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M. Gourgues, Né uomo, né donna
Messo in linea il giorno Venerdì, 02 giugno 2017
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M. Gourgues, Né uomo, né donna


Michel Gourgues, Né uomo, né donna. L’atteggiamento del cristianesimo delle origini nei confronti della donna, Cinisello Balsamo (Milano), Edizioni San Paolo, 2014; tit. orig.: Ni homme ni femme. L’attitude du première christianisme à l’égard de la femme, Montrèal, Mèdiaspaul / Paris, Les Éditions du Cerf, 2013.

Recensione a cura di Fabio Cigognini.



 

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La maggior parte dei lettori contemporanei è certamente interessata all’argomento che l’autore, decano e professore di esegesi del Nuovo Testamento presso il Collegio Universitario dei Domenicani (Carleton University) di Ottawa (Canada), espone ed approfondisce in questo libro. La “questione femminile”, infatti, è oggi di straordinaria attualità ed incontra la sensibilità odierna nella misura in cui prende forma il sospetto che, proprio il Cristianesimo, se da una parte ha contribuito in diversi modi, nel corso del suo plurisecolare sviluppo, all’emancipazione ed alla liberazione della donna in Occidente, dall’altra sia responsabile, almeno in parte, del suo assoggettamento. Ora, alla luce di questa considerazione, la domanda a cui non ci si può sottrarre è se sia sempre stato così sin dalle origini. In altri termini: questo “doppio volto”, al tempo stesso liberatorio e soggiogante, dell’atteggiamento del Cristianesimo nei confronti del genere femminile, è il risultato di un’evoluzione storica discutibile, oppure è strutturale, riscontrabile cioè sin nei documenti di fondazione dello stesso?

A questo interrogativo, che costituisce lo sfondo da cui si dipana l’indagine di Gourgues, sembrerebbe, almeno di primo acchito, che si possa dare una risposta affermativa, dal momento che, come riconosce lo stesso studioso canadese nell’Introduzione, accanto a formule “aperte ed innovative” come quella di Gal 3,28 (che dà il titolo al volume), sia l’Antico che il Nuovo Testamento ne contengono altre di carattere “repressivo e conservatore”. Questa constatazione consente di declinare l’interrogativo di partenza in una serie di problematiche specifiche, che rappresentano la pista di approfondimento seguita dal nostro autore lungo l’arco del suo studio. Vale la pena, data la loro importanza, di riportarle per esteso: “Che cosa accade se ci si sforza di capire questi testi, di collocarli nel rispettivo contesto e di metterli in relazione tra loro […]? In quale misura, in particolare, la persistente accusa di misoginia che grava su Paolo è fondata? Si tratta di uno stereotipo semplificatore che viene continuamente ripetuto, senza che ci si preoccupi di esaminare da vicino gli scritti dell’Apostolo? Nei passi incriminati, che cosa appartiene a Paolo e che cosa non è suo? E, in ciò che è suo, esiste la possibilità di distinguere tra quanto è affermato in nome della fede e quanto è detto in nome di un determinato modello modello socio-culturale? Se si considera la testimonianza del Nuovo Testamento dal punto di vista cronologico, quale evoluzione si può riscontrare per ciò che concerne l’atteggiamento nei riguardi della donna? […] Come spiegare una simile evoluzione a partire da ciò che di solito si descrive come l’atteggiamento straordinariamente aperto di Gesù?”.

L’ultimo interrogativo riportato costituisce il punto da cui prende le mosse l’analisi di Gorgues. Nel primo capitolo, infatti, intitolato “Coraggio, figlia mia”, seguendo un itinerario che prende in esame dapprima la tradizione “comune ai tre Sinottici, considerata dipendente da Marco; poi quella che, attestata da Matteo e da Luca, rispecchia il contenuto della loro fonte comune; infine i dati propri di ciascuno dei quattro vangeli”, l’autore giunge alla conclusione che i testi esaminati “in modi diversi e sotto differenti angolature […], affermano come un’evidenza che la proclamazione del Regno di Dio da parte di Gesù - attraverso il suo insegnamento e la sua attività - è stata aperta a tutti e in particolare che non è stata fatta distinzione tra uomini e donne”. Lo studio delle pericopi più significative del quarto Vangelo, conferma pienamente i risultati ritenuti validi per i Sinottici. Certamente, Gourgues riconosce che i dati su cui si basa la conclusione raggiunta sono direttamente riconducibili al “Jesus remembered”, per utilizzare la formula introdotta da James Dunn, vale a dire che “ciò di cui rendono testimonianza è l’atteggiamento di Gesù nei confronti delle donne così come si è conservato nella memoria dei discepoli”; tuttavia, non solo “non si può non rilevare […] il carattere concorde delle testimonianze, delle tradizioni e delle fonti che questi riflettono”, così come “neppure si può ignorare l’unanimità che contraddistingue, per l’aspetto che ci riguarda, quanto registrato nella memoria a proposito di Gesù, dell’orientamento fondamentale e dell’apertura della sua missione”, ma è di fondamentale importanza il fatto che, sempre stando all’opinione dell’autore, se si dovessero “applicare all’insieme dei dati i criteri di una rigorosa verifica storica […], la ricerca supererebbe ampiamente gli obiettivi che ci siamo proposti”. Correttamente, però, Gorgues informa i lettori che non tutti sono del medesimo avviso. Ad esempio, la teologa femminista americana J. Schaberg, negli anni novanta del secolo scorso, accusava in modo particolare l’evangelista Luca di avere contribuito alla rappresentazione di un’immagine femminile che relegherebbe la donna in “un ruolo secondario, limitato all’assistenza subalterna e al servizio degli uomini”. Di conseguenza, le donne sarebbero tenute a debita distanza dai centri del potere e non meriterebbero neppure la qualifica di “discepole”. A riprova di tutto ciò, starebbe il fatto che lo stesso Gesù non ha scelto alcuna donna tra i discepoli che ha più direttamente associato alla sua missione. Si tratta di rilievi che, secondo lo studioso canadese, devono essere presi in seria considerazione, in quanto “tutto ciò fa realmente parte dei dati evangelici e non può essere ignorato. D’altro canto, questi dati non devono neppure assorbire completamente l’attenzione, come un albero non deve nascondere la foresta”, poiché altri passi, non solo del Vangelo di Luca, ma anche dell’intera tradizione sinottica così come di quella giovannea, mettono in evidenza il ruolo da protagonista di alcune donne (si pensi a Maria, madre di Gesù, o ad un altro personaggio che porta questo nome, citato nel capitolo 10 del terzo Vangelo, “figura dei discepoli che ascoltano la Parola”; o, ancora, a Marta e all’anonima, quanto nota, donna di Samaria nel Vangelo di Giovanni). Il ruolo subalterno - poi - “appartiene piuttosto all’ordine della sociologia” e, più che derivare “dall’adesione al vangelo o dalla sequela di Gesù”, avrebbe “invece a che fare con il modo di concepire e vivere la distribuzione dei ruoli sociali caratteristico di quell’epoca”. Dopo una breve analisi filologica del “lessico del servizio”, mirante ad illustrare come esso non si applichi “principalmente a ‘donne a servizio di uomini’, ma ad un atteggiamento fondamentale del credente a cui tutti sono chiamati, uomini e donne, chiunque ‘vuole essere primo’”, ed un più approfondito esame circa il termine discepolo, al fine di evidenziare come, sebbene alcuni testi possano risultare problematici e non consentire conclusioni certe, “è comunque evidente che, nei vangeli, il termine ‘discepolo’, pur rinviando nella maggior parte dei casi ai Dodici, è applicato anche ad altri e che, tra questi altri, si trovano anche donne, sebbene il discorso non sia preciso”, Gourgues puntualizza che difficoltà analoghe sorgono quando si tenti di stabilire con assoluta certezza l’appartenenza al gruppo dei “discepoli” per i “seguaci maschi diversi dai Dodici, a cui, comunque, nessuno rifiuterebbe la qualifica di discepoli”. Ciò assodato, non è possibile sottrarsi alla valutazione della questione più scottante: “Rimane il fatto che il gruppo dei Dodici comprende soltanto uomini. Perché?”. Pur ritenendo che “questioni di ordine sociologico e culturale” possano rappresentare “già una motivazione sufficiente” per rispondere a tale fondamentale quesito, l’autore riconosce che è estremamente più complesso accertare se esse siano anche le uniche: “I dati a nostra disposizione non consentono di formulare una risposta”. Mi sono intenzionalmente soffermato su quest’ultimo aspetto perché, al di là dei riverberi che esso conosce anche al di fuori dell’ambito strettamente storico-esegetico, mi sembra che esso rifletta pienamente non solo l’onestà intellettuale dell’autore, ma anche la sua capacità di non tacere la complessità di alcune questioni, lasciandole, dove lo ritenga necessario, aperte e prive di risposta. Questo atteggiamento gli permette di scongiurare il rischio proiettivo, a cui si è esposti ogni qualvolta si affronti la delicata questione di cercare di comprendere come un argomento particolarmente sentito nel presente sia stato vissuto da uomini e donne del passato. Nel nostro caso, si tratta di evitare l’anacronismo di attribuire a personaggi del primo secolo (Gesù, Paolo, ecc. ecc.) prospettive e punti di vista propri di soggetti che vivono a cavallo tra il ventesimo ed il ventunesimo secolo: inevitabilmente, si finirebbe per essere parziali e riduttivi e, prima ancora, di misconoscere il quadro radicalmente differente in cui determinati comportamenti, atteggiamenti e affermazioni hanno trovato la loro esplicitazione.

Il secondo capitolo, dal titolo In principio, è interamente dedicato all’analisi del testo di Gal 3,28. La dettagliata esegesi di questi versetti, spinge l’autore ad inserirli nel quadro più ampio costituito dal tema centrale della Lettera ai Galati: “Il passo che ci interessa, Gal 3,28, giunge quindi al termine di un lungo sviluppo che è iniziato in 2,15, che si estende fino a 3,29 e che ha come argomento fondamentale quello della giustificazione”. La fede, infatti, secondo Paolo, “è considerata l’elemento che congiunge i credenti alla discendenza di Abramo […], oppure […] ciò che li costituisce figli di Dio in Gesù Cristo”. È dunque all’interno del “quadro universalistico e cristologico” sancito dai versetti immediatamente precedenti, “che s’inserisce la proclamazione di 3,28”; particolarità stilistiche e lessicali, così come il riferimento al formulario battesimale preesistente, permettono poi di concludere che la proclamazione di Gal 3,28 “sia esistita prima di San Paolo e rappresenti così la più antica testimonianza dell’atteggiamento del cristianesimo delle origini nei confronti della donna”.

Sempre dedicato all’epistolario paolino, più precisamente alla testimonianza contenuta nella Prima lettera ai Corinzi, è il terzo capito: “Nel Signore, la donna non è senza l’uomo, né l’uomo senza la donna”. L’attenzione di Gourgues si attesta intorno a tre passi in particolare: 1Cor 7,1-7, 1Cor 11,2-16 e 1 Cor 14,33b-36. Se il testo della Lettera ai Galati, esaminato in maniera esaustiva nel capitolo precedente, collima con la sensibilità contemporanea, i tre brani contenuti nella Prima Lettera ai Corinzi sono di tutt’altro tenore e, almeno ad un primo sguardo superficiale, parrebbe comprensibile che, per fondare le accuse di misoginia e di svalutazione del matrimonio, sovente attribuite all’apostolo Paolo, si faccia riferimento in larga misura ad essi, o almeno ad alcune loro parti. Il merito dell’autore consiste, a mio parere, non solo nel situare le problematiche e i temi oggetto di studio in questo capitolo nel più ampio contesto dell’epoca (interessante, ad esempio, il confronto stabilito tra il contenuto di 1Cor 7,1-7 ed il pensiero stoico: in modo particolare il riferimento è al filosofo Musonio Rufo; nel capitolo successivo, il termine di paragone sarà invece Aristotele), ma anche di dimostrare, attraverso un’analisi articolata e precisa, come i testi di Paolo siano in realtà molto più equilibrati di quello che possano sembrare di primo acchito. L’originalità della disamina di Gourgues consiste nel riprendere ed approfondire la tesi secondo cui, nei tre passi in questione, Paolo si premuri di rispondere ad alcuni interrogativi che certi membri della comunità di Corinto gli rivolgevano. Di conseguenza, gli aspetti contenuti in quei versetti che sembrano urtare la sensibilità dei lettori contemporanei, non apparterrebbe affatto al pensiero dell’apostolo, bensì andrebbero interpretati alla stregua di una sintesi della visione di tali membri, alla quale Paolo subito dopo controbatterebbe. Un esempio chiarificatore può essere costituito da 1Cor 14,33b-36, la pericope che contiene i versetti che intimano alle donne di “tacere nelle assemblee”. Il punto di partenza dell’analisi dell’autore consiste nel rilevare, anche qui, la difficoltà che comporta, da parte del lettore odierno, il confronto con contenuti nei quali si nega, senza mezzi termini, alle donne il diritto di parola e si esige da esse la sottomissione al proprio marito, ritenuto invece competente nel rispondere ai loro interrogativi: “Evidentemente, il passo non gode oggi di molta popolarità ed è in buona parte responsabile della persistente accusa di misoginia che grava su San Paolo”. Successivamente, l’autore circoscrive il brano al contesto a cui si riferisce e del quale è espressione: le riunioni cultuali comunitarie, in modo più ancora specifico “quei fenomeni spirituali particolari che sono il parlare in lingue e la profezia”. Chiarito poi ai lettori che cosa si debba intendere per “parlare in lingue” (fenomeno di carattere sostanzialmente diverso e quindi da distinguere dalla glossolalia!) e per “profezia” e scartati i più frequenti tentativi di soluzione - il più comune dei quali è l’ipotesi dell’interpolazione posteriore -, l’esegesi di Gourgies approda alle conclusioni a cui ho in precedenza accennato: “A conti fatti, se si considera l’insieme dei dati presi in esame, mi sembra che la soluzione migliore sia quella che, proposta all’inizio degli anni ’80 del Novecento da alcuni esegeti nordamericani e successivamente ripresa e perfezionata, ha guadagnato ulteriori consensi. Secondo questa lettura, in 1Cor 14,33b-35 Paolo segnala una posizione restrittiva presente nella comunità di Corinto, posizione che egli poi esclude in 14,36”. Pertanto, Paolo non si contraddice assolutamente rispetto alla prospettiva espressa in Gal 3,28. Nel passo preso ad esempio, così come negli altri due brani esaminati della 1Corinzi, egli “si pone in continuità con la tradizione più antica e rimane coerente con la proclamazione fondamentale secondo la quale ‘non c’è né uomo né donna”. Il suo contributo consiste nel precisare le caratteristiche di questa uguaglianza in due ambiti della vita del credente: la relazione coniugale e la preghiera comunitaria”.

La posizione del Cristianesimo nei confronti della donna è dunque, almeno in origine e sulla base di ciò che è documentato nei Vangeli e nell’epistolario paolino autentico, di apertura ed inclusione, soprattutto se confrontato con quello del contesto storico all’interno del quale il Cristianesimo ha mosso i suoi primi passi e si è diffuso. Tale visione del ruolo femminile è poi andato incontro ad un’inevitabile evoluzione, allo studio della quale è dedicato l’ultimo capitolo, dal titolo Evoluzione e inasprimenti. L’esegeta canadese prende qui in esame il rapporto tra la prassi dei cristiani - ed il tentativo di giustificarla-, l’inculturazione e le convenzioni sociali. Cinque sono i testi affrontati in questa sede: Col 3,18-21; Ef 5,21-24; Tt 2,4-5; 1Pt 3,1-2 ed infine 1 Tm 2,8-15. I primi quattro, si differenziano sostanzialmente dall’ultimo, poiché essi rappresentano sì il tentativo di conformarsi al modello socio-culturale esistente, ma, al tempo stesso, di mantenere la specificità cristiana. Il brano della Lettera a Timoteo, invece, costituisce l’ultima tappa di un processo di adattamento che finisce per introdurre, all’interno della comunità cristiana, la visione e la prassi proprie del contesto sociale e culturale circostante.

A ragion veduta, quindi, il capito riservato alla Conclusione sintetizza il percorso illustrato nel volume in tre tappe, riassumibili nel modo seguente: 1. “L’affermazione della specificità cristiana senza riferimenti al modello socio-culturale” (=Tradizione evangelica, Galati e Prima Corinzi); 2. “Il riferimento al modello socio-culturale unito alla specificità cristiana” (=Colossesi, Efesini,Tito e Prima Lettera di Pietro); 3. “Il riferimento al modello socio-culturale e il tentativo di legittimarlo (=Prima Lettera a Timoteo). Quasi a volere affermare che è troppo riduttivo volere individuare “l’atteggiamento” del Cristianesimo primitivo nei confronti delle donne; occorre piuttosto parlare, come dimostrato con competenza e rigore dall’autore, di un processo, di una traiettoria scanditi dalle tappe evidenziate, che portano il Cristianesimo, nel suo sviluppo storico, a confrontarsi, su questo come su altri temi, con le culture, le società e gli ambienti in cui si diffonde.

Al termine del libro è collocato un indice dei passi biblici citati, un indice degli autori, oltre, ovviamente, all’indice generale.

Il testo presentato è, senza alcun dubbio, consigliabile per la lettura. Il rigore dello studio si coniuga con la capacità dell’autore di esprimersi in modo lineare e comprensibile. Il lettore è posto dinnanzi alla complessità del tema, nelle sue principali articolazioni e sfaccettature; l’analisi delle pericopi è dettagliata ed il confronto con opinioni differenti rispetto a quelle condivise dall’autore è sempre presente. Infine, i fruitori del testo che desiderassero approfondire l’argomento, possono ispirarsi alla bibliografia essenziale indicata nelle note a piè pagina. 


 
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