C. Gianotto, Giacomo, fratello di Gesù
Data: Sabato, 19 novembre 2016 @ 01:25:00 CET
Argomento: Recensioni e schede bibliografiche


Claudio Gianotto, Giacomo, fratello di Gesù, Bologna, il Mulino, 2013

Recensione a cura di Fabio Cigognini.



 

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Claudio Gianotto, professore di Storia del Cristianesimo e Storia delle origini cristiane presso l’Università di Torino, introduce, con questa breve ma densa monografia, i lettori ad una figura chiave del cristianesimo primitivo, “che svolse un ruolo importantissimo all’interno del movimento di Gesù nel periodo immediatamente successivo alla morte del capo carismatico e godette di autorità e prestigio non inferiori a quelli attribuiti a Pietro o Paolo, ma non conobbe nei secoli successivi la loro stessa fortuna”: si tratta di Giacomo, “presentato nelle fonti antiche con gli epiteti di ‘fratello del Signore’ e di ‘giusto’. Questa precisazione si rende necessaria in quanto, come evidenzia l’autore nell’Introduzione, “negli scritti del Nuovo Testamento, sono almeno cinque i personaggi designati con il nome di Iakôbos = Giacomo”. Il prestigio di cui godette “Giacomo il giusto […] nel contesto del movimento di Gesù nel periodo immediatamente successivo alla morte violenta del capo carismatico”, ruota attorno ad alcune vicende e tematiche, ad ognuna delle quali è dedicato un singolo capitolo dei sei da cui è composto il volume, chiuso da una breve Conclusione di carattere prevalentemente riepilogativo e dall’Indice dei nomi.

Il primo capitolo si intitola Giacomo, Pietro e la successione di Gesù. Il punto saliente della trattazione di Gianotto consiste qui, a mio parere, nell’utilizzo della categoria socio - antropologica di “capo carismatico”. Il movimento di Gesù, dopo la sua morte violenta, si trovò ad affrontare un problema di fronte al quale sono posti tutti i gruppi il cui “capo carismatico” subisce un tale destino: quello della successione. Rifacendosi a Max Weber, l’autore ci ricorda che tale spinosa problematica è solitamente risolta attraverso due modalità: quella della designazione da parte del capo stesso di un suo successore e quella che, ritenendo il carisma trasmissibile per via ereditaria, individua il successore all’interno della cerchia familiare del leader medesimo. A tal proposito, Gianotto così commenta: “È esattamente la situazione che ritroviamo nel caso della successione di Gesù. Si confrontano due gruppi: il primo si richiama a Pietro, designato da Gesù come suo successore nell’episodio della confessione di Cesarea di Filippo (Mt. 16, 17-19); il secondo fa riferimento a Giacomo, fratello di Gesù. […] Il fatto che i Vangeli canonici parlino molto poco dei familiari di Gesù e, quando lo fanno, tendano a metterli in cattiva luce, indica che essi rappresentano il punto di vista dei gruppi che si richiamavano a Pietro e ai Dodici. Ciò significa che, sul lungo periodo, questi gruppi risultarono vincenti e riuscirono ad imporsi. Ma, almeno nel breve periodo, anche i gruppi che si richiamavano a Giacomo, ottennero risultati significativi”. Tutto ciò porta ad ammettere che la concorrenza per la successione di Gesù si risolse sostanzialmente “con un compromesso”, capace di tenere “conto delle esigenze di entrambe le parti” e spiega il prestigio e l’autorità di cui godette il “fratello del Signore” quando era in vita: “lo ritroviamo, infatti, alla guida della comunità di Gerusalemme, affiancato da due membri del gruppo dei Dodici: Pietro e Giovanni (Gal 2,9), verso la fine degli anni ’40 del sec. I, al momento del cosiddetto ‘concilio di Gerusalemme’”. Un “primato”, dunque, quello di Giacomo, che faceva concorrenza a quello di Pietro e che si riflette, ad esempio, nel modo in cui due tradizioni, tra loro in competizione, attribuiscono la prima visione del Risorto rispettivamente a Pietro (è il quadro a cui implicitamente si riferiscono i Vangeli canonici) e a Giacomo. Di tale tensione vi è traccia nel Nuovo Testamento: una lettura critica del testo di 1Cor 15 induce “a pensare che Paolo possa avere qui riunito due liste di apparizioni del Risorto originariamente distinte e indipendenti, che facevano capo l’una a Cefa/Pietro, l’altra a Giacomo”, cosa che trova conferma in un passo di uno scritto apocrifo: il Vangelo degli ebrei, che fa di Giacomo il primo destinatario di un’apparizione del Risorto e alla cui analisi il nostro autore dedica un paragrafo specifico. Naturalmente, si può leggere, dietro alla contesa per il primato nell’apparizione del Risorto, una questione di autorità: essere degni della prima apparizione, significava godere di una particolare autorità e di conseguenza essere legittimamente investiti del ruolo di “successore di Gesù”.

Ma Pietro non è l’unico antagonista di Giacomo. Il “fratello del Signore” avrà a che fare anche con “l’entrata in scena, imprevedibile e improvvisa, di Paolo”: Giacomo, Paolo e la missione ai gentili è il titolo del secondo capitolo, in cui Gianotto esamina il tema della “missione ai gentili” a partire dal rapporto tra “Ebrei” ed “Ellenisti” all’interno della primitiva comunità di Gerusalemme (At. 6). Parlare di tale questione comporta necessariamente esplorare eventi quali la “assemblea di Gerusalemme” e il cosiddetto “incidente di Antiochia”, nella duplice versione a partire dalla quale i fatti sono raccontati: quella di Luca in At 15 e quella di Paolo nella Lettera ai Galati. Il pregio della disamina dell’autore consiste, a mio avviso, nell’affrontare le questioni e gli eventi indicati a partire dalla prospettiva particolare del rapporto tra Giacomo e Paolo; sovente, invece, gli stessi argomenti vengono preferibilmente accostati sulla base di un’altra prospettiva: quella della relazione tra Pietro e Paolo. Ora, senza trascurare il ruolo e il coinvolgimento di Pietro in tutta la vicenda, il punto di vista adottato dal nostro autore consente di porre in risalto la radicalità della posizione di Paolo e le divergenze permanenti rispetto all’approccio di Giacomo su questioni che, rapportate al contesto storico in cui si sono svolti i fatti, acquistavano un’importanza capitale: il ruolo di Gesù nella salvezza dei gentili, la circoncisione e l’esigenza del rispetto delle regole di purità, costituirono dei forti punti di attrito tra il settore giudeocristiano che si richiamava a Giacomo ed il versante paolino, al punto tale che “quando Paolo venne arrestato nel tempio e poi preso in consegna dall’autorità romana, nessuno della comunità di Gerusalemme mosse un dito in suo favore ed egli fu abbandonato al suo destino”, per cui Paolo, “rendendosi conto del persistente clima di ostilità nei suoi confronti da parte degli ambienti giudaici, in quanto cittadino romano si appellò a Cesare e ottenne di essere inviato a Roma per esservi giudicato davanti al tribunale dell’imperatore”. Ma, anche dopo la morte dei due protagonisti (Giacomo subì il martirio nell’anno 62, mentre Paolo morirà martire sotto Nerone, tra il 64 e il 68), “il risentimento dei cristiani di origine giudaica nei confronti di Paolo e della sua missione non cessò”, come dimostra un documento del III sec. appartenente al corpus pseudoclementino: il primo libro dei Riconoscimenti, una sorta di “controstoria” -rispetto a quella narrata da Luca nei primi capitoli degli Atti degli Apostoli, e confermata, nei suoi contorni essenziali, dallo stesso Paolo nelle sue lettere -, in cui Paolo figura non solo come nemico ostile “che con il suo intervento […] impedisce il successo della missione di Giacomo presso i giudei e i sacerdoti di Gerusalemme”, ma addirittura, in preda ad un’ira incontrollata nei confronti di Giacomo, come potenziale omicida.

Il martirio di Giacomo è il titolo del terzo capitolo. Come è noto, Luca, lo “storico” del primo Cristianesimo, non racconta la morte del “fratello del Signore”. Tuttavia, “il silenzio degli Atti degli apostoli è colmato dalla testimonianza di altri autori”, tra i quali, “la fonte più antica è rappresentata dallo storico ebreo Flavio Giuseppe”. Dopo un esame critico del brano delle Antichità giudaiche, Gianotto indaga altri tre racconti che costituiscono una sorta di “rielaborazioni cristiane della morte di Giacomo”, come recita il titolo del relativo paragrafo: il primo libro dei Riconoscimenti (Romanzo pseudoclementino) - già preso in considerazione nel capitolo precedente -, il racconto di Egesippo (che ci è noto attraverso la Storia ecclesiastica di Eusebio) e infine uno scritto gnostico: La seconda apocalisse di Giacomo, contenuta nel codice V di Nag Hammadi. In sintesi, “i tre racconti della morte di Giacomo sviluppano in senso narrativo, aggiungendo un’infinità di dettagli, gli scarni dati storici che la tradizione aveva conservato e che con ogni verosimiglianza sono quelli riportati nella testimonianza di Flavio Giuseppe”. Se poi “è difficile ricostruire nei dettagli il processo che ha portato alla formazione dei tre racconti della morte violenta di Giacomo […] è comunque verosimile che alcuni racconti analoghi presenti negli scritti del Nuovo Testamento abbiano fornito spunti da sviluppare e modelli da imitare […] anche se non si può parlare di una vera e propria dipendenza letteraria”. I paradigmi di riferimento sono rappresentati principalmente dal racconto del martirio di Stefano (At 6-7) e dai racconti della passione di Gesù. 

Il successo che Giacomo ebbe nei primi secoli in due ambienti particolari - i cristiani di origine giudaica e gli gnostici - è l’argomento a cui è dedicato il capitolo quarto: La fortuna di Giacomo: i cristiani di origine giudaica e gli gnostici. I cristiani di origine giudaica che, in seguito alla rivolta contro l’occupazione romana esplosa nel 66 e culminata tragicamente nel 70 con la distruzione del tempio ad opera di Tito, si rifugiarono nelle regione al di là del Giordano e che successivamente si spinsero “ancora più verso Est, in Siria e nelle regioni ai margini orientali dell’impero, sono […] i gruppi […] che rappresentano gli eredi più diretti della chiesa madre di Gerusalemme ed è naturale che si siano prodigati per perpetuare, nei loro scritti, la memoria di Giacomo, del suo prestigio e della sua autorità”. Le testimonianze che l’autore cita e approfondisce sono quelle di Eusebio (preziosa anche perché nella sua Storia ecclesiastica riporta pure le attestazioni di due autori del II sec., Egesippo e Clemente di Alessandria), ma anche quelle del Vangelo degli Ebrei, del Vangelo di Tommaso e dei Riconoscimenti pseudoclementini. L’idea di fondo che si può evincere da questi testi è quella di una linea di tradizione che vedeva in Giacomo il successore accreditato di Gesù e che, per tale ragione, sia per investitura diretta da parte del capo carismatico (negli scritti apocrifi citati), sia per la mediazione e il riconoscimento da parte degli altri apostoli (Eusebio), il “fratello del Signore” abbia ricevuto l’incarico di guidare la primitiva comunità di Gerusalemme. Tale tradizione si pone come alternativa a quella registrata nel Nuovo Testamento, dove pure ha lasciato tracce visibili in modo particolare nelle lettere di Paolo, che vede invece nell’apostolo Pietro il primo testimone accreditato della resurrezione di Gesù e la giuda della comunità. Ancora una volta, Paolo sembra essere l’autore che, almeno indirettamente, accerta la presenza di entrambe i filoni della tradizione. Per quanto concerne invece l’ambiente gnostico, l’interesse di Gianotto si attesta su tre scritti della biblioteca di Nag Hammadi: La lettera apocrifa di Giacomo, la Prima e la seconda Apocalisse di Giacomo. Giacomo, che precede sempre Pietro, è qui rappresentato come il destinatario di peculiari rivelazioni di carattere esoterico, ricevute nel “periodo che intercorre tra la risurrezione di Gesù e la sua scansione definitiva in cielo. […] Si tratta di un periodo speciale, in cui Gesù trasmette rivelazioni particolari, destinate a pochi eletti, che rappresentano la parte più alta e perfetta del suo insegnamento, di livello superiore a quello impartito da Gesù durante il suo ministero terreno, accessibile a tutti e di cui è depositaria la Grande chiesa”. Dunque, se Pietro e i Dodici sono il vessillo della Grande Chiesa, Giacomo lo è diventato per gli ambienti gnostici, per una serie di motivi che il nostro autore puntualmente menziona. In primo luogo, occorre sottolineare il fatto che, mentre il corpus degli scritti cristiani - che sarebbero poi stati riconosciuti come canonici - era in via di formazione, emergeva la questione di una comprensione autentica delle testimonianze contenute in tali scritti. Quindi, la competizione tra il Cristianesimo “ufficiale” e maggioritario e quello “elitario” costituito dai gruppi gnostici, “si trasferiva sul piano ermeneutico […] sul quale gli Gnostici dimostrarono di essere particolarmente abili e riuscirono, attraverso sofisticate e raffinate tecniche esegetiche fondate sul principio dell’allegoria, a fornire un fondamento scritturistico alle proprie dottrine, sopravanzando di molto gli avversari della Grande Chiesa”. Questo portò quindi, in seconda battuta, ad “un’altra strategia, che puntava all’autenticazione delle dottrine sulla base della certificazione della loro provenienza da Gesù, fonte ultima della rivelazione, attraverso la tracciabilità garantita della catena di trasmissione. In questa prospettiva, gli autori della Grande Chiesa incominciarono ad avanzare la pretesa di aver l’esclusiva […] del messaggio autentico di Gesù in quanto unici depositari legittimi delle Scritture che contenevano il suo insegnamento, trasmesso attraverso la catena, pubblicamente verificabile, della successione dei vescovi”. La risposta degli Gnostici, a tal riguardo, fu quella di individuare “una catena di successione alternativa e segreta”, fondata su “altri personaggi della cerchia di Gesù rimasti liberi, vale a dire i suoi familiari (è questo il caso di Giacomo, fratello di Gesù) e alcune figure femminili (ad esempio, Maria Maddalena)”. Infine, il riferimento a Giacomo da parte dei gruppi di orientamento gnostico, è riconducibile alla possibilità di potere sfruttare in tal modo “il tema del doppio, del gemello spirituale”, da loro particolarmente valorizzato: “Il personaggio di Giacomo, in quanto fratello di Gesù, si pestava ad essere sfruttato all’interno del tema del doppio”; occorre però precisare che, nell’orizzonte semantico proprio dei circoli gnostici, il termine “fratello” non va inteso in senso carnale/materiale - per gli Gnostici questo livello di significato è “illusorio ed effimero” -, bensì spirituale: “Il tema della fratellanza con Gesù, il salvatore/redentore celeste, […] serve agli gnostici per dimostrare la superiorità di Giacomo rispetto agli apostoli; egli non è soltanto un discepolo di Gesù, come i Dodici; egli è anche suo fratello, non certo in senso carnale, ma spirituale; essere fratello di Gesù è qualcosa di più che non essere semplicemente suo discepolo. Per questa ragione, anche la linea di trasmissione degli insegnamenti gnostici, che fa capo a Giacomo, fratello di Gesù, è superiore a quella della Grande Chiesa, che fa capo agli apostoli, semplici discepoli di Gesù, e offre maggiori garanzie di autenticità”. 

Come suggerisce anche il titolo - La lettera di Giacomo -, il capitolo quinto prende in considerazione il fatto che “tra le cosiddette ‘lettere cattoliche’ […] figura una Lettera di Giacomo”. Nonostante la sua autenticità fosse già contestata nell’antichità e benché “diverse considerazioni di natura letteraria e tematica [inducano] a ritenere improbabile che la lettera sia stata scritta da Giacomo, fratello di Gesù: questa, almeno, è la posizione della maggior parte degli esegeti contemporanei”, che la ritengono “uno scritto pseudoepigrafico, databile qualche decennio dopo la morte di Gesù, tra la fine del sec. I e gli inizi del sec. II”, questo documento conserva tutta la sua pregnanza, in quanto “veicola idee, insegnamenti, valori, che dovevano essere caratteristici della primitiva comunità cristiana di Gerusalemme e di Giacomo, che ne era il capo”. Per quanto riguarda più da vicino il messaggio della lettera, oltre ad esprimere una “concezione di Dio […] perfettamente in linea con la tradizione giudaica”, essa “contiene un forte messaggio di etica sociale”, esplicitato principalmente dal “suo atteggiamento particolarmente severo nei confronti dei ricchi e, per contrasto, benevolo nei confronti dei poveri”, che echeggia la “tradizione dei poveri di Israele, così come espressa da Gesù nelle Beatitudini. Anche i membri della primitiva comunità cristiana di Gerusalemme, guidata da Giacomo, con ogni verosimiglianza si richiamavano a questa tradizione; sappiamo, infatti, che uno dei termini che usavano per designarsi era precisamente quello di ‘poveri’ (ebr. ‘ebionîm)”. L’ultima parte del capitolo è dedicata invece all’esame di un passo particolare della lettera, Gc 2,14-26, dove emergono chiaramente le divergenze tra Paolo e l’autore della lettera di Giacomo - che, come detto, ne riflette comunque il pensiero - “sulle modalità e le condizioni per conseguire la salvezza”, in particolare sul ruolo da riconoscere alle opere in rapporto alla fede. Tale discrepanza confermerebbe quanto si può evincere sul piano storico: i rapporti tra Paolo e la componente giudeocristiana furono in ogni caso tesi a tal punto da sembrare arduo ipotizzare una loro riconciliazione, anche quando si volessero interpretare i versetti in questione - prospettiva, questa, non esclusa dal nostro autore - non tanto rivolti contro il “Paolo storico”, quanto piuttosto contro un’interpretazione radicale e fuorviante del suo pensiero. 

Se il quadro caratterizzato dalle analisi e dalle conclusioni a cui Gianotto giunge nei precedenti capitoli è sufficiente per decostruire una rappresentazione tanto diffusa, quanto insostenibile da un punto di vista storico, che si declina, in modo particolare per quanto riguarda il lettore italiano medio, nell’immagine di una “Chiesa primitiva” unificata sotto la guida di Pietro, nell’ultimo capitolo - Giacomo, i fratelli di Gesù e la verginità di Maria - l’attenzione dell’autore intercetta un’altra figura (Maria) e un’altra tematica (la sua perpetua verginità) ampiamente radicate nel nostro immaginario collettivo. Uno dei due appellativi riservati a Giacomo - quello di “fratello del Signore” - ci obbliga infatti a vagliare tesi che si sono affermate nei primi secoli, secondo cui i “fratelli di Gesù” (dunque anche Giacomo) fossero in realtà figli di Giuseppe avuti da un precedente matrimonio (Protovangelo di Giacomo e Origene), oppure fossero da considerarsi “cugini” (Girolamo). Queste opinioni subentrarono ad una visione più antica, sostenuta da autori fino al II/III sec., come Egesippo e Tertulliano, che ricomparirà anche successivamente (ad es. con Elvidio) e che “sosteneva esplicitamente che i fratelli e le sorelle di Gesù erano fratelli veri, figli di Maria e Giuseppe nati dopo Gesù”. In un primo momento, le tesi “alternative” citate sopra, vennero introdotte come reazione ad accuse infamanti, provenienti sia dall’ambiente giudaico che da quello ellenistico-romano (Celso), che teorizzavano “che Gesù era nato da un rapporto adulterino di Maria”. In seguito, a partire dal IV sec., le argomentazioni tese a sostenere la perpetua verginità di Maria trovarono un terreno fertile grazie alla diffusione del monachesimo in Egitto ed in Oriente, “con la conseguente esaltazione dei valori dell’ascetismo e della continenza”. Girolamo, con le sue tesi al tempo stesso estremamente erudite e problematiche - che Gianotto presenta e discute -, “fu uno dei promotori più convinti di queste nuove forme di ascetismo in Occidente”, per cui, “diversamente che nei secoli precedenti, in cui era preso in considerazione prevalentemente in funzione del discorso cristologico, ora il tema della verginità di Maria acquisisce un valore autonomo e si erge a modello di vita”, al punto che lo stesso “Girolamo non si accontenta e […] rivendica anche la verginità di Giuseppe come modello da imitare accanto a Maria […] In questo modo, per Girolamo la sacra famiglia era composta da tre vergini: Maria, Giuseppe e Gesù, e incarnava l’ideale stesso della verginità”. Dunque, da questa ricostruzione, il lettore ricava l’impressione che, da un punto di vista strettamente storico ed esegetico, la “perpetua verginità di Maria”, lungi dall’essere un dato che si imporrebbe, sia da considerarsi una rappresentazione teologico-culturale frutto di un complesso intreccio di elementi, la cui articolazione viene egregiamente sintetizzata nel presente volume. 

In conclusione, ritengo che il libro sia consigliabile per la lettura e che possa essere particolarmente indicato per quel vasto ambito di lettori non (ancora) esperti degli argomenti qui trattati. Le ragioni che mi spingono ad affermare questo, possono essere così riassunte. In primo luogo, si tratta di un testo scritto con un linguaggio accessibile a chiunque; la semplicità del linguaggio e la chiarezza espositiva non vanno però mai a discapito della messa in evidenza della complessità degli argomenti. A questo, si aggiunga che l’autore non dà mai per scontate tesi, argomenti, scoperte archeologiche autori antichi, ecc. ecc., che, noti agli addetti ai lavori, non è assodato che siano approfonditamente conosciuti anche presso il grande pubblico. Inoltre, come già accennato in precedenza, uno dei pregi di questo testo consiste senza dubbio nell’illustrare, anche attraverso la presentazione e la disamina di documenti appartenenti ad una letteratura scarsamente nota presso il grande pubblico (ad es.: gli scritti gnostici), il pluralismo che ha caratterizzato le origini cristiane, contribuendo in tal modo alla decostruzione di rappresentazioni che, seppure molto radicate nell’immaginario collettivo, sono storicamente insostenibili. Tutto questo può aiutare il lettore meno ferrato da una parte a riformulare un’immagine eccessivamente semplificata delle origini cristiane e dall’altra a cominciare ad approcciare la complessità dei problemi che emergono quando determinati argomenti vengono affrontati da un’angolatura storico - esegetica. Un unico appunto può essere forse mosso alla decisione di inserire le note al termine di ogni capitolo: date le dimensioni e l’assenza di una bibliografia al termine del volume, forse la scelta di collocare le note a piè pagina avrebbe maggiormente facilitato la fruizione del testo.







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