A. Destro, M. Pesce, Il racconto e la scrittura
Data: Sabato, 02 aprile 2016 @ 20:00:00 CEST
Argomento: Recensioni e schede bibliografiche


Adriana Destro, Mauro Pesce, Il racconto e la scrittura. Introduzione alla lettura dei Vangeli. Roma, Carocci, 2014.

Recensione a cura di Fabio Cigognini.



 

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Il volume che qui presentiamo, scritto da Adriana Destro, professore ordinario di Antropologia culturale all'università di Bologna e da Mauro Pesce, ordinario di Storia del Cristianesimo presso l’ateneo emiliano, può considerarsi una sorta di “aggiornamento dei metodi di analisi” dei Vangeli, come indicano gli stessi autori nel paragrafo conclusivo del testo.

Dopo una breve Introduzione, nella quale sono illustrati i presupposti e le tesi principali che saranno oggetto di approfondimento, il libro si suddivide in due parti.

La prima, che consta di quattro capitoli, ha come titolo La trasmissione di notizie e di testi. Il lettore ha subito l’impressione di essere introdotto in una serie di argomenti la cui analisi e precisazione non è solitamente oggetto di attenzione principale negli studi esegetici. Che cos'è un testo? Quali sono i suoi obiettivi? Quali e quanti sono i livelli di analisi a partire dai quali è possibile decostruire un testo? In uno studio scientifico sulla natura dei Vangeli e sulla loro attendibilità storica questi interrogativi non possono essere elusi. Gli autori, da parte loro, scelgono di analizzare i testi da una prospettiva molteplice, finalizzata a penetrarli sin negli strati più profondi e latenti. Nel fare questo, “ovviamente le analisi storiche, sociologiche e antropologiche devono tenere conto dell’organizzazione superficiale del testo. Ma l’analisi letteraria non può costituire lo scopo principale e finale dell’indagine”. In tale ottica, dunque, il discorso di Destro/Pesce si dipana a partire dalle fonti a disposizione per lo studio storico della figura di Gesù: “I quattro vangeli - considerati ad un certo momento canonici - e il vangelo di Tommaso rappresentano la base più importante per uno studio della vicenda di Gesù, perché sono testi ampi che, nella loro forma finale, ci sono pervenuti sostanzialmente completi”. D’altra parte, oggi non è più possibile ignorare che “tutti gli scritti di seguaci di Gesù dei primi due secoli (indipendentemente dal fatto che siano stati considerati poi canonici) sono fondamentali. Infatti, solo se prendiamo in considerazione tutti questi scritti possiamo renderci conto della pluralità di correnti e di raggruppamenti dei seguaci di Gesù”. Dunque, le classificazioni dei testi scritti dai seguaci di Gesù nei primi due secoli - Nuovo Testamento, Padri apostolici, Apocrifi, Scritti gnostici, Apologisti - , formulate nel corso dei secoli successivi per diverse ragioni, che hanno conferito agli uni “un’aura di positività e autorevolezza”, mentre agli altri “un carattere di marginalità, insignificanza storica o eterodossia” -, devono essere fortemente relativizzate quando si adotti una prospettiva di analisi strettamente storica, che esige invece uno studio comparato degli scritti protocristiani. Quando questo avviene la conseguenza principale consiste nel fatto “che i quattro vangeli considerati canonici ci appaiono come elementi letterari immersi in una variegata trasmissione di flussi orali e di singoli scritti, molti dei quali perduti o pervenuti solo frammentariamente. In questa visione, le lettere di Paolo e i quattro vangeli (dichiarati solo ad un certo momento canonici) non sono alla base di tutti gli altri scritti protocristiani”. Il testo finale, poi, riflette sempre l’ambiente in cui è stato composto - nel caso degli scritti protocristiani quello ebraico e greco ellenistico -, risponde sempre ad uno scopo in forza del quale i redattori selezionano ed elaborano il materiale a loro disposizione ed è sempre il risultato di processi complessi. 

L’attenzione dei nostri autori si concentra in modo particolare sui Vangeli, per individuare quattro fasi di trasmissione: 1) La condivisione delle vicende di Gesù da parte dei suoi seguaci quando questi era ancora in vita; 2) La morte di Gesù, che costringe ad un radicale ripensamento della sua storia; 3) Trasmissione orale e prima comparsa di scritti utilizzati per la predicazione concernenti perlopiù raccolte dei suoi detti e delle sue opere; 4) Redazione dei Vangeli.

Se da un lato tali fasi di trasmissione sono largamente accettate da storici ed esegeti, dall'altro uno dei punti di forza del presente volume consiste, a mio parere, nella sottolineatura decisiva di alcuni aspetti che raramente vengono presi in considerazione o che comunque vengono affrontati trascurando la complessità della loro articolazione. È così che Destro/Pesce evidenziano il dato decisivo per cui l’oralità e la scrittura non possono essere concepite alla stregua di due fasi dipendenti, tali per cui la seconda sostituirebbe ad un certo punto la prima, ma come due modalità di trasmissione che tendono a sovrapporsi: dunque, in una prima fase, quando l’oralità è dominante, si avverte in ogni caso la necessità di cominciare a mettere per iscritto l’ampio flusso di materiale circolante; successivamente, cioè anche dopo la redazione dei Vangeli, la trasmissione orale non cessa di esistere. L’attenzione dei due autori si concentra inoltre sulla natura dei flussi di trasmissione e sul rapporto che intercorre tra questi e le esperienze vissute direttamente dai testimoni oculari, quando Gesù era in vita: “Non bisogna pensare che tra le esperienze vissute insieme con Gesù e i racconti che le tramandarono e poi la messa per iscritto di questi raccontaci sia un processo lineare e senza trasformazioni significative. La morte di Gesù rappresenta, infatti, un momento di interruzione e di modificazione traumatica della trasmissione e un re-inizio. Questa modificazione è motivata dal fatto che, per cercare un senso all'uccisione di Gesù, si avviò una reinterpretazione, in varie fasi, di tutto quello che era accaduto prima”. E ancora: “Prima che i vangeli fossero scritti i singoli flussi tramandavano informazioni su Gesù abbastanza indipendenti, probabilmente perché avevano origine geografica diversa e per un tempo non breve non furono in contatto tra loro”; questo comporta che “la sua vicenda originaria si era sbriciolata, da subito, in segmenti svincolati dai momenti e dai luoghi in cui i singoli eventi si erano svolti”. Gli autori dei Vangeli raccolgono ed elaborano il materiale a loro precedente in funzione dei loro lettori e del taglio teologico proprio di ciascuno di essi, inserendo le informazioni di cui si servono in una cornice spazio-temporale dotata di senso dal punto di vista narrativo: è il “processo di messa in racconto”.

La disamina degli autori si fa ancor più interessante quando i concetti di “memoria” e “tradizione” sono fatti oggetto di analisi critica. Per quanto concerne il tema della “memoria”, le osservazioni contenute nel presente volume sono particolarmente pertinenti poiché, come ricordano gli autori stessi, esistono dei significativi tentativi, nel campo degli attuali studi esegetici - su tutti quelli compiuti da parte di James J. Dunn e Richard Bauckham - di recuperare l’attendibilità storica dei Vangeli fondandola proprio sull'affidabilità generale della memoria delle informazioni trasmesse. Ora, se il pregio di queste ricerche e di questi studi è rappresentato senza dubbio dal fatto di avere attirato l’attenzione sui diversi processi di funzionamento che contraddistinguono “oralità” e “scrittura”, per cui la trasmissione orale possiede caratteristiche specifiche che non possono essere confuse semplicemente con quelle proprie dei testi scritti, è altresì vero che essi ignorano “la natura fallibile e costruttiva” della memoria, largamente evidenziata da studi condotti in campo antropologico e psicologico: la memoria non si limita a registrare dei fatti trasmettendoli in maniera oggettiva ma, per sua natura, interpreta, costruisce, seleziona, omette: “Tutti questi aspetti sono presenti ogni volta che si trasmette qualcosa che abbia a che fare con il passato. È comunque errata sia l’idea di una trasmissione lineare ininterrotta e fedele, sia quella che le variazioni consistano solo in piccole aggiunte o modifiche di valore limitato che non cambiano il significato di ciò che viene trasmesso”. Inoltre, i lavori citati sopra, si fonderebbero, secondo i nostri autori, su presupposti che sono inutilizzabili quando vengono applicati “ai flussi di memoria relativi a Gesù”, poiché tali premesse si basano su osservazioni informali che prendono “in esame racconti popolari già noti e standardizzati da tempo”, sui quali agisce “il controllo comunitario informale della tradizione”. Per ciò che riguarda invece la “formazione dei primi racconti su Gesù […] le persone che ascoltano i racconti di Gesù non conoscono le narrazioni che si stanno costruendo e non possono controllarle. La prima fase delle informazioni su Gesù non avviene in presenza di ricordi già condensati in racconti standard e controllati dalla comunità. I racconti su Gesù vengono standardizzati solo successivamente alle esperienze personali dei testimoni oculari. L’attendibilità della trasmissione su Gesù va verificata anzitutto in questa primissima fase”. A rendere ulteriormente complesso il quadro generale, è il fatto che “non vi fu un solo luogo in cui si cominciò a ricordare e poi si ripeté diversamente ciò che si era ricordato, ma si misero insieme ricordi in tanti villaggi e insediamenti dove esistevano gruppi di seguaci di Gesù”. Dunque, non un nucleo solido ed irrinunciabile che subirebbe solo variazioni marginali e non sostanziali, ma una memoria frammentata sin dai suoi esordi, che prende vita in luoghi diversi e che produce flussi indipendenti i quali, a loro volta, nel momento dell’incontro, producono inevitabili conflitti e generano quel pluralismo che caratterizza i primi decenni del movimento suscitato da Gesù, dopo la sua morte.

Alla luce di quanto abbiamo affermato, è comprensibile come anche la categoria di “tradizione” divenga oggetto di una serrata critica e vada incontro ad un processo di decostruzione e revisione: “Il punto debole del concetto di tradizione è che esso presuppone necessariamente l’idea di una catena di tradenti. […] L’analisi storica e antropologica si interroga sull'attendibilità dei processi di trasmissione tra presunti tradenti. Le genealogie di tradenti richiamate sono molto dense, ma non sempre veritiere. […] Nessuna verifica è possibile oltre un certo limite”. In sintesi, quindi, “più che di ricorso alla tradizione bisognerebbe parlare di ‘costruzione’ della tradizione”. Ecco perché “il termine ‘trasmissione’ si può applicare meglio di quello di ‘tradizione’ al processo di informazione e conservazione di concezioni, ricordi, pratiche sociali”; dunque, il concetto di “trasmissione”, rispetto a quello di “tradizione” è in grado di evocare meglio “un processo di comunicazione complesso tra una pluralità di soggetti, in cui ciascuno comunica informazioni differenti e in situazioni per lo più contingenti e non solo formalizzate”.

La prima parte del volume si conclude con una nota metodologica. Se infatti il testo finale dei Vangeli è il risultato di un processo complesso come quello che abbiamo cercato di sintetizzare, allora “ne deriva la necessità ineludibile di individuare metodi di analisi che permettano di ricostruire fatti storici certi distinguendoli da quelli probabili, plausibili o possibili. Uno di questi metodi è la ricerca di tracce nascoste nei testi”. Un metodo storiografico, quello che si fonda sul rinvenimento di tracce nascoste, inaugurato da Carlo Ginzburg al quale gli autori dichiarano di ispirarsi liberamente.

La seconda parte è intitolata La provenienza locale delle informazioni dei vangeli. Sulla base del quadro teorico fornito nella prima parte del libro, l’attenzione di Destro/Pesce si focalizza in questa seconda parte sui luoghi da cui provengono le informazioni e le notizie giunte agli autori dei Vangeli. L’ipotesi attorno a cui ruota l’analisi di questa sezione consiste quindi nel ritenere “che i testi dei vangeli permettono - in alcuni casi - la ricostruzione dei luoghi di provenienza delle loro informazioni”. L’importanza di risalire a quali gruppi gli autori dei Vangeli facessero riferimento per le loro informazioni e dove essi risiedessero, è data, come dimostrano studi e ricerche condotte in ambito antropologico, dal rapporto costituivo che esiste tra “soggettività” e “localizzazione”, tra “gli individui e gli spazi che essi occupano agendo”. In altri termini, la localizzazione di un dato evento è implicita in ogni nostra narrazione. Di conseguenza, risalire alla localizzazione non solo dei racconti, ma più ancora delle fonti di informazione a disposizione degli autori dei Vangeli, permette di ricostruire la “mappa mentale” di ciascun evangelista, consentendoci così di individuare, in parecchi casi, i “territori di contesa” dei gruppi che costituivano il cristianesimo nascente. Infatti, mettere in relazione un determinato ambiente con le vicende di Gesù, può avere “lo scopo di rafforzare e nobilitare il gruppo cui il narratore apparteneva”, insediato in quel luogo; ma può avere anche come fine quello di “consolidare la presenza di un gruppo in un territorio in quanto depositario di una storia importante” o anche “di legittimare alcuni seguaci rispetto ad altri”. È così che le contraddizioni che emergono da un confronto tra Marco e Matteo da una parte e Luca e Giovanni dall’altra, lasciano intravedere una differenziazione dei gruppi e dei luoghi di trasmissione, localizzabili gli uni in Galilea e gli altri a Gerusalemme: “Stiamo ipotizzando due aree di espansione autonome, con due aggregazioni indipendenti, in località diverse, e soprattutto con strategie di comunicazione specifiche”. Il capitolo che chiude il libro è dunque caratterizzato da un’analisi dettagliata volta a connettere l’ipotesi della duplice localizzazione delle origini delle informazioni a disposizione degli evangelisti coi “luoghi menzionati dai vangeli nel racconto dell’attività di Gesù”. Questo capitolo termina con un paragrafo nel quale vengono sintetizzate le tesi sviluppate e approfondite nel volume: si tratta pertanto di una conclusione riferibile all'intera opera, non solo all'ultimo capitolo. Come tale, gli autori esplicitano pure il risultato a cui li ha condotti la loro analisi. Vale la pena di riportare per intero il loro pensiero: “Questi diversi seguaci di Gesù non costituivano certamente un’unità coesa: non corrispondono ad una supposta, implicita, vasta entità che sarebbe la Chiesa o il cristianesimo: erano semplicemente gruppi giudaici all'interno della società giudaica, caratterizzati da varie tendenze di base e da varie esperienze rispetto al messaggio di Gesù. La loro presenza e distribuzione offrono una visione utile e realistica dei primi passi del movimento post-gesuano. Dato che non esiste uomo senza spazio, senza un’organizzazione mentale e pratica dei luoghi che inventa e utilizza, le strategie di localizzazione diventano un indice ineliminabile per comprendere meglio la situazione che i seguaci di Gesù si trovano ad affrontare nel periodo successivo la sua morte”. Dunque, un quadro plurale e variopinto caratterizzò il movimento di Gesù ai suoi esordi: un’ immagine questa ormai ampiamente accettata presso gli specialisti, ma che purtroppo stenta ad affermarsi universalmente. 

I pregi di questo libro sono parecchi e possono risultare interessanti ed essere oggetto di riflessione sia per i lettori ferrati che per quelli non (ancora) esperti. I primi giudicheranno senza dubbio significativo l’aver posto attenzione alla chiarificazione linguistico-terminologica di alcune categorie - “memoria”, “tradizione”, “comunità” , ecc. – il cui utilizzo nel campo degli studi biblici risulta essere spesso parziale, in quanto prescinde dai numerosi studi, condotti in vari ambiti delle scienze umane, capaci di restituire a tali categorie la ricchezza delle sfaccettature che le contraddistinguono: la competenza degli autori al riguardo si dimostra estremamente utile per creare le premesse necessarie al fine di ampliare ed affinare sempre di più la metodologia storico-esegetica. I lettori meno esperti, invece, leggendo questo libro, possono cominciare a farsi un’idea della complessità dei fattori che soggiacciono ad un’immagine, largamente diffusa nell'immaginario collettivo, ma ingenua e semplificata circa le origini cristiane. Inoltre, il libro è scritto con un linguaggio accessibile; la presenza nel testo di box riassuntivi e cartine dei luoghi citati, ne facilita ulteriormente la fruizione e la lettura.







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