Nicolotti, Sindone (recensione)
Data: Venerdì, 19 febbraio 2016 @ 00:26:21 CET
Argomento:


Andrea Nicolotti, Sindone: storia e leggende di una reliquia controversa, Torino, Einaudi, 2015. Recensione.


Tratto da «Il Regno - Attualità» 6 (2015), p. 400.

Francesco Pieri

Siamo di fronte alla ricerca di un valente storico del cristianesimo, che ha già al suo attivo numerosi saggi importanti. Le minuziose ricerche di prima mano condotte nei fondi archivistici del Vaticano, di Torino, Chambéry, Digione, Troyes, Grenoble e altri ancora, avrebbero permesso ad Andrea Nicolotti di presentare un volume dalla mole almeno doppia sul ricchissimo materiale raccolto. Da sei anni il suo interesse si è infatti rivolto al lenzuolo custodito nel Duomo di Torino, su cui ha già presentato vari studi e articoli per confutare le teorie dello storico (dilettante) Ian Wilson, il quale collegava il presunto arrivo in Occidente da Costantinopoli della Sindone alle vicende dell’Ordine dei templari, identificandola con l’antichissima e venerata immagine del Mandylion di Edessa e Costantinopoli.
L’interesse per la Sindone di Torino deriva dalla sua dettagliata corrispondenza, impossibile a interpretarsi come casuale, alla passione di Gesù come descritta nei Vangeli. La definizione più appropriata rimane quella di «veneranda icona di Cristo», usata il 13 ottobre del 1988 dal card. A. Ballestrero. Presentando gli esiti della datazione effettuata dai laboratori di Oxford, Zurigo e Tucson (313) mediante l’esame dell’isotopo radioattivo del C14 di un campione del lino sindonico, egli ebbe a dire: «Nel rimettere alla scienza la valutazione di questi risultati, la Chiesa ribadisce la sua venerazione… verso la Sindone, nella quale il valore dell’immagine è preminente rispetto all’eventuale valore di reperto storico».
Dal 1988 i sostenitori dell’autenticità continuano a reagire all’accettazione della radiodatazione, tentando di confutarla. Un’ulteriore serie di ipotesi cerca anche di spiegare alla luce di particolari eventi fisico-atomici la natura – tuttora non chiarita – dell’impronta e l’alterazione della materia che renderebbe inapplicabile il metodo della radiodatazione: ne tratta il divertentissimo paragrafo conclusivo dedicato alla «sindonologia» del XXI secolo, dal titolo «Terremoti, laser, fulmini e Big Bang» (335-338), zeppo di ipotesi che rimanderebbero a fenomeni irripetibili, tutti in qualche modo connessi alla risurrezione.
Nel caso della Sindone le scienze «dure» della natura e della tecnologia di produzione si accordano con quelle (a torto ritenute) più «molli» dell’archivistica e della storiografia: la datazione radiocarbonica è del tutto compatibile con l’inizio della documentazione – assai vasta – riguardante le tappe del lenzuolo dalla sua comparsa, ai suoi spostamenti, alla tardiva promozione del suo culto. Nicolotti aggiunge ora l’osservazione, difficilmente oppugnabile, secondo cui la lavorazione del telo sindonico presuppone l’impiego di un tipo di telaio «probabilmente introdotto nel sec. XIII» e questo spiegherebbe perché «finora non è mai stato riscontrato in tutta l’antichità un tessuto tecnicamente simile a quello sindonico» (57).
C’è insomma più di un motivo per ritenere che, se davvero non fosse in gioco – anche inconsapevolmente – la segreta speranza di possedere una reliquia di Gesù che sia al contempo il documento della sua «vera immagine», della quale tutta l’antichità ha lamentato la mancanza e il Medioevo ha costruito innumerevoli palliativi nei vari culti del volto santo e della Veronica, se si trattasse insomma di qualsiasi altro reperto nessuno da tempo s’ingegnerebbe più a dedicarvi ricostruzioni spericolate.
Fino all’inizio del XVI sec., il culto di devozione alla Sindone è stato tutt’altro che pacificamente accettato dall’autorità ecclesiastica. Dal dopoguerra il Telo ha cessato di appartenere a casa Savoia, dopo aver svolto essenzialmente una funzione di «reliquia dinastica» (241s), ed è oggi custodito dalla Chiesa. Dalla fine degli anni Settanta assistiamo a una promozione con frequenza ed enfasi crescente della sua venerazione. Tra l’ultima ostensione «monarchica » e la prima del postconcilio intercorsero infatti ben 45 anni; dal 1978 vi sono state 5 ostensioni e 3 ostensioni televisive. Nel 1976 l’Ufficio liturgico della diocesi di Torino aveva suggerito, senza successo, di abolire la festa della Sindone integrandola nei riti della Settimana santa. Oggi anche la memoria liturgica della Sindone è stata elevata al grado di festa per la cattedrale di Torino.
Durante l’ostensione privata del 13 aprile 1980, Giovanni Paolo II definì la Sindone una singolare testimonianza «della Pasqua, della passione, della morte e della risurrezione. Testimone muto, ma nello stesso tempo sorprendentemente eloquente»; partecipando poi all’ostensione del 1998, lo stesso pontefice ne parlò come di una «provocazione all’intelligenza », ribadendo peraltro la piena libertà della ricerca «senza posizioni precostituite… con libertà interiore e premuroso rispetto sia della metodologia scientifica, sia della sensibilità dei credenti» (329).
Come Nicolotti correttamente ricorda, la stessa Chiesa cattolica prescrive di verificare l’autenticità delle reliquie, ritirandole dalla venerazione dei fedeli qualora esse risultino dubbie: quindi una sana e positiva critica dei culti è stata spesso promossa anche laddove questi erano sostenuti da una certa tradizione e vox populi. Riguardo a questa linea, la Sindone sembra godere di uno statuto del tutto particolare, essendo «trattata nella pratica come una reliquia, ma ufficialmente come un’immagine sacra » (332).
Sembra ormai forte, ai nostri giorni, il rischio di scontare il prezzo di una certa ambiguità. La devozione popolare è stata enormemente favorita – nell’età dell’immagine e della comunicazione – da una diffusione senza precedenti delle sue riproduzioni fotografiche nelle varie ri-elaborazioni oggi tecnicamente possibili, da una massa di informazioni di valore assai disuguale e scarsamente controllabili. Anche l’auspicio di una libera ricerca sul Telo, più volte espresso dallo stesso magistero pontificio, non è stato finora completamente attuato.
«Dalla fine degli anni Ottanta a oggi la sindonologia ha continuato a produrre studi che si sono esponenzialmente accresciuti, senza che sia mai più stato concesso di accedere» all’oggetto di studio (266): fervono le ipotesi e le ricostruzioni, mancano completamente le analisi dirette. Si vedano le critiche documentate di Nicolotti alle analisi mediante i pollini ricondotte a Max Frei-Sulzer, sulla cui base si è preteso di ricostruire non solo l’antichità, ma anche gli spostamenti geografici della Sindone (cf. 267-269). Si pensi alle monete romane (cf. 326) o alle scritte in varie lingue (cf. 336) identificate da altri sempre a partire da fotografie, mai dal reperto: pretese dimostrazioni che non riescono neppure a imporsi all’evidenza di un singolo studioso differente dal loro ideatore.
Il grandioso coinvolgimento mediatico e il movimento di pellegrini generato dalle ostensioni rende ormai assai più difficile quell’obiettività fatta anche di distacco emotivo rispetto all’oggetto, che è il presupposto necessario di ogni indagine scientifica. Effetto anche dell’eccessivo valore implicitamente apologetico di cui la Sindone è stata caricata nella pastorale, fino a farne la quasi-prova della risurrezione: un evento che sfugge invece di per sé a ogni riscontro sperimentale, proprio a motivo della sua unicità e irripetibilità storica.
Dalla lettura di questo libro si esce con l’auspicio che non sussistano più riserve di sorta agli esami più completi e alla pubblicazione dei loro risultati, mettendo finalmente a frutto il grandioso progresso che le molteplici tecniche d’indagine oggi disponibili hanno conosciuto negli ultimi trent’anni. Per consentire ciò, oggi più ancora che negli anni Ottanta, sarebbe opportuno mettere più esplicitamente al centro la categoria della «venerabile icona» ribadendo una volta per tutte che la venerazione ecclesiale si rivolge alla «narrazione» sindonica piuttosto che all’oggetto in sé.








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