Benvenuto a Christianismus - studi sul cristianesimo
Cerca
Argomenti
  Area utenti Pagina iniziale ·  Novità ·  Scaricamenti ·  Collegamenti ·  Classifiche ·  Archivio  
Sezioni
· PAGINA INIZIALE
· Il Gesù della storia
  e i suoi seguaci
· Il giudaismo
· L'Antico Testamento
· Il Nuovo Testamento
· Gli apocrifi
· Qumràn
· Letteratura cristiana
  antica
· Incredibile...
  ma falso!
· Recensioni e schede bibliografiche

Christianismus


Per conoscere il progetto Christianismus

· Presentazione
· Andrea Nicolotti
· Gli autori
· I volontari
· Sostienici
· Contattaci


Documento: La filologia del Nuovo Testamento
Messo in linea il giorno Sabato, 17 agosto 2002
Pagina: 1/1


La filologia del Nuovo Testamento

di Clementina Mazzucco

Un lavoro scientifico sul Nuovo Testamento non può essere condotto su una traduzione qualsiasi (di cui sono inevitabili i limiti) ma dev'essere basato su un testo sicuro e filologicamente corretto. Che cosa è la filologia del Nuovo Testamento, quali sono i rischi dello studio non filologico dei testi, quali sono i problemi storici critici che esso affronta.



La filologia del Nuovo Testamento

S. Girolamo nel suo studio mentre traduce la Bibbia (Antonello da Messina, particolare)

Il termine «Filologia» indica, innanzitutto, l’esigenza di occuparsi dei testi originali in tutti gli aspetti che consentono di capirli nella forma in cui ci sono pervenuti. Si tratta quindi di cercare di ricostruire le circostanze, gli scopi, i mezzi con cui sono stati elaborati e di valutare il grado di esattezza con cui sono stati trasmessi dalla tradizione e compaiono nelle edizioni critiche di cui disponiamo.

Per approfondire i problemi della filologia classica, e quindi anche neotestamentaria, è consigliata la lettura del capitolo sulla filologia classica, nel quale si tratta della storia di un testo, dei materiali scrittori, del libro nell’antichità, della trasmissione di un testo antico nei secoli, degli errori di tradizione e della preparazione delle edizioni critiche.

Un approccio filologico implica che si leggano possibilmente i testi, e quindi anche il NT, nella lingua originale e che ci si serva con prudenza delle traduzioni: tutte le traduzioni sono necessariamente imprecise e infedeli e rientrano già nell’ambito delle interpretazioni, anche se si deve pure distinguere tra traduzioni volutamente libere e adattate al linguaggio moderno (come la Traduzione Interconfessionale in Lingua Corrente) e traduzioni maggiormente letterali (sono quelle che per lo più ricorrono nei commenti). La traduzione italiana più diffusa, quella curata dalla CEI (Conferenza Episcopale Italiana, 1971)1, non si può dire che sia sempre letterale; facciamo qualche esempio.

In un passo importante del Vangelo di Marco, quello in cui Gesù per la prima volta annuncia ai suoi discepoli che dovrà subire la passione e Pietro si ribella a questa idea, le parole conclusive di Gesù a Pietro (Hupage opisô mou, Satana) vengono tradotte dalla CEI con «Lungi da me, satana!» (Mc 8,33), secondo un’interpretazione molto diffusa, che intende la frase come un gesto di allontanamento del discepolo. Nella traduzione latina di Gerolamo, la cosiddetta Vulgata, le parole suonano: Vade retro me, satana!, che è versione letterale, ma è diventata un modo di dire, ancora ricorrente, nella forma «Vade retro», col senso appunto di una presa di distanza, di una condanna accompagnata da orrore 2. In realtà Gesù non intende qui scacciare malamente Pietro, ma «metterlo in riga», risospingerlo alla posizione naturale del discepolo, che è quella di stare dietro a Gesù, di seguirlo ripercorrendone le stesse orme. Anche se Pietro, con il suo rifiuto di accettare la passione di Gesù, si è mostrato un «satana», ossia un tentatore, Gesù non lo rinnega come discepolo. Bene hanno fatto i revisori CEI a rendere l’espressione, nell’ultima edizione: «Va’ dietro a me, satana!». È possibile che il passo sia stato assimilato a quello delle tentazioni che si trova però in Matteo, non in Marco: in Mt 4,10 Gesù scaccia satana, alla fine delle tentazioni con la frase Hupage, Satana, «Vattene, satana», dove, secondo la forma meglio testimoniata dalla tradizione manoscritta, manca il complemento «dietro di me»: in questo caso effettivamente Gesù scaccia satana3.

Un altro esempio: nel prologo del Vangelo di Luca (Lc 1,1) l’evangelista parla degli «avvenimenti che hanno avuto compimento tra noi» (tôn peplêroforêmenôn en hêmin pragmatôn), dove il verbo contiene il concetto di pienezza, perfezione, compimento, con allusione all’idea che i fatti recenti relativi alla venuta di Gesù rappresentano il compimento di tutte le attese, le speranze e le promesse della storia antica. Ora, la traduzione CEI 1971 banalizzava del tutto il concetto rendendo l’espressione con: «gli avvenimenti successi tra di noi». Anche in questo caso la revisione recente mostra di aver recepito la necessità di una maggiore aderenza al testo e rende: «gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi».

Un altro esempio: in un passo famoso della I Lettera ai Corinzi che riguarda l’imposizione del velo alle donne che profetizzano nell’assemblea liturgica, Paolo, dopo aver addotto una serie di motivi a giustificazione del precetto, afferma: «Per questo la donna deve portare sul capo un (segno di) exousia, a motivo degli angeli» (11,10). La frase risulta per vari motivi oscura: tuttavia il termine exousia ha un significato preciso: indica autorità, potere. Invece la traduzione CEI 1971 rende con «un segno della sua dipendenza»; solo in nota si spiega che il significato originario è diverso. La traduzione era evidentemente condizionata dal pregiudizio della subordinazione della donna all’uomo, a cui Paolo stesso non si sottrae in molte affermazioni. Ma perché escludere che qui egli voglia invece proprio suggerire che il velo costituisca per la donna un segno di autorità nei confronti degli angeli (presenti nell’assemblea)? Nel contesto Paolo parla della donna come motivo di «gloria» per l’uomo (v. 7) e del legame necessario che li lega reciprocamente (vv.11-12). In effetti la revisione 1997 dà: «un segno dell’autorità»4.

In conclusione: si possono usare, sì, le traduzioni, ma sempre controllandole e confrontandole col testo originale; anzi, è senz’altro un lavoro utile quello di confrontare le traduzioni, per valutare il grado di correttezza. Non potendo fare direttamente il controllo, occorre informarsi sull’affidabilità della traduzione che si usa.

Abbiamo parlato di «testo originale», ma occorre precisare. In realtà, dei testi antichi non possediamo più gli originali, ma solo copie di copie e la filologia fornisce gli strumenti per tentare di ricostruire nel modo più esatto possibile, non tanto l’originale, quanto la copia più antica da cui tutti i testimoni esistenti dipendono (il cosiddetto «archetipo»). Nel caso dei libri del NT, esistono migliaia di copie, e pertanto i problemi della ricostituzione dei testi sono acuiti. Si può dire che la filologia come disciplina che si occupa della ricostituzione dei testi ha ricevuto dagli studi sul NT un impulso decisivo: il NT compare tra le primissime edizioni a stampa e successivamente i maggiori filologi si cimentarono coi suoi testi: il famoso Karl Lachmann (1793-1851), a cui si deve l’elaborazione dei princìpi della moderna ecdotica (la scienza che si occupa dell’edizione dei testi), fu anche il curatore di un’importante edizione del NT (1842).

Ne consegue l’importanza di utilizzare, per uno studio corretto dei testi antichi, e del NT in particolare, un’edizione critica, ossia un’edizione che sia frutto di un lavoro di analisi della tradizione manoscritta e che lo documenti nell’apparato critico, dove vengono riportate le informazioni essenziali sulle varianti presenti nella tradizione. Nessuna edizione è definitiva e il lettore avveduto deve avere la possibilità (e deve approfittare della possibilità) di ridiscutere le scelte fatte dall’editore, di fronte a lezioni differenti. Inoltre, anche quando la scelta sia sicura, i cambiamenti e gli errori apportati dai copisti risultano spesso degli utili indicatori delle difficoltà del testo e informano sul modo con cui è stato letto e interpretato.

In qualche caso i problemi presenti nella tradizione testuale comportano la possibilità di interpretazioni nettamente diverse del testo ed è fondamentale esserne consapevoli. Uno di questi casi è la situazione della finale del Vangelo di Marco, cap. 16,9-20 5. Il fatto che molti manoscritti, e i più autorevoli, non riportino questi versetti è il primo argomento, e il più importante, per ritenere che non siano della stessa mano del resto del Vangelo. Eliminarli significa che il Vangelo non si conclude con le apparizioni del Risorto, come gli altri, ma con la scena della tomba vuota da cui le donne fuggono spaventate: una conclusione, a dir poco, sconcertante, che dà un significato diverso anche al racconto precedente. Ebbene, le traduzioni correnti riportano anche questi versetti (che sono molto antichi e sono stati accolti nel «canone») senza segnalare alcuna cesura: solo un’edizione critica consente, sia di essere avvertiti della situazione reale (attraverso segni grafici nel testo o almeno le indicazioni nell’apparato critico) sia di valutare, attraverso l’apparato critico, le varianti: nel caso specifico, esistono anche altre finali tramandate.

Oggi l’edizione migliore, ossia quella più aggiornata (il lavoro di revisione è tuttora in corso), è quella del Nestle-Aland, giunta alla 27ª ed. nel 1983, e più volte ristampata. È disponibile anche con il testo latino della Vulgata a fronte oppure con la traduzione italiana della CEI a fronte.

Inoltre, la filologia si occupa dei numerosi problemi storici e critici connessi coi testi del NT che è utile, talora indispensabile, affrontare, per la loro corretta comprensione: la ricostruzione dell’ambiente culturale e dei rapporti con la tradizione giudaica e con quella greca; l’identificazione degli autori; la datazione, l’integrità e la struttura delle opere; la ricerca delle fonti e dei modelli; il rapporto tra i vari libri (in specie tra i Vangeli); la definizione dei generi e delle forme letterarie; ecc.


1 È terminata nel 2008 una revisione della traduzione della Bibbia curata dalla CEI nel 1971 e poi sempre ristampata. 

2 Secondo G. L. BECCARIA, Sicuterat.Il latino di chi non lo sa. Bibbia e liturgia nell'italiano e nei dialetti., Milano, Garzanti, 1999, p. 208 è anche «formula di scongiuro contro una tentazione, usata spesso in tono scherzoso».

3 Matteo ha il parallelo di Mc 8,33 in 16,23.

4 In questo caso sulla revisione della traduzione ha influito l’attenzione che di recente l’esegesi femminista ha prestato alle manifestazioni di androcentrismo presenti sia negli autori biblici sia nei traduttori ed esegeti.

5 Il passo viene esaminato dal punto di vista della critica testuale negli esempi del capitolo "La critica testuale e l'edizione critica del Nuovo Testamento".


 
Opzioni

 Stampa Stampa


Argomento
Il Nuovo Testamento
Il Nuovo Testamento

 

 

Christianismus.it - © Tutti i diritti riservati - Copyrights reserved - Omnia iura reservantur
È vietata la riproduzione e diffusione non autorizzata dei contenuti del sito, fatta eccezione per l’uso personale. 


Sito internet realizzato da:
E' una TRX Idea...


Sito realizzato con PHP-Nuke