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C. Gianotto, Ebrei credenti in Gesù
Messo in linea il giorno Domenica, 03 agosto 2014
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C. Gianotto, Ebrei credenti in Gesù

C. Gianotto, Ebrei credenti in Gesù. Le testimonianze degli autori antichi, Genova - Milano, Marietti, 2008.

Recensione a cura di Armando rolla.



 

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In questi anni Claudio Gianotto, attuale professore ordinario di Storia del cristianesimo nel Dipartimento di Studi Storici dell’Università di Torino, ha avuto modo di approfondire vari aspetti del cristianesimo primitivo. Infatti le sue numerose pubblicazioni riguardano lo gnosticismo, il manicheismo e la letteratura cristiana apocrifa. Ora con questo massiccio volume, che riprende e sviluppa pubblicazioni precedenti ricordate nella bibliografia (p.203) e nelle note a piè di pagina, ci offre una visione esaustiva del giudeocristianesimo, per troppi secoli molto disatteso specialmente in campo cattolico e attualmente salito alla ribalta dopo la riscoperta dell’ebraicità di Gesù.

Questo libro consta di due parti. La prima (pp. 9-198), a carattere introduttivo, comprende tre capitoli. Il primo ricostruisce la storia della ricerca sul giudeocristianesimo soprattutto a cominciare da F. Ch. Baur (1782-1860), fondatore della scuola protestante di Tubinga in Germania, fino ai nostri giorni; il secondo capitolo presenta le varie tappe del movimento giudeocristiano a cominciare dalla chiesa cristiana di Gerusalemme, descritta quasi esclusivamente dal libro neotestamentario degli Atti degli Apostoli, cui seguono le sette giudeocristiane (Cerinto, Ebioniti, Elchasaiti e Nazorei) diventate eretiche agli occhi della Grande Chiesa nel secolo IV; il terzo capitolo è dedicato ai vangeli giudeocristiani, purtroppo giunti a noi in maniera frammentaria.

La seconda parte, la più consistente (pp. 217-569), presenta i testi antichi più significativi con alcune testimonianze medievali, tradotti in italiano e illustrati con continue note in calce di pagina. Purtroppo si tratta solo di testimonianze per lo più indirette, sovente riciclate e non sempre oggettive (specialmente quelle di Epifanio di Salamina). Come testimoni diretti possediamo solo frammenti dei cosiddetti “Vangeli giudeocristiani” e il cosiddetto “Documento giudeocristiano”, inserito nel primo libro dei Riconoscimenti pseudoclementini (1,27,1-1,71,6).

Due appendici sono dedicate alla letteratura pseudoclementina, certamente imparentata con il giudeocristianesimo. La prima, curata da G. B. Bazzana, traduce parzialmente in italiano e commenta le Omelie pseudoclementine; la seconda appendice, curata dall’autore, traduce integralmente e commenta dettagliatamente il suddetto “Documento giudeocristiano”.

Fra le due parti è inserita l’ampia bibliografia (pp.199-212) e, in fondo, si trovano tre indici (scritturistico, onomastico antico e onomastico moderno) che, secondo la migliore tradizione accademica, consentono al lettore di utilizzare con profitto il volume.

Passando all’esame del libro, non sono poche le novità (almeno per me!) che si incontrano. Ecco alcuni esempi. Innanzitutto Gianotto, che pure frequentemente impiega la denominazione tradizionale di giudeocristianesimo, invita ad evitare questo termine perché è mai esistito un sistema organico e unitario di credenze e di pratiche e, perciò, suggerisce di usare espressioni come “ebrei credenti in Gesù” (il titolo del libro!), “cristiani di origine giudaica” e “seguaci di Gesù provenienti dal giudaismo”. Inoltre critica il patrologo francese J. Danièlou (1905-1974) perché identifica il cristianesimo primitivo fino al 135 d.C. con il giudeocristianesimo unicamente in base alla dottrina, disattendendo la dimensione storica. Parimenti si dissocia dai francescani dello Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme B. Bagatti (1905-1990) e E. Testa (1923-2011) che, in contrasto con l’opinione comune secondo cui le testimonianze archeologiche cristiane della Palestina non sarebbero anteriori a Costantino, hanno sostenuto che molti Luoghi Santi rappresenterebbero i luoghi dell’attività di Gesù e della primitiva comunità cristiana, preservati e venerati senza soluzione di continuità dai giudeocristiani fino all’avvento di Costantino, quando passano sotto il controllo della chiesa bizantina. Ispirandosi all’ebreo statunitense D. Boyarin, Gianotto pensa che non possa essere determinata la data della cosiddetta “separazione delle vie” (separazione fra sinagoga ebraica e chiesa cristiana) perché esistono svariati giudeocristianesimi e, per di più, non è possibile fornire una definizione del giudeocristianesimo perché “non esiste un insieme specifico e definito di caratteristiche che in modo univoco definiscano un gruppo giudeocristiano” (p.45); inoltre “il processo che vide emergere il cristianesimo come religione nuova dovette senz’altro essere molto più lungo e più complesso” (p.48) di come si pensava in passato, quando si riteneva “che i seguaci di Gesù, immediatamente dopo la morte del loro capo carismatico, abbiano dato origine a una religione nuova- il cristianesimo- distinta e indipendente da quella praticata fino ad allora in seno al giudaismo” (ivi). Molto interessante è poi la svolta che, secondo Gianotto, si sarebbe verificata nel secolo IV all’interno della Grande Chiesa. Prima di questo secolo i giudeocristiani erano stigmatizzati per i loro errori, soprattutto cristologici, senza essere considerati eretici; solo dopo questo secolo lo diventano perché non si può essere simultaneamente giudei e cristiani. Infine, in accordo con alcuni studiosi delle origini cristiane, specialmente l’italiano P. F. Beatrice, Gianotto rifiuta l’idea tradizionale secondo cui un vangelo apocrifo rappresenta uno sviluppo secondario della tradizione e non permette di accedere alla vicenda storica di Gesù. Secondo lui “proprio nel caso dei cosiddetti ’vangeli giudeocristiani’ è possibile che ci troviamo di fronte al risultato di un processo inverso, vale a dire alla ’canonizzazione’ di materiale originario, attinto a una fonte soltanto successivamente etichettata come ‘apocrifa’”(pp.194-195).

Di fronte a queste e altre novità che si riscontrano nel suo libro bisogna osservare che Gianotto fa le sue scelte, formulate sempre in modo prudente (largo impiego del verbo “sembrare”!), dopo di essersi confrontato con gli studiosi, specialmente inglesi e tedeschi, che si sono occupati degli stessi problemi prima di lui.

Nel campo, a me più familiare, del Nuovo Testamento trovo che molte interpretazioni di Gianotto sono condivisibili. Anche qui bastano alcuni esempi. Gli Atti degli Apostoli hanno un doppio aspetto: da un lato la centralizzazione sul gruppo apostolico e a Gerusalemme, che porta ad ignorare le altre chiese sorte in Palestina; dall’altro lato l’armonizzazione, che tende ad attenuare e smussare le tensioni e i conflitti della chiesa primitiva, supposti dalle lettere di san Paolo, cosicché “dal punto di vista più propriamente storico, è impossibile stabilire come siano andate propriamente le cose” (p.59). Pur riferendosi allo stesso episodio (il Concilio di Gerusalemme) Galati 2,1-19 e Atti 15 divergono in parte e non possono essere armonizzati in modo soddisfacente. Parimenti le quattro clausole (Atti 15,22-29), che appartengono al decreto apostolico (anziché essere disgiunte da esso, come sostengono altri), riguardano quattro astensioni che Levitico 17-18 impone agli stranieri residenti in Israele però esse vengono estese ai paganocristiani, considerati come un gruppo a parte, associato al popolo di Dio, al fine di non contaminare il gruppo di origine giudaica e permettere la comune convivenza. Riguardo a Giacomo, fratello del Signore e primo “vescovo” di Gerusalemme, Gianotto non prende apertamente posizione sui suoi rapporti con Gesù, limitandosi a menzionare le tre tradizioni esistenti nell’antichità cristiana: Giacomo, fratello carnale di Gesù secondo Tertulliano, Vittorino di Petovio ed Elvidio; Giacomo, fratellastro di Gesù secondo il vangelo apocrifo Protovangelo di Giacomo; Giacomo, cugino di Gesù secondo san Girolamo. Anziché riconoscere che Giacomo è il fratello carnale di Gesù, come fanno tutti i protestanti e, attualmente, anche alcuni cattolici, Gianotto, diversamente da quello che ha fatto in altre sue pubblicazioni, si limita (per timore riverenziale?) ad affermare che “il problema dei fratelli di Gesù è piuttosto complesso” (p.223, nota 17) però rimanda esplicitamente al neotestamentarista cattolico J. Meier, che, senza alcuna perplessità, adotta la tesi protestante e ne fornisce la dettagliata documentazione, e ammette che san Girolamo ha impiegato “un’analisi piuttosto complicata dei dati evangelici  non priva di alcune forzature” (p.72) quando arriva “a identificare i fratelli di Gesù nei figli di Maria di Cleofa, sorella di Maria, madre di Gesù, e di Alfeo, identificato con Cleofa. Quindi, i cosiddetti fratelli di Gesù sarebbero in realtà suoi cugini e, in particolare, Giacomo, fratello del Signore, dovrebbe essere identificato con Giacomo di Alfeo, uno dei Dodici. In questo modo, l’intera sacra famiglia (Gesù, Maria, Giuseppe) diventava, per quanto paradossale ciò possa sembrare, il più alto modello di vita verginale” (pp.72-73).

Concludendo, devo riconoscere che questo libro, ben scritto e con pochissimi svarioni, è quello più impegnativo di Gianotto e non può essere ignorato da chi desidera conoscere le origini cristiane in maniera esaustiva.


 
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