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Recensione: Dan Brown, Il codice Da Vinci
Messo in linea il giorno Martedì, 30 maggio 2006
Pagina: 1/1


Dan Brown, Il codice Da Vinci

Dan Brown, Il codice da Vinci, Milano, Mondadori, 2003, traduzione di Riccardo Valla; edizione originale The Da Vinci Code, New York, Doubleday, 2003.

Recensione a cura di Edmondo Lupieri.



 

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Già pubblicato in «Delitti di carta», III (2004), pp. 160-165, e visibile anche al sito http://www.giallitudine.it/

Se si vanno a leggere in Internet i commenti dei lettori, soprattutto americani, The Da Vinci Code[1] attualmente in cima alle vendite fra i testi di narrativa, in Italia come negli USA, riceve critiche feroci da alcuni, ma viene salutato da altri addirittura come il libro che ha cambiato la loro vita, permettendo finalmente di capire la verità, della storia umana in generale e della religione cristiana in particolare. Che questo possa avvenire grazie ad un racconto giallo è abbastanza stupefacente e per questo ho voluto leggere fino in fondo un libro che si dipana per 105 capitoli, più un prologo e un epilogo (489 pagine nell'edizione paperback in inglese), e che è attraente all'inizio, ma che si infarcisce sempre più di vere lezioni cattedratiche, da parte di due personaggi che dovrebbero erudire l'eroina e, con lei, i lettori[2]. Infatti, al di là del racconto narrato, ovviamente di fantasia, il libro pretende seriamente di fondarsi su documenti ed eventi storici reali, anche se tenuti nascosti da un complotto secolare, di cui la Chiesa (cattolica) è il prin­cipale artefice.

Premetto che un romanziere, e particolarmente uno scrittore di gialli, deve esse­re assolutamente libero di reinventare la storia e le storie, inserendo complotti dove non sono mai esistiti, creando documenti fasulli (persino Manzoni si inventò un manoscritto d'epoca per il suo romanzo), o supponendo fatti che non ci sono mai stati. Altrimenti, dove andrebbe a finire il gusto stesso di scrivere un romanzo? Tuttavia, il Da Vinci Code, nella premessa non narrativa considera un dato di fatto storico, essenziale per il racconto stesso, l'esistenza, all'interno e prima dell'ordine dei Templari, di un misterioso Priorato di Sion; che sarebbe stato fonda­to a Gerusalemme da Goffredo di Buglione nel 1099. In verità, questo 'Priorato' fu inventato di sana pianta negli anni Cinquanta del secolo appena conchiuso, da un certo Pierre Plantard che, mescolando leggende del Graal e genealogie dei Merovingi, voleva presentarsi come un successore di quegli antichi (ed estinti) re di Francia e per fare questo creò dei falsi documenti poi opportunamente 'risco­perti' nella Biblioteca Nazionale di Parigi. Su questi presunti documenti si fonda­va un altro libro, che una ventina d'anni fa è stato (e sta di nuovo diventando) un best seller, intitolato Holy Blood, Holy Grail [3]. La storia narrata è che il Santo Graal[4] sarebbe in realtà il nome di copertura di Maria Maddalena che, regolarmente sposata e messa incinta da Gesù, gli partorì una figlia, di nome Sara, da cui deri­vò la casa reale francese appunto dei Merovingi. Il legame con la Francia è dato da Giuseppe d'Arimatea, che sarebbe stato uno zio di Gesù, e avrebbe portato la Maddalena incinta "nella comunità giudaica" (sic!) di Francia. Una volta morta la Maddalena, il suo sarcofago, insieme con varie casse di documenti che provano la fallacia della divinità di Gesù, e quindi del cristianesimo come religione, sarebbe diventato "il segreto del Sangue Reale" (Sang Real = Saint Graal!)[5]. Questo sarebbe stato sepolto (non è ben chiaro quando, da chi o perché, ma certo in barba a tut­te le norme di purità giudaiche) addirittura dentro al tempio di Gerusalemme[6], sotto le cui rovine lo avrebbero ritrovato, oltre un millennio dopo e in seguito ad anni di scavi, i Templari... Naturalmente, questa verità nascosta è stata soffocata da una lotta secolare condotta dalla Chiesa (cattolica), che ha sempre tentato di mettere il guinzaglio ad un pugno di indomiti difensori della verità. Così facendo la Chiesa (maschilista) avrebbe anche soffocato quanto restava dell'antica reli­giosità precristiana e dello stesso cristianesimo primitivo, basati sulla centralità delle figure femminili, a livello umano come divino. E su questa 'base storica' a sua volta, si fonda Dan Brown: in un futuro a noi molto vicino, un monaco dell'Opus Dei, che porta il cilicio e si flagella a più non posso, commette una serie di omicidi per aiutare un ingenuo cardinale ad acquisire il segreto del Graal, così da salvare la Chiesa e l'Opus Dei, ormai in disgrazia.

A parte i monaci albini[7] e masochisti, oltre che assassini, ovviamente lecito frutto della fantasia dell'autore, quello che interessa è come il libro presenti il cristianesimo nel suo insieme e la Chiesa in particolare. Farò un paio di esempi. Secondo il libro, tutto il cristianesimo si fonda su un inganno, costruito fonda­mentalmente da Costantino che, agli inizi del quarto secolo, avrebbe definito la divinità di Gesù, cancellando ogni traccia delle 'migliaia' di testi che lo presenta­vano invece come un semplice uomo[8].

“Per fortuna degli storici (sic!) alcuni dei vangeli che Costantino tentò di sradicare riuscirono a sopravvivere. I rotoli del Mar Morto furono trovati negli anni Cinquanta in una grotta presso Qumran nel deserto di Giudea. E, ovviamente, i rotoli copti nel 1945 a Nag Hammadi. Oltre a raccontare la vera storia del Graal, questi documenti parlano del ministero di Cristo in termini assolutamente umani”[9].

A parte l'approssimazione delle date, le grotte a Qumran contenenti rotoli sono almeno undici e non una e quelli di Nag Hammadi sono codici, cioè manoscritti cuciti e rilegati come i nostri libri, e non rotoli. I rotoli del Mar Morto, poi, sono testi prodotti da ebrei e scritti in massima parte in ebraico o in aramaico, senza traccia alcuna di cristianesimo, men che meno della Maddalena o del Graal[10]. I codici gnostici di Nag Hammadi, infine, nella misura in cui sono ancora testi cristiani, lungi dal presentare un Cristo-uomo, sono interessati a esaltare l'assoluta spiritualità di Cristo, inviato celeste che proviene da un Dio superiore allo stesso Dio creatore (quello della Bibbia, che non è il Padre di Cristo, ma gli è inferiore per natura). Fra l'altro, le figure femminili di discepole, effettivamente presenti in alcuni testi gnostici (e fra queste la Maddalena), lungi dal presentare una sopravvivenza del significato profondo della femminilità nel cristianesimo primitivo, raggiungono la salvezza nella misu­ra in cui "diventano (spiritualmente) maschi"! I testi gnostici sono in genere fra quanto di più esplicitamente misogino si trovi nella letteratura cristiana antica (che già non era tanto tenera con Eva e le sue discendenti) e presentarli a difesa dell'importanza delle figure femminili significa semplicemente non averli né letti né capiti[11].

Quanto al fondatore del cristianesimo, direi che al giorno d'oggi l'idea che ab­bia condotto una vita sessuale come quella della maggior parte dei suoi contem­poranei, sia tale da non scandalizzare molta gente e che quindi non sia poi quella gran cosa il presentarla come una verità nascosta da sempre. Tuttavia, nei testi dei primi secoli, anche in quelli eretici, apocrifi, esoterici che dir si voglia, non vi è traccia di nozze fisiche di Gesù con la Maddalena (anche perché quasi tutto quello che abbiamo è stato prodotto da gruppi con forti tendenze ascetiche, che condannavano le nozze fisiche anche ai tempi loro: figurarsi con Gesù). E, soprat­tutto, non si può venire a dire che fra gli ebrei una vita nella continenza fosse im­pensabile (cap. 58). Proprio gli esseni, i probabili autori di buona parte dei rotoli di Qumran, erano suddivisi in due gruppi: gli uni continenti a vita, gli altri che si sposavano soltanto per fare due figli ciascuno[12] e poi cessavano la convivenza con le proprie mogli[13]. Questo fatto macroscopico, però, va contro la tesi di fondo di Brown, e quindi si guarda bene dal parlarne[14].

Se questi furono gli inizi della storia cristiana, il seguito non fu meno tetro. Prendo un esempio dal capitolo 37, dove si raccontano le vicende dei Templari. Secondo Dan Brown,

“in una manovra militare degna della CIA, papa Clemente mandò ordini segreti sigillati, che fossero aperti simultaneamente dai suoi soldati dappertutto in Europa, venerdì 13 ottobre 1307”.

A parte la CIA, si tratta della sciagurata soppressione dei Templari, uno dei più ricchi e potenti ordini religiosi militari della storia cristiana. Il papa, Clemente V era un francese, salito sul soglio pontificio grazie agli intrighi del re di Francia, Filippo il Bello, di cui fu succube per tutto il proprio regno, tanto da spostare ad Avignone (nel 1309) la sede pa­pale e dare inizio alla famosa cattività avignonese (ed essere perciò precipitato all'inferno da Dante). Il fatto è che il papa nemmeno aveva dei "suoi soldati dap­pertutto in Europa" che potessero fare quello che dice Brown. Anzi, il Vaticano, da Brown accusato di aver fabbricato l'intrigo, non era mai stato così debole (il predecessore di Clemente, Bonifacio VIII, solo qualche anno prima si era beccato il famoso ceffone ad Anagni, proprio dai Francesi...). Il colpo di mano, infatti, fu organizzato quel 13 ottobre da Filippo il Bello in persona e solo in territori controllati dai francesi, dove lui cioè, e non il papa, aveva i suoi soldati (si discute persino se il papa fosse stato avvertito della cosa). Fu in novembre che il papa, obbligato da Filippo o convinto dalle confessioni estorte ai Templari con la tor­tura, chiese a tutti i sovrani europei di arrestarli. Persino in Avignone, Clemente cercò di resistere alle pressioni di Filippo e soppresse I'ordine soltanto nel 1312[15].

D'accordo che erano francesi tutti e due, però scambiare il re Filippo con papa Clemente, tanto per mettere in peggior luce la Chiesa, mi pare un po' grossa. Quello che impressiona più negativamente, però, è la volontà da parte di Brown di non dispiacere troppo a eventuali lettori cattolici. Dopo aver presen­tato il Vaticano come la fonte di tutti i mali di questo mondo, anche con figure stereotipate (un anonimo “segretario vaticano”[16], menzionato più volte, è obeso quanto mellifluo), sottolinea qua e là che il Vaticano "è pieno di uomini pii" e, soprattutto, basa la storia sul fatto che il nuovo papa (evidentemente il successore dell'attuale) si dimostra in modo inatteso un progressista, che vuole addirittura liberare il Vaticano dall'Opus Dei.

Saremmo quasi tentati di fare gli auguri a Dan Brown, che, anche se è stato pessimo storico, almeno sia un po' profeta: lasciando ad altri il giudizio sull'Opus Dei (che, a questo punto della storia del cristianesimo, mi pare francamente ineliminabile), si può sempre sperare nel progressismo del prossimo papa. Il fatto che intristisce, però, è che il tutto sia semplicemente il prodotto di un calcolo di mercato. Della storia in generale e di quella del cristianesimo in particolare, non importa un fico secco a nessuno; l'importante è creare un racconto scandalistico e partigiano, con una strizzatina d'occhio al femminismo e un contentino persino al cattolicesimo, purché progressista. La domanda finale da porci, allora, è questa: senza tutte le sue balle storiche gabellate come grandi rivelazioni, il Da Vinci Code regge come racconto? E, soprattutto, venderebbe i milioni di copie che vende?


[1] Dan Brown, The Da Vinci Code, New York, Doubleday, 2003 (trad. it.: Il codice Da Vinci, Milano, Mondadori, 2003).

[2] Trovo preoccupante che uno degli eroi, docente addirittura ad Harvard e specialista in molte cose, comprese le lingue semitiche, ad un certo punto del racconto (cap. 71) non riesca a leggere delle frasi in inglese, poiché sono scritte a rovescio (come appunto scriveva talora Leonardo da Vinci), e pensi invece a qualche misteriosa lingua mediorientale. Lo stesso personaggio, però, ci erudisce anche con le sue conoscenze di latino, quando dice: "La parola latina Haereticus significa scelta” (sic) (cap. 55; qui e in seguito la traduzione dall'inglese è mia).

[3] M. Baigent, R. Leight e H. Lincoln, Holy Blood, Holy Grail, New York, Dell, 1983.

[4] Le leggende sul Santo Graal appaiono nel XII sec. e narrano del calice dell'ultima cena, che sareb­be anche quello in cui Giuseppe d'Arimatea avrebbe poi raccolto il sangue scaturito dal costato di Gesù crocifisso. Inutile dire che di questo calice col sangue di Gesù non esiste traccia nelle fonti più antiche (né pare logico pensare che i Romani tollerassero la cosa durante l'esecuzione di un condannato a morte, anche ammesso che vi fosse un ebreo disposto a contaminarsi col sangue di un moribondo). Tuttavia la leggenda ebbe enorme diffusione a partire dagli ultimi secoli del Medio Evo, quando divenne una specie di versione religiosa dei romanzi cavallereschi: in essa, infatti, l'oggetto della ricerca del cavaliere, non era una donna o la ricchezza, ma appunto il calice col sangue di Cristo, calice a cui soltanto un cavaliere maschio e vergine poteva avvici­narsi (e quindi il pur valoroso Lancillotto, date le notorie avventure con Ginevra, ne fu escluso). Si pensa che la leggenda sia sorta in ambiente monastico, forse benedettino, come una risposta cristiana ai racconti considerati peccaminosi delle Chansons de gestes, e non vedo proprio come possa essere ragionevolmente considerata una traccia di un'antica esaltazione della femminilità (per cui vedi oltre).

[5] Così è narrato in sintesi da Dan Brown nel cap. 60. Quanti si interessassero di esegesi del Nuovo Testamento saranno lieti di sapere che, fra i documenti del Graal c'è pure il 'Documento Q' (cioè una fonte che molti studiosi suppongono sia stata usata da Matteo e da Luca per la composi­zione dei loro vangeli); a detta di Brown, questa sarebbe stata probabilmente scritta da Gesù di suo pugno: "Perché Gesù non avrebbe dovuto tenere un diario del suo ministero? Quasi tutti lo facevano a quei giorni". Tutti chi, in un mondo di analfabeti? E in che lingua l'avrebbe scritto Gesù? Se in ebraico, o aramaico, davvero sarebbe una scoperta sconvolgente, per la storia della cultura dell'intero bacino del Mediterraneo.

[6] O magari, dopo la distruzione del 70 d. C, sotto il naso della guarnigione romana rimasta di guardia?

[7] Potrebbe essere una citazione da Il nome della rosa? Comunque, secondo Brown, anche Noè era un albino; parola di un futuro cardinale dell'Opus Dei.

[8] A Costantino si dovrebbe anche il fatto che i vangeli canonici sono solo quattro sugli "oltre ottanta" che sarebbero esistiti (cap. 55): mai sentito parlare di Ireneo e delle sue discussioni sul perché i vangeli siano proprio quattro, non di più, non di meno? Ireneo visse alla fine del secondo secolo...

[9] Cap. 55.

[10] In alcuni minuscoli frammentini greci emersi dalla grotta n. 5, qualcuno ha voluto vedere dei testi cristiani. Tale tesi si fonda su una lettura erronea del frammento principale ed è oggi scre­ditata fra gli studiosi seri, ma in ogni caso si tratterebbe di frammenti del vangelo di Marco e di un paio di lettere di Paolo: quindi sarebbero comunque tutti e soli testi canonici.

[11] Dan Brown cita anche, con lievi parafrasi, due passi di due vangeli gnostici, il Vangelo di Filippo e il Vangelo di Maria, in cui Gesù è detto "amare la Maddalena più degli altri discepoli". En­trambi i testi (purtroppo il secondo è ridotto in frustoli) possono risalire a originali del II-III sec. e, pur non dicendo nulla di nozze di Gesù e della Maddalena (e men che meno di loro figli o figlie), riflettono con ogni probabilità polemiche fra vari gruppi cristiani sulla presenza di leadership spirituale femminile (sono noti soprattutto i casi di profetesse) dentro alle comu­nità. Che una Maria Maddalena, insieme con altre donne, sia potuta essere storicamente una discepola di Gesù, o comunque un membro della cerchia ristretta dei suoi fedelissimi, non pare un problema per nessuno; che sia stata anche la moglie di Gesù, è un po' dura da dimostrare.

[12] Così da ottemperare all'ordine biblico di 'moltiplicarsi'.

[13] Come quasi sempre in una società patriarcale, le norme religiose riguardano i fedeli maschi, giacché le donne hanno scarsa voce in capitolo (si pensi al comandamento `Non desiderare la donna d'altri', che certamente non presuppone una società matriarcale, nonostante la sua an­tichità precristiana). Tuttavia in Egitto esisteva un gruppo di ebrei asceti, detti Terapeuti, dove anche le donne vivevano castamente in una specie di convento, accanto a quello maschile.

[14] Il che, forse, non è un male; così ci siamo risparmiati l'inserimento, accanto a gnostici, templa­ri, massoni, rosacrociani e via dicendo, almeno degli esseni (la qual cosa invece accade spesso altrove, ad esempio nel gialli della Abécassis).

[15] E l'ultimo Gran Maestro fu bruciato 'soltanto' nel 1314.

[16] Non si capisce se Brown intenda riferirsi al responsabile della Segreteria di Stato o al segretario personale del papa o a qualche altra figura; ma forse queste quisquilie da Annuario Pontificio non lo interessano.


 
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