui riferimenti in nota.

Tutti i temi meriterebbero attenta discussione e ampio confronto ma mi limiterò a qualche osservazione generale e a qualche esempio di merito per orientare il lettore non specialista. In linea con la storiografia degli ultimi quarant’anni, Barzanò non si limita a delineare il rapporto dei cristiani con le istituzioni imperiali ma si sofferma nei tre capitoli centrali sulla presenza cristiana nella società, aprendo così suggestivi squarci su quelle che dovevano essere le scelte e le posizioni cristiane nella vita quotidiana, rispetto alla cultura, all’esercito, all’impegno politico.

Nella premessa l’autore sottolinea due importanti questioni di metodo. Egli avverte che spesso “la mancanza di fonti che documentino l’esistenza di situazioni speciali... viene arbitrariamente estrapolata dal contesto generale e viene presentata come prova storica che le medesime situazioni non sono e non possono essere mai esistite” (p. 8) e mette poi in guardia dalla generalizzazione osservando che spesso “idee e comportamenti di un singolo Cristiano vengono presentati come la posizione ufficialmente assunta dalla Grande Chiesa, mentre quest’ultima non viene spesso distinta con sufficiente chiarezza dalle numerose sette ereticali sviluppatesi soprattutto a partire dal II secolo” (p. 9). È giusto rilevare che spesso lo storico è indotto a procedere per analogia e il vuoto della documentazione non deve sempre paralizzare e può essere colmato da caute ipotesi basate sulla correlazione dei documenti ma c’è anche il rischio che procedendo per ipotesi si costruiscano interpretazioni fragili nelle premesse. Per la seconda questione forse il punto non è generalizzare o no, ma essere consapevoli che la distinzione tra quella che chiamiamo “Grande Chiesa” e le sette ereticali, operata per la prima volta a scopo polemico dal filosofo anticristiano Celso alla fine del II secolo per mostrare le sostanziali affinità tra l’una e le altre, non era sempre così netta e che spesso idee e interpretazioni che saranno definitivamente rifiutate magari solo dopo cinquant’anni convivevano con altre già consolidate. Nell’Egitto del II secolo, ad esempio, non doveva essere sempre facile distinguere gli “gnostici” dai cristiani della Grande Chiesa tanto era pervasiva la predicazione dei maestri gnostici.

Queste due posizioni di metodo informano e condizionano largamente analisi e l’interpretazione. Nel capitolo dedicato ai rapporti con l’istituzione imperiale, l’autore sostiene in modo convincente la natura eminentemente religiosa dello scontro con l’impero ma mentre accentua per la religione romana il suo valore intrinsecamente politico non sembra dare risalto al fatto che anche per i cristiani le posizioni religiose avevano spesso un’immediata ricaduta sui comportamenti verso le istituzioni. Di fronte a una religione “politica” (ma la definizione è comunque imprecisa) anche i loro comportamenti religiosi assumevano un’immediata valenza “politica”. La religione delineava un’idea di kosmos, di mondo ordinato dalla divinità e governato dagli uomini secondo il suo volere, sia per i cristiani che per i “pagani”. Su questo livello lo scontro era netto e non era facile distinguere l’aspetto “politico” da quello “religioso”.

Alcune interpretazioni, già sostenute da Marta Sordi, restano controverse. Mi limiterò a qualche esempio che ritengo significativo. Molto discussa è ancora l’attribuzione a Tiberio, come vorrebbe Tertulliano, di una proposta al senato di riconoscere la divinità di Gesù e quindi il nuovo culto. Ritengo resti difficile credere che Adriano abbia sancito la differenza tra la professione di cristianesimo e i reati di diritto comune che si pensava fossero connessi a tale professione. C’è nel rescritto, riportato dall’apologista Giustino in calce alla sua cosiddetta prima apologia e dallo storico cristiano del IV secolo Eusebio, un’espressione che resta altamente problematica dal punto di vista giuridico: “Se qualcuno li denuncia e dimostra che hanno compiuto qualche azione contraria alle leggi, procedi secondo la gravità del reato”. Se Adriano avesse davvero operato questa distinzione, l’effetto di una tale decisone dovrebbe riscontrarsi nella successiva legislazione anticristiana che non ne reca invece tracce. Il legame di Celso con Marco Aurelio è tutto da dimostrare: la sua opera ha una spiccata connotazione di polemica intellettuale acuta e incisiva e non risulta affatto provato che si faccia portavoce dell’imperatore rivolgendo il suo appello finale ai cristiani a collaborare con l’autorità e impegnarsi nella vita civile. Tutta l’analisi del rapporto tra cristiani e potere imperiale sino ai Severi è costellata di ricostruzioni sottili e non consuete e se alcune restano a mio parere convincenti (come il quadro di sostanziale tolleranza delineato sotto i Severi), altre ritengo siano discutibili e sono inoltre talvolta presentate quasi come conclusioni certe senza adeguata discussione dei testi antichi e delle interpretazioni moderne.

I capitoli centrali sulla presenza cristiana nella società toccano questioni importanti non sempre affrontate in tali libri di sintesi e fanno ben capire quanto le persecuzioni giudiziarie siano solo un aspetto della presenza cristiana nell’impero e come fosse importante il confronto su altri piani rispetto al valore della cultura, al servizio militare, al lavoro e alla schiavitù. In linea di massima mi sembra che l’autore accentui troppo la compatibilità di fondo tra cristianesimo e valori tradizionali romani, confluiti a livello filosofico nella morale stoica, mentre credo che le divergenze restassero profonde e comunque le posizioni cristiane potevano variare anche a seconda dell’ area geografica e della struttura sociale delle diverse comunità. Il confronto con la società dell’impero doveva essere per i cristiani più travagliato di quanto non sembri emergere dalle pagine dell’autore. Un esempio: appare troppo perentoria l’attribuzione di posizioni di rifiuto del servizio militare esclusivamente ad eretici, in particolare montanisti. La presenza di elementi profetici e di opposizione ai poteri temporali e alla loro violenza nel cristianesimo di II secolo non può essere ridotta al montanismo. Ancora in pieno IV secolo resta intransigente Martino di Tours, che dopo la conversione abbandona il servizio militare e il mite asceta Paolino di Nola esorta il giovane aristocratico Crispiniano a lasciare la vita militare con parole roventi (Ep. 25, 3 e sg.). Il rifiuto del mestiere delle armi è un po’ come un fiume carsico della sensibilità cristiana che scorre parallelo ad altri lungo tutta la parabola del cristianesimo nell’impero romano. L’opera di Harnack, citata dall’autore, resta molto acuta e più cauta nell’impostazione del problema: di questo testo è disponibile anche una traduzione italiana non citata nella bibliografia, curata da Sergio Tanzarella (A. Harnack, Militia Christi. La religione e il ceto militare nei primi tre secoli, L’epos, Palermo 2004), che nell’articolata introduzione e nella discussione della bibliografia delinea il ventaglio delle possibili interpretazioni e dei complessi problemi che si presentano a chi voglia comprendere come i cristiani si ponevano rispetto a una professione che permeava largamente la vita dell’impero romano.

In conclusione, il libro appare interessante e stimolante pur nel dissenso perché non si limita a una rassegna erudita di problemi storiografici ma propone anche con passione un’interpretazione complessiva. La discussione di un libro del genere dovrebbe diventare anche una discussione su un’idea di cristianesimo perché attraverso l’analisi storica l’autore propone un suo modello molto coerente se si accettano tutte le premesse e la loro applicazione. Questa operazione mostra inoltre al lettore attento quanto quelle antiche polemiche rivivano ancora oggi nelle diverse posizioni delle comunità cristiane su temi centrali quali il rapporto con le autorità statali, il confronto culturale e religioso, la pace e la guerra. Siamo ormai tutti d’accordo che anche la storia del passato è in un certo senso storia contemporanea in quanto obbedisce a una domanda del presente, sarebbe bene quindi che in un campo tanto delicato come la storia del cristianesimo antico si discutesse serenamente e senza falsi pudori anche del modello interpretativo sotteso alla ricostruzione dello storico altrimenti si rischiano polemiche tanto furiose quanto sterili. Ma questo è un discorso più impegnativo che va separato da una recensione secondo gli schemi tradizionali o trasformerebbe la recensione in un breve saggio.


 
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