G. Segalla, Il Quarto Vangelo come storia
Data: Sabato, 02 gennaio 2016 @ 14:00:00 CET
Argomento: Recensioni e schede bibliografiche


Giuseppe Segalla, Il Quarto Vangelo come storia, Bologna, EDB, 2012.

Recensione a cura di Fabio Cigognini.



 

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Il libro che qui proponiamo all’attenzione dei nostri lettori era, in origine, parte di un progetto molto impegnativo: un’introduzione al quarto Vangelo suddivisa in tre parti. L’autore, noto biblista italiano, purtroppo è deceduto prima di potere portare a compimento l’ambizioso progetto. È lui stesso, però, ormai malato, come testimonia nella Presentazione il direttore emerito delle EDB Alfio Filippi - che, oltre a rendere note le vicende che hanno accompagnato la pubblicazione del volume traccia anche un breve profilo di Giuseppe Segalla - ad autorizzare la stampa del testo “perché è un argomento compiuto”. Dunque, ciò che il lettore si trova tra le mani è in realtà la prima parte di un’opera molto più vasta e articolata, il cui piano generale è consultabile in quanto riportato dopo l’Introduzione. Questa premessa era doverosa poiché, se da una parte il libro è senz’altro leggibile come opera indipendente, dall’altra, almeno in alcuni punti che cercheremo di evidenziare, esso sembra risentire della sua particolare caratteristica.

Dopo la Presentazione, di cui abbiamo già parlato, troviamo una breve Introduzione volta a mettere in luce non solo la particolare attenzione che il quarto Vangelo ha saputo attirare su di sé da parte della ricerca attuale, ma soprattutto le metodologie che sono state utilizzate da parte degli studiosi: storico-critica, letteraria e teologica. A tal proposito, Segalla ricorda che se in passato, a seconda dei momenti, si è privilegiato un metodo a scapito degli altri, oggi la tendenza è quella di integrarli; tale prospettiva, abbracciata dall’autore, sarebbe giustificata dal testo medesimo del quarto Vangelo che deve essere considerato al tempo stesso come espressione della storia di Gesù e della comunità giovannea, come opera letteraria di alto livello ed infine come “storia semiotizzata, cioè teologica”. Senza dimenticare poi che “le varie metodologie sono state assunte dall’ermeneutica, vale a dire dal lettore che studia il testo, per ricavarne un significato attuale”.

Dopo l’introduzione viene esposto il piano originario dell’intera opera, la cui prima parte funge qui da indice generale del presente volume, che si articola in quattro brevi ma densi capitoli.

Il primo capitolo ha come titolo Storia di Gesù e sua redazione attraverso una tradizione orale e scritta. Si tratta del capitolo in cui viene, almeno implicitamente, giustificato il titolo stesso del libro che sembra, a prima vista, contrastare con la visione tradizionale dell’esegesi scientifica, secondo cui, in generale, il quarto Vangelo nella sua globalità - prescindendo dunque da singoli aspetti - sarebbe difficilmente utilizzabile come fonte storica, soprattutto quando esso viene paragonato ai Sinottici. Sorge però, a questo punto, l’esigenza di giustificare in che senso il quarto Vangelo sia “storia”. Segalla lo fa a partire dalla distinzione tra storia (history) e racconto (story), per cui “il racconto (story) giovanneo si può considerare fondamentalmente storico, cioè fondato su una tradizione storica, non solo per il protagonista, Gesù di Nazaret (Gv 1,45-46; 6,42), ma anche per la sua collocazione in uno spazio-tempo plausibile, com’è dimostrato dall’archeologia; […] Fatti e discorsi […] contengono un aggancio più o meno forte con la tradizione di Gesù, com’è dimostrato dal suo innegabile rapporto con la tradizione sinottica. Come lo stesso autore onestamente confessa (Gv 2,22; 12,16) il Gesù storico vi è interpretato alla luce della resurrezione, ed è perciò un Gesù espressamente post-pasquale, ma è l’interpretazione illuminata di un evento storico originario e non un racconto fittizio”. Questa posizione ermeneutica, che potremmo definire “moderata”, sottrae l’esegeta dal pericolo di incorrere in quella che Segalla stesso chiama “l’illusione neopositivista”, la prospettiva cioè che ricerca in modo meticoloso i “fatti oggettivi” e per la quale il nostro Vangelo “non sarebbe storico e perciò non utilizzabile in una storia di Gesù”. Contemporaneamente, però, la chiave interpretativa fatta propria dal nostro autore evita anche quella che lui stesso denomina come “l’illusione fondamentalista” la quale, ignorando che ogni racconto implica di per sé un’interpretazione dei fatti narrati, tende ad identificare “racconto” e “storia”.

Alla luce di quanto precisato, l’esegeta italiano può concludere che “la storia di Gesù avvenuta nella Palestina degli anni ’30, testimoniata dal Discepolo Amato nel quarto Vangelo, è una selezione di ciò che Gesù ha detto e fatto (Gv 20,30), tramandata in una lunga tradizione orale che si serviva anche della mnemotecnica e forse di raccolte di detti e di ‘segni’, redatta in ambiente ellenistico, che riflette alcuni tratti della comunità in cui e per cui è stata scritta. La storia di Gesù tramandata e narrata continua nella storia di una comunità che vi si rispecchia e continuerà nella più ampia comunità cristiana”.

Il capitolo secondo è intitolato I garanti di questa storia e la loro identità. Sostanzialmente, in questa parte del libro, l’autore tenta di fornire una risposta ad un duplice interrogativo: chi è all’origine del quarto Vangelo e chi ne è l’autore. A tal proposito, Segalla ricorda ai lettori che la ricerca più recente, in modo particolare per merito di Martin Hengel, è orientata a riprendere la tesi - che fu già di Adolf Von Harnack - in base alla quale l’autore del nostro Vangelo sarebbe un discepolo anonimo di Gesù, che andrebbe identificato col presbitero Giovanni di cui parla Papia, che coinciderebbe poi con il redattore della seconda e terza Lettera di Gv. Il nostro autore prende le distanze da tale tesi, formulandone una alternativa che consiste nella “distinzione fra un testimone originario e l’evangelista […] in contrasto con quella tradizionale che identifica l’evangelista con l’apostolo Giovanni e con quella opposta, radicale, che considera il Discepolo Amato solo una finzione letteraria”. Gran parte del capitolo è dedicato all’approfondimento e alla dimostrazione di tale presa di posizione, prima dal punto di vista narrativo, poi da quello storico- critico. L’ultima parte di esso, invece, è destinata ad affrontare altre due domande impegnative, cioè chi sia il Discepolo Amato e come venire a capo di un ulteriore enigma: l’anonimato dell’evangelista. Testimonianze esterne - in modo particolare Ireneo -, interne - scaturite dall’analisi sintetica da parte dell’autore dei testi in cui compare la misteriosa figura del Discepolo Amato - ed infine “la prova per esclusione”, proposta per la prima volta da B.F. Westcott nell’800, inducono lo studioso veneto a ritenere che “nonostante i molti dubbi della critica […] sembra ancora probabile che il Discepolo Amato vada identificato con Giovanni figlio di Zebedeo”. Per quanto riguarda invece l’anonimato dell’evangelista, “in questo […] coerente con l’anonimato del Discepolo Amato e con quello degli altri tre evangelisti, cui si diede un nome per distinguere i quattro Vangeli nella lettura liturgica comunitaria, mentre usualmente venivano considerati nel loro insieme quali memorie degli apostoli, come attesta Giustino”, la disamina di Segalla intreccia la questione del rapporto tra lo stesso evangelista ed il suo testimone originario di riferimento, vale a dire il Discepolo Amato che, come detto, costituiscono i due garanti del Vangelo di Gv”. In conclusione i due garanti , il Discepolo Amato e l’evangelista, ambedue anonimi, rivelerebbero qualche tratto del loro volto: quello dell’apostolo Giovanni e quello di un autorevole rappresentante della comunità giovannea, l’uno ebreo di lingua aramaica, l’altro ebreo - cristiano di lingua greca”. Va precisato però che su questo argomento l’autorevole biblista sembra concedere qualcosa alla tesi hengeliana, accettata da molti specialisti del quarto Vangelo: “Si può pensare che il Discepolo Amato stia all’origine della tradizione giovannea e l’evangelista sia un suo discepolo, colui che ha fondato la comunità giovannea, che andrebbe perciò identificato con il ‘presbitero’ di 2-3Gv”.

Escludendo quello conclusivo che, come si dirà, ricopre più che altro una funzione di sintesi riassuntiva del lavoro, il capitolo terzo è il più breve dell’intero volume e porta come titolo Le coordinate spazio-temporali. Come è intuibile, e come anche l’autore afferma esplicitamente, si tenta qui di rispondere al seguente quesito: “Dove e quando fu scritto il quarto Vangelo?”. Cominciando dalla questione cronologica, Segalla si dimostra incline ad accettare la tesi sostenuta dalla maggioranza degli esegeti, che colloca il Vangelo giovanneo tra il 90 e il 100, non trascurando però di accennare al fatto che gli argomenti di coloro che sostengono una datazione prima del ’70 - in modo particolare J.A.T. Robinson e, più di recente, Klaus Berger - “potrebbero essere validi per la tradizione giovannea”. Purtroppo, in questa sede, il nostro studioso non approfondisce ulteriormente la questione, limitandosi all’ambigua formulazione che abbiamo riportato. Forse si era proposto di farlo nel prosieguo della sua opera? Scorrendo il “Piano generale” si potrebbe ritenere la cosa come probabile. In ogni caso, questo potrebbe costituire un esempio valido di come alcune questioni rimangano necessariamente in sospeso, dato il particolare carattere del presente volume. Per quanto concerne poi il luogo di redazione del quarto Vangelo, Segalla propende per Efeso.

Il quarto capitolo approfondisce Le coordinate culturali e religiose, che sono fondamentalmente due: quelle biblico-giudaiche della tradizione e quelle greco ellenistiche dei destinatari. Se da una parte il Vangelo di Giovanni è pienamente inserito nella storia e nella cultura giudaica, dall’altra è un documento che testimonia dell’incontro di tale cultura con quella greco ellenistica e, in tal senso, si inserisce all’interno di un processo che lo precede e che Segalla fa cominciare nel III sec. a.C. con la traduzione detta dei LXX, processo che trova nella letteratura sapienziale più recente una tappa fondamentale e che si svolge nei termini di “un confronto critico (Siracide) o simpatetico (Sapienza)”. La scelta del greco - più precisamente della koinè, il greco “comune” parlato in tutto il bacino del Mediterraneo, paragonabile, come lo stesso Segalla evidenzia, all’inglese di oggi -, è al riguardo molto significativo. Il tratto distintivo del quarto Vangelo si riscontrerebbe, però, in un utilizzo che potremmo definire “strumentale” di entrambe le matrici culturali: ciò che permette una loro ripresa al tempo stesso critica e creativa è la persona storica di Gesù che costituisce in ogni caso la chiave ermeneutica a partire dalla quale l’autore del Vangelo rilegge la storia del popolo di Israele e si confronta con la cultura dei lettori. L’ultima parte del capitolo indaga il legame del quarto Vangelo con la letteratura giovannea, la tradizione sinottica e quella paolina.

Il capitolo quinto, Conclusione generale: la storia di Gesù nella storia universale, come si può arguire dal titolo stesso, è un breve capitolo con funzione di sintesi.

Non è semplice dare una valutazione critica di un’opera come questa. Cominciando da quelli che io reputo essere i punti a suo favore, è possibile anzitutto evidenziare che il testo qui presentato può costituire un’agile introduzione al quarto Vangelo: redatto con un linguaggio semplice ed accessibile a tutti, è particolarmente indicato per coloro che approcciano per la prima volta un’opera così complessa e discussa come il Vangelo di Gv; d’altro canto, come abbiamo cercato di evidenziare sopra, alcune prese di posizione da parte dell’autore, che si discostano dall’orientamento generale della ricerca, risulterebbero senza dubbio interessanti anche per i lettori più esperti. Si aggiunga poi che la chiarezza dell’esposizione non pregiudica minimamente il contenuto dell’opera: i problemi principali affrontati dalla critica sono puntualmente esposti e le tesi sostenute vengono approfondite combinando sintesi e rigore critico.

Il punto più ostico riguarda a mio parere il concetto di “storia” a cui Segalla fa riferimento. Non essendo questo certamente l’ambito per approfondire in modo adeguato un problema così complesso, mi limito ad osservare semplicemente che l’insigne biblista italiano adotta una concezione della “storia” che si potrebbe qualificare come “estremamente ampia”, imperniata sulla categoria di “storia semiotizzata, teologica”: una vicenda storica originaria (history) - quella relativa alla persona di Gesù di Nazaret -, trova la sua rappresentazione in un racconto (story) in cui narrazione e interpretazione teologica sono fortemente intrecciate. Ora, se l’onestà intellettuale dell’autore è fuori discussione, in quanto, pur nella brevità dello scritto, molto è dedicato alla precisazione della propria prospettiva ermeneutica e metodologica, la domanda decisiva che sembra non ricevere una risposta adeguata sembra essere la seguente: fino a che punto, stando le cose nei termini sopra precisati, il quarto Vangelo può essere utilizzato come fonte storica? In altri termini: fino a che punto è possibile ancora districare, a partire dalla trama narrativa che l’autore del Vangelo ci consegna, i fili dell’interpretazione teologica da quelli degli eventi reali? Perché se è vero, come Segalla stesso evidenzia, che è cosa doverosa prendere le distanze dal “paradigma positivista”, è altrettanto certo che il rischio di cadere nel paradigma opposto, quello che il nostro autore definisce come “fondamentalista”, è tutt’altro che scongiurato. Ed è proprio qui, a mio parere, nella mediazione tra queste due vie estreme, che il lavoro dell’esegeta - che non abbia rinunciato alla centralità della dimensione storica! - dovrebbe concentrarsi: il tramonto dell’illusione positivista di un”’interpretazione oggettiva”, “pura”, scevra da qualsiasi tipo di influenza socio-culturale o psicologica, non dispensa lo storico e l’esegeta dalla fatica di distinguere gli eventi dalle interpretazioni successive. Leggendo il presente lavoro, invece, si riceve a tratti l’impressione che tale operazione non sia considerata centrale, a favore invece di una prospettiva che tende a considerare l’interpretazione dell’evangelista, nel suo complesso intreccio di storia, narrazione e teologia, già “sufficientemente storica”. Detto altrimenti: benché la dimensione storica non sia ignorata da Segalla, il fatto che il racconto giovanneo sia ancorato ad un evento storico reale è senza dubbio condizione necessaria, ma non ancora sufficiente per assumere tale narrazione come “storica”, nell’accezione che normalmente tale termine riceve. Ciò assodato, mi sembra corretto ripetere ancora una volta che qualsiasi critica deve essere accolta col beneficio del dubbio: poiché il presente testo costituisce solo la parte introduttiva di un’opera più vasta, non ci è dato di sapere con sicurezza se l’autore avrebbe approfondito o meno alcuni temi successivamente, nei volumi rimasti incompiuti, replicando così in modo implicito alle critiche mossegli. Noi, dal canto nostro, abbiamo cercato di analizzare il libro considerandolo come “opera compiuta” e quindi fruibile autonomamente: cosa, peraltro, ammessa esplicitamente dallo stesso Segalla.







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