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Documento: Scienze storiche e Antico Testamento
Messo in linea il giorno Domenica, 29 febbraio 2004
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Scienze storiche e Antico Testamento

Il valore storico e scientifico delle Scritture

di Paolo Sacchi

Come si pone l’uomo moderno davanti ai dati storici e scientifici contenuti negli scritti dell’Antico Testamento?



Scienze storiche e Antico Testamento

Già pubblicato in «Credereoggi» LVIII (1990), pp. 27-39.

Illustrazioni al racconto della Creazione - Bibbia Borso d'Este - Biblioteca Estense, Modena

Chi apra una Bibbia trova subito, alla prima pagina, il racconto della creazione del mondo, degli esseri viventi e, da ultimo, dell'uomo. Noi oggi non sappiamo con precisione né come nacque il mondo, né come nacquero gli esseri viventi, né come nacque l'uomo. Sappiamo però con certezza che le cose non andaro­no come racconta questa prima pagina della Bibbia: il mondo non fu creato solo settemila anni fa; ci mise più di sei giorni a prendere la forma che ha; in quanto all'uomo, il problema del momento in cui si distinse dalla scimmia è oggi più ignorato perché insolubile che perché sia trascurabile.

Tuttavia nessuno si scandalizza, oggi, se la Bibbia è inat­tendibile scientificamente. Ma il principio, oggi di per sé chiaro e accettato, che la Bibbia non è un testo di scienza si è affermato solo lentamente, a prezzo di dolore e di incertezze: anche oggi, se il principio è chiaro, non tutte le applicazioni lo sono ugualmente. In effetti è già un problema stabilire che cosa vuol dire "scientifico" e, pertanto, i suoi limiti1.

Quando nel 1616 fu condannata la teoria, detta in modo abbreviato del «moto della terra» era da più di settanta anni che Copernico aveva pubblicato il suo De revolutionibus orbium Coele­stium (1543). Intorno a quest'opera si era molto discusso, perché sembrava a molti (non a tutti!) che scuotesse i fondamenti della scienza e della Bibbia; alla condanna si arrivò solo nel 1616. Ma anche dopo la condanna si continuò a discutere; e nelle stesse università pontificie si insegnava l'a­stronomia sulla base della teoria del "moto della terra", sia pure presentata come ipotesi e non come tesi. La questione tornò di nuovo a farsi viva nel 1820 quando Pio VII intervenne a favore dell'opera di Giuseppe Set­tele, un professore romano, che aveva scritto un libro sull' astronomia, dove insegnava a chiare lettere, cioè come tesi, che la terra si muoveva intorno al sole e non viceversa. Il papa intervenne, perché il S. Uffizio aveva negato l'imprimatur2. Erano passati 200 anni dalla condanna del "moto della terra", ma si discuteva ancora: solo che la discussione non era né fra scien­ziati, né fra teologi, ma fra scienziati e teologi, uno strano colloquio che ha come presuppo­sto che la scienza non deve sco­prire nulla che disturbi la logica del teologo, che è poi la logica dell'uomo qualunque che creda.

Nel XIX secolo il problema del «moto della terra» può con­side­rarsi superato, anche se appare ancora l'insegnamento tradi­zionale della creazione in sette giorni; ma si tratta di lettera­tura, diciamo così, "popolare"3. L'interesse della teologia è ora attratto dal problema del «trasformismo», quello che noi oggi chiamiamo «darwinismo», che investe una scienza diversa dall'a­strofisica: il problema dell'evoluzione comportava, per l'accordo scienza - fede, problemi nuovi. Ancora una volta fu un rifiuto, ma questa volta appoggiato alle incer­tezze stesse della teoria, più difficile a dimostrarsi che non una teoria astrofisica4. La tendenza a mescolare il ragionamento teologico con quello scien­tifico ricompare. Siamo abituati a inquadrare il mondo in un sistema unitario: chi crede, come anche chi non crede, pensa sempre qualunque particolare inserito in un suo sistema globale, dove tutti gli elementi che lo compongono hanno la loro funzione di sorreggere e giustificare gli altri. Se è uomo di fede tende­rà, ovviamente, a ricercare in ogni segmento della Bibbia le conferme della sua fede. Dice Qohelet (3, 10) che Dio ha posto nell'uomo la visione d'insieme delle cose, senza però che l'uomo abbia la capacità di afferrare da capo a fondo l'opera di Dio. Esigenza di unità del sapere e necessità di analisi sono desti­nate ad accompagnare l'uomo: l'armonia fra i due momenti non è solo frutto di scienza; è qualcosa che va al di là.

Scoprire che non tutto ciò che oggi si crede e si insegna si ritrova nella Bibbia ingenera spesso confusione e smarrimento. Si insegna che Dio creò il mondo dal nulla, ma questo «dal nulla» nel testo biblico né c'è, né può essere sottinteso, come è co­munemente riconosciuto5. La "creazione dal nulla" è formula che si può ricavare solo dal più tardo libro dei Maccabei6. Nella Bibbia c'è un'evoluzione del pensiero che non aiuta il credente che vi si accosti con troppa semplicità. Si pensi, per esempio, ai due racconti della creazione, secondo uno dei quali l'uomo fu l'ultimo essere creato7, mentre per l'altro tutto il regno ani­male fu creato in funzione dell'uomo8.

Comunque, fra il XIX e il XX secolo l'idea che alla Bibbia non poteva chiedersi una verità scientifica cominciava ad affer­marsi e a penetrare nelle coscienze di molti. Il problema era, ed è ancora oggi, stabilire il limite fra la verità scientifica e la Verità religiosa, perché non esiste verità religiosa che non si esprima per mezzo dei sistemi concettuali del tempo dell'autore: in altri termini la Verità religiosa si riveste sempre di verità umana, che si impasta, nell'esprimersi, di concetti scientifici.

Col passare degli anni, nel corso del XIX secolo, il problema si allargò ad un altro dominio della scienza: quello storico. Se fino a quel momento il problema era restato fuori dell'uomo, allora investì in pieno la sfera dell'umano. In effetti nella Bibbia non ci sono solo ri­flessioni sull'uomo e sul suo rapporto con Dio, non ci sono solo i Salmi, i Profeti e i Libri Sapienzia­li; ci sono anche i Libri Storici. Lo stesso Pentateuco non contiene solo le Leggi di Israele, ma un lungo racconto che riguarda la storia dell'umanità dalle sue origini fino all'entra­ta degli ebrei nella Terra Promessa.

E' in questa parte della Bibbia che sono raccolti i fatti che fondarono Israele: l'elezione di Abramo, la fuga in Egitto prima e quella dall'Egitto poi sotto la guida di Mosè, l'arrivo al Sinai dove Mosè ricevette le tavole della Legge, la traversata del deserto con il successivo ampliamento della legislazione, l'arrivo nella Terra Promessa. Qui il racconto continua in quello della conquista e dell'insediamento (libro di Giosuè e dei Giudici) e poi nella storia della fondazione della monarchia unitaria, poi della divi­sione del regno fra nord e sud. Seguono ancora la fine del regno del nord (721 a.C.), poi la distruzione di Gerusalemme (586 a.C.) e ancora alcune vicende del re Yehoya­kin prigioniero in Babilo­nia fino al 561 a.C., anno dell'avvento al trono di Babilonia di Awil-Marduk.

Degli avvenimenti successivi abbiamo notizie isolate nella Bibbia, ma manca un racconto sistematico, una storia d'Israele successiva a tale data.

Fino al secolo XIX, poiché non avevamo nessuna notizia diretta dei popoli circonvicini, non potevamo fare altro che considerare valido sotto tutti i punti di vista il racconto biblico. L'angelo che ferma la mano di Abramo nell'atto di sacrificare Isacco ha un valore assoluto; nessuno poteva pensare che il problema del sacrificio dei bambini fosse un problema reale calato all'interno di uno spazio e di un tempo9.

Durante il secolo passato furono scoperte le lingue delle principali civiltà del Vicino Oriente: prima l'egiziano, poi l'accadico e il sumerico, le lingue della Mesopotamia a partire dal III millennio a.C. Durante questo secolo è stato scoperto l'ittita e poi l'ugaritico. Intere biblioteche ed archi­vi reali sono stati recuperati: la storia della regione del Vicino Oriente Mediterraneo Antico ci appare ora, sia pure con ampie lacune, abbastanza precisa nelle sue linee fondamentali. Siamo in grado di ricostruire dinastie e datare avvenimenti. La storia degli ebrei, a questo punto, non può che venire inserita in quella dei popoli del Vicino Oriente mediterraneo, che vivevano intorno agli ebrei e in stret­to contatto con essi.


L'ampliamento delle nostre conoscenze derivava dall'archeo­logia, una scienza nuova, che mosse i suoi primi passi nel XVIII secolo, per svilupparsi ampiamente nel sec. XIX. I suoi frutti più vistosi, li abbiamo già ricordati. Poi l'archeologia cominciò ad inte­ressarsi anche della Palestina alla ricerca di tracce di ciò che la Bibbia narrava. Ancora una volta il confronto fra i dati recuperati dall'archeologia e il testo biblico non è manca­to: il problema della storicità del racconto biblico si pone e pone problemi ai credenti. Gli storici si limitano a prendere atto.

Se oggi è chiaro il principio che alla Bibbia non dobbiamo chiedere verità scientifiche, tuttavia nel caso della storia il discorso si fa più delicato, perché investe, o sembra investire, più direttamente la rivelazione10. Accettiamo senza difficoltà che Dio, per affermare la verità della creazione, abbia usato un lin­guaggio che non comprendiamo più, ma che ci è facile capire che non poteva che essere stato quello del tempo in cui libri furono scritti. Nel caso, però, del racconto di avvenimenti siamo su di un piano diverso. Per raccontare cose accadute Dio poteva bene, pur usando la lingua del tempo e mettendo le cose nella prospettiva che allora piaceva, fare un racconto assoluta­mente veritiero. In realtà anche questa volta le cose non sono andate come ci saremmo aspettati, o, per essere più esatti, come avremmo preferito che andassero. Il confronto della storia narrata dalla Bibbia con quella che si ricava dalla documentazione dei popoli circonvici­ni, se porta conferme porta anche smentite11.

In molti casi non abbiamo alcuna verità da sostituire a quella del testo biblico, ma sappiamo che le cose andarono in modo diverso da come le la Bibbia le narra. Per esempio, città date dalla Bibbia per conquistate al tempo dell'inva­sione del Canaan a quel tempo non esistevano12. Si tratta di dati che per la natura della loro documentazione è improbabile che vengano smentiti in futuro.

Guardiamo ora le cose più da vicino e cerchiamo di immagi­narci che cosa accadde nel lontano VI sec. a.C., quando qualcuno mise insieme una storia del mondo e degli ebrei fino ai suoi tempi13. La storia narrata nella Bibbia va dalle origini del mondo fino al 561 a.C. (Genesi - 2 Re); oltre questa data non si va. Se conosciamo avvenimenti successivi, lo si deve a documenti normal­mente non appartenenti al genere storico. Danno notizie frammen­tarie, male inseribili in un discorso continuato.

Se, dunque, guardiamo la storia biblica, dobbiamo cominciare con l'osservare che essa comincia con la creazione del mondo, che per l'autore fu fatto storico, descritto fondandosi sulla memoria dei fatti quali era tramandata, in qualunque modo tramandata. Non fu una riflessione scientifica, quale quella che possiamo fare noi con la teoria del big bang, né filosofica come quella dei greci. E questo pone i primi problemi nella nostra ricerca di come abbia lavorato quest'Autore. Come faceva a sapere come andarono le cose alle origini? Evidentemente deve avere interpre­tato storica­mente qualche racconto mitico sulle origini. E questo può spie­gare qualcosa. Ma dove finisce il rac­conto delle origini, per cominciare il racconto della storia vera e propria?

Già da queste prime osservazioni appare evidente che la storia delle origini non si fonda su documenti storici, ma fu deri­vata da un'interpretazione del passato fondata su una "filo­so­fia" che si esprimeva per mezzo di miti, che, tuttavia, era riflessione, non storia. Diversa la situazione per i racconti più vicini al tempo dell'Autore. Se percorriamo a ritroso nel tempo le pagine della storia biblica e confrontiamo gli avvenimenti con ciò che sappiamo anche da altre fonti, la situazione appare, nelle linee generali, come segue.



Le notizie riguardanti gli ultimi avvenimenti narrati, come la prigionia di Yehoyakin, possono sembrarci scarse di numero, ma sono esatte. Della prigionia di Yehoyakin in Babilonia ci sono restate tracce nella stessa amministrazione babilonese: razioni di viveri per lui e per la sua corte. Gli era sempre riconosciuto il titolo di re e aveva dei ministri. Se proseguiamo questa analisi delle cose fondamentali, vediamo che le date fornite dall'Autore posso­no essere considerate esatte, risalendo nel tempo, fino alla di­struzione di Samaria. Fra la distruzione di Samaria e l'avvento di David notiamo una certa imprecisione, alla quale non sappiamo rimediare noi stessi, ma imprecisione ci fu. L'oscilla­zione delle date non va oltre la ventina di anni.

L'autore procede mettendo in parallelo i dati relativi ai re di Giuda con quelli dei re d'Israele. Ma deve aver trovato diffi­coltà insormontabili nell'ultima parte della storia del regno di Israele. Vi compare il nome di un sovrano che sembra sdoppiato (Peqah e Peqahyah), mentre all'Autore è ignoto un sovrano che certamente ci fu e che ci ha lasciato il suo nome in un sigil­lo14. Sembra che l'Autore avesse in mente ben chiara la data del 721, la data della distruzione di Samaria, e abbia riempito i vuoti che si trovava davanti per mezzo della congettura.

Se vogliamo dare un giudizio sulla sua opera, possiamo dire che fu molto attento nella ricostruzione delle date, ma che ricostruzione fu; ricostruzione che si appoggiava sempre più su elementi razionali soggettivi, quanto più ci si allontanava dal periodo in cui egli visse: in altri termini, doveva avere lacune nei documenti a sua disposizione, quanto più erano lontani dalla sua epoca.

La situazione cambia bruscamente col passaggio dai due regni alla monarchia unita: Salomone e David regnarono entrambi quaran­ta anni. Saul venti. Si tratta chiaramente di numeri tondi: l'autore non ha più documenti d'archivio reale o simili a sua disposizione e procede mediante cifre approssimative, da lui inventate, perché gli servono per creare l'intelaiatura, la gri­glia della sua interpretazione storica. Il nostro autore sa che la storia si fa con le date e, quando non le ha, le congettura secondo un crite­rio astratto, ma criterio, la cui base è il numero 40, che crea dei periodi piccoli che si inseriscono in uno schema di periodi più grandi dominati dal numero 400.

400 anni dura secondo il nostro autore la permanenza degli ebrei in Egitto e dalla fuga dall'Egitto fino alla costruzione del tempio corrono 480 anni, 400 + due volte 40. Potrebbe sem­brare che si trattasse di numeri puramente simbolici anche per l'Autore, ma non è vero. Era convinto di aver trovato un metodo per costruire la storia del suo popolo. Gli ambasciato­ri di Yefte dicono al re di Moab che gli ebrei sono nella zona da 300 anni15. La cifra è approssimativamente esat­ta, se consideriamo la crono­logia del nostro Autore pensata come reale. E così indietro fino alla creazione del mondo.

C'è da domandarsi perché il nostro Autore abbia tanto insi­stito sulla cronologia, cioè sull'interpretazione storica del suo passato. Egli reinterpretava i miti delle origini che circolavano al suo tempo nella Siria Palestina e in Babilonia, in modo razio­nale. Egli testimonia così l'esistenza anche in Oriente di un fenomeno che in quegli stessi anni stava avvenendo anche in Grecia. Talete si trovò di fronte ai miti orientali che parlavano dell'acqua come materia, se così può dirsi, del caos primigenio e li interpretò nel senso che l'acqua fosse l'archè, l'origine delle cose: il discorso mitico si svi­luppa fuori del tempo, quello di Talete e quello del nostro Autore considerano, al contrario, i contenuti del mito come posti all'inizio delle cose e del tempo. Il nostro Autore fu più radicale di Talete, perché tentò un metodo per stabilire appros­simativamente anche la data degli inizi.

Ma il problema più grave per il nostro storico era collocare nel tempo vecchi racconti che non so come egli possedesse, ma che certamente aveva, i quali parlavano delle origini del suo popolo. Sono tutti gli episodi che egli calò nel tempo del deserto. Non gli sfuggiva il valore fondante che questi racconti avevano: erano quello che oggi chiameremmo «saghe». E poiché la saga fondava, i suoi contenuti dovevano essere prima della storia ricostruita sulla base di testi datati.

In un caso siamo in grado di controllare il suo procedimen­to. Il nostro Autore ci racconta l'episodio di Balaam bar Beor, un nome non comune: di questo Balaam bar Beor abbiamo adesso un'iscrizione, che, se conferma la realtà del personaggio, e­sclude anche la cronologia dell'Autore. Balaam visse verso la fine dell'VIII sec. a.C., molti secoli dopo l'epoca presupposta dal­l'Autore. L'errore si spiega bene se si pensa alla logica con cui egli procedette: poiché egli non trovò alcun aggancio con la cronologia dei suoi annali e poiché l'episodio di Balaam aveva il carattere di quelli che fondavano miracolosamente Israele, pro­iettò l'episodio al tempo ideale delle origini, al tempo del deserto.

Gravi problemi ebbe il nostro Autore anche di fronte al tema della conquista. Ma questo è problema troppo complesso per poter essere trattato in queste brevi pagine. Per informazione del lettore, possiamo dire che le scoperte archeologiche relative ai secoli XII-XI, che dovrebbero essere quelli della conquista, stentano ad inquadrarsi nel racconto biblico. Anzi, l'ipotesi più probabile sembra che una vera e propria conquista non ci sia mai stata e che lo yahwismo si sia lentamente affermato in Israele prima nella forma monolatrica e solo in epoca postesilica in una forma di vero e proprio monoteismo. Il fenomeno della presenza nell’Israele pre­esilico di varie forme di idolatria era ben noto al nostro Au­tore, solo che lo interpretò come conseguenza di un rilassamento dei costumi dopo la purezza delle origini, la cui colpa riversò sui popoli circonvicini. In realtà egli proiettava alle origini l'ideale del suo tempo.

Come si vede, anche la storia non si trova in una situazione molto diversa dalla scienza: il nostro Autore parlava del mondo come se la terra fosse al centro; come se ci fosse sul nostro capo una volta solida (il firmamento) che impedisse alle acque cosmiche di cadere sulla terra. Era scienza del tempo. Ma volle anche superare, verosimilmente secondo una concezione che alla sua epoca si andava diffondendo, la frattura che prima esisteva fra i tempi del mito e della saga e quello della storia.

E ora mi permetto qualche considerazione di carattere gene­rale, ben sapendo che non sono né un filosofo, né un teologo. E' solo testimonianza di come vedo le cose nel mio quotidiano affa­ticarmi intorno al testo biblico. La storia è una scienza e pertanto non ha Verità con la vu maiuscola da offrire a nessuno. La storiografia si evolve sulla base, da un lato, dell'arric­chimento della documentazione relativa al passato, dall'altro sulla base dell'evoluzione dei fenomeni di precomprensione. La Verità della Bibbia non può consistere pertanto nei fatti quali sono rico­struiti ed interpretati oggi. Ma anche l'Autore biblico rico­struiva ed interpretava il suo passato secondo i dati a sua disposizione e secondo le precomprensioni del suo tempo e della sua gente. Che il sole girasse intorno alla terra è vero allo stesso modo che è vero che la permanenza degli ebrei in Egitto durò 400 anni. Anzi, per lo storico di oggi lo stesso soggiorno egiziano va consi­derato solo un'ipotesi di lavoro: l'unico ele­mento in favore del soggiorno in Egitto è il nome di Mosè che è egiziano. La fuga del popolo dall'Egitto già diviso in dodici e popolose tribù non è accettata da nessuno ed è ancora più tarda del nostro Autore e fu aggiunta alla sua opera in un secondo tempo. Tuttavia un qualche legame con l'Egit­to, alle origini, deve esserci stato, ma è ancora da scoprire.

Come nessuno si scandalizza più, se l'Autore aveva conoscen­ze di astrofisica diverse dalle nostre e in ogni caso imperfette, così non dobbiamo stupirci, se anche la sua storia fu costruita sulla base di una documentazione lacunosa che, andando indietro nel tempo, era sempre più sottoposta al fenomeno della precom­prensione.

Fu una crisi per i credenti l'aver appreso che la Bibbia non sa come è stato fatto il mondo (e non lo sappiamo nemmeno ora); mi auguro che non sia un'altra crisi l'apprendere che la Bibbia non sapeva nemmeno come si era svolta la storia dell'umanità e aveva idee piuttosto imprecise anche sugli avvenimenti stessi di Israele. Eppure, come credente, so che quella storia dell'umanità e di Israele, un po' vera, un po' accomodata, un po' inventata, ha per me un valore che trascende il dato storico, come le noti­zie sulla creazione del mondo trascendono il dato scientifico. Questa storia mi dice che Dio ha scelto un popolo per cominciare la sua autorivelazione. Non è una rivelazione totale, ché essa sarebbe possibile solo per chi avesse la mente di Dio, ma, nei limiti umani, è rivelazione totale. Disse un saggio rabbino che la Bibbia che noi abbiamo è solo la prima riga della Bibbia che Dio ha fatto conoscere ad Elia. Agli uomini - della Verità di Dio basti la prima riga e questo è duro per noi.

La Bibbia non risolve nemmeno tutti i nuovi problemi morali con cui siamo continuamente chiamati a confrontarci. In essa c'è una luce che si accende solo per chi ha fede, per dire cose che solo la fede aiuta a capire, perché chi ha fede conosce l'umiltà della propria piccolezza e sa cogliere proprio nelle parole della Bibbia il senso della "storia della salvezza", che non è afferra­bile con categorie umane. Umanamente parlando l'espres­sione stes­sa "storia della salvezza" è assurda, perché di storie ce n'è una sola e non parla di salvezza futura, ma di catastrofi passate.

La Verità della Bibbia sta nell'aver detto agli uomini un barlume di questa storia che, stranamente e assurdamente, non abbraccia solo il passato, ma anche il futuro.


1 Cfr. Dizionario di catechetica, Torino, LDC 1986, p. 185: «Infine...avendo presente la dolorosa esperienza di conflitto, a partire dall'epoca moderna (il caso Galileo), sul problema delle origini (del cosmo della vita, dell'uomo) si dovrà affrontare, specialmente nell'insegnamento religioso nella scuola il rapporto fra dati della fede e delle scienze in termini non concordistici, ma nemmeno di contraddizione reale...». E' interessante notare che il problema del rapporto fra scienza e fede viene sentito come se riguardasse solo le scienze nel senso più stretto del termine. Viene il dubbio che per l'estensore della voce la storia non sia una scienza e, quindi, non crei problemi.

2 MAFFEI P., Giuseppe Settele, il suo diario e la questione galileiana, Perugia, Dell'Arquata 1987.

3 Cfr. GIOVANNI BOSCO, Storia sacra per uso delle scuole, Torino, Speirani e Ferrero 1847, p. 7: «Il mondo fu creato da Dio, il quale benché lo avesse potuto creare ed ornare in un istante con un semplice atto della sua volontà tuttavia volle impiegare sei giorni...». La creazione avvenne nel 4000 a.C. Credo che questa data derivi per S. Giovanni Bosco da CALMET A., Storia dell'Anti­co e del Nuovo Testamento, Genova, Olzati 1779 2 voll. e Torino, Pomba 1829-1832.

4 Cfr. PAGLIA F., La ragione guida alla fede, Torino, Libreria salesiana 1895, 2 voll., I, p.351: «Noi distinguendo il darwinismo o trasformismo razionalistico dal materialistico, piglieremo in esame l'uno e l'altro separatamente, dimostrando la falsità del primo e l'assurdità del secondo». Tuttavia una let­tura della lunga se­zione dedicata a questo tipo di problemi (pp. 330-415) mostra che l'autore è disposto a qualche concessione e a trovare un qualche accordo fra evoluzionismo e fede.

5 Cfr. TESTA E., Genesi (Nuovissima Versione della Bibbia), Roma 1972, pp. 64-65

6 Cfr. 2 Maccabei 7, 28.

7 Genesi 1, 1-2,4a. E' il cosiddetto "racconto sacerdotale della creazione".

8 Genesi 2, 4b-25. E' il cosiddetto racconto jahvista della creazione dell'uomo.

9 Circa l'esistenza del sacrificio di bambini presso gli ebrei non ci sono dubbi, anche se alcuni cercano di interpretare i dati sia biblici sia archeologici, in maniera diversa. Per i dati letterari, cfr. 2 Re 23, 10: «Il re profanò il tofet, che era nella valle di Ben Hinnom (la Geenna), affinché nessuno facesse più passare per il fuoco suo figlio o sua figlia in sacrificio molok»; cfr. la condanna del sacrificio dei bambini in Geremia 19, 4-6; Ezechiele (20, 25-26) dice che il tofet fu la colpa più grave di Israele, anche se ne attribuisce l'istituzione a Yahweh stesso: «Allora io diedi loro perfino statuti non buoni e leggi per le quali non potevano vivere. Feci sì che si contaminassero nelle loro offerte, facendo passare per il fuoco ogni loro primo­genito...». Sulla questione del tofet, cfr. DELCOR M., Reflexions sur la Pâque du temps de Josias d'après 2 Rois 23, 21-23, in "Henoch" 4, 1982, 205-220; EDELMANN D., Biblical Molek Reasses­sed, in "Journal of the American Oriental Society" 107, 1987, 727-731. Il racconto del sacrificio (mancato) di Isacco trova una buona collocazione storica nella lotta contro questo tipo di sacrificio, che avvenne al tempo di Giosia e di Geremia (fine VII sec. a.C.).

10 Cfr. quanto scritto alla nota 1. Si legge in AA.VV., Educazione e Bibbia, Alba, Paoline 1963, p. 227: «Quando raccontate una storia della Bibbia, dovete dare l'impressione di raccontare una storia vera, una storia realmente avvenuta sulla terra, in quel tempo, in quel luogo». Questo per i bambini di 9-12 anni. Naturalmente questi bambini avranno poi una buona delusione, se avranno legato la loro fede a questi racconti avvenuti realmente in un tempo e in un luogo precisi.

11 Il problema della lettura storica della Bibbia non può risol­versi, come sembra suggerire l'autore del libro citato alla nota precedente, con la semplice eliminazione dell'interpreta­zione dell'autore antico (vedi p. 231; citazione alla nota precedente). Il problema talvolta riguarda i dati stessi: presentare il rac­conto dell'Eden come fatto lascia perplessi, anche se l'autore insiste solo sul suo significato.

12 Cfr. ROLLA A., La conquista del Canaan e l'archeologia pale­stinese, in "Rivista Biblica" 28, 1980, 90-96.

13 Una tappa fondamentale degli studi biblici è rappresentata dalla tesi del Noth che vuole sia esistito uno storico, detto Deuteronomista, il quale avrebbe composto un'opera unitaria che va dal Deuteronomio fino ai libri dei Re. Oggi, da un lato, si tende a porre il problema in maniera più globale: ci si domanda cioè che rapporto ci sia fra i primi quattro libri del Pentateuco e la storia successiva; dall'altro si tende a escludere il Deute­ronomio da questa struttura, facendone una realtà autonoma. Lo scrivente non ha difficoltà ad ammettere l'esistenza di una stesura unica dalla creazione del mondo o dell'uomo fino al 561 a.C. (cfr. SACCHI P., Il più antico storico di Israele: un'ipote­si di lavoro, in Le Origini di Israele, Acc. naz. dei Lincei e Fondazione Gaetani, Roma 1987, 65-86). VAN SETERS preferisce pensare che qualcuno abbia aggiunto i racconti precedenti la conquista all'opera del Deuteronomista solo in un secondo tempo (Der Jahwist als Historiker (Theologische Studien 134), Zürich, Theologischer Verlag 1987).

14 Cfr. GARBINI G., I sigilli del regno di Israele, in "Oriens Antiquus" 21, 1982, 163-176.

15 Cfr. Giudici, 11, 26




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